Prove invalsi sì, prove invalsi no
A voler generalizzare il mondo della scuola si divide in due gruppi, quelli che dicono che le prove INVALSI sono inutili e quelli che dicono che non servono a nulla. Anzi, pare essere uno dei pochi argomenti, se non il solo, capace di far andare d’accordo tutti, alunni, genitori e, ça va sans dire, insegnanti.
Ergo, quando mi è stato simpaticamente chiesto di buttare giù una riflessione sulle prove più detestate d'Italia ne ho approfittato per tentare di dare una lettura, certo parziale e non esaustiva (come dicono quelli bravi) di una delle pratiche più contestate della scuola. Trattandosi di una tematica ampia e dai tantissimi risvolti anche politici ed economici, per necessità è opportuno soffermarsi in questa sede solo su alcuni aspetti.
Per questa volta ci si limiterà alla loro possibile utilità (o inutilità) in ambito prettamente scolastico.
A questo punto le domande sono: a cosa non servono? a cosa servono? a chi non servono? a chi servono?
Non servono a valutare gli studenti, nella misura in cui non valutano il singolo studente, come se fosse un voto in letteratura, matematica, chimica o fisica e, infatti, non entrano nella valutazione. In pagella la materia “INVALSI” non esiste. Non sono uno strumento di mortificazione (e neanche di tortura) per studenti e insegnanti, così come non vengono valutati individualmente i primi, neanche i secondi lo sono.
I test non possono e non devono sostituire la valutazione del singolo docente, né possono valutare il lavoro dei singoli docenti e dei dirigenti. Non è questo il loro scopo.
È bene ribadirlo, dal momento che questo frequente errore di fondo è il primo elemento di confusione: i genitori pensano che queste prove in qualche modo valutino i loro figli, gli insegnanti pensano che servano a creare disparità e una differente distribuzione di risorse tra le scuole.
Viene certamente valutata la singola scuola, laddove per valutazione si intende una serie di statistiche e di confronti, utili a far capire alla scuola se sono efficaci gli interventi che mette in atto come azioni d’istituto (sportelli e/o corsi di recupero, progetti sul metodo di studio, prove di istituto etc.) che non incidono, comunque, sulla libertà didattica del singolo docente, non lo obbligano ad adottare pratiche che sostituiscono quelle da lui adottate nell’ambito della libertà di insegnamento. Le importantissime informazioni che si hanno dal lavoro del singolo insegnante vengono non sostituite, ma affiancate da un esame meno soggettivo che ha degli scopi abbastanza diversi.
Più in generale, la finalità resta quella della valutazione di un sistema, attraverso la pubblicazione di dati sintetici e non soggettivi, su quelli che sono gli elementi più rilevanti del sistema educativo. Cifre e grafici consentono di avere il polso della realtà economica e sociale di un territorio, oltre che della capacità della scuola di incidere sulla formazione.
Se intese come un momento di diagnosi della scuola, per esempio, le INVALSI si rivelano uno strumento molto utile al confronto con gli altri istituti, con le altre realtà, addirittura con gli anni precedenti. Una novità molto interessante è, da quest’anno, la possibilità di avere a disposizione gli esiti delle prove sostenute dai ragazzi che lasciano la scuola media (sono un nostalgico, la chiamo ancora così) e che arrivano al primo anno delle superiori. A distanza di due anni il confronto tra i dati in ingresso al primo biennio e quelli in uscita, consentirà di capire se il lavoro della scuola è stato efficace e quanto. Si può capire perciò se si sta lavorando bene o se da qualche parte va aggiustato il tiro, quali sono i punti di forza e quelli di debolezza del sistema educativo.
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