...per cani. Questa delirante velleità di misurare l’intelletto umano in crescita, come fosse una quantità circoscrivibile, ha originato le più tristi e ideologiche delle creature: le prove Invalsi. Siamo ridotti ad addestrare i nostri alunni, li prepariamo alla performance dei quiz, come se li allenassimo ad affrontare l’esame per la patente di guida. Dagli esiti di un questionario basato su domande a risposta multipla, il sistema dell’istruzione pubblica pretende di desumere i livelli di apprendimento nelle nostre scuole. È lo stesso sistema che dopo due anni di pandemia finge che nulla sia accaduto nelle teste dei ragazzi e non prevede attività di recupero su vasta scala dei contenuti non assimilati. Dal settembre 2022, tutto ha ricominciato a scorrere come prima: PON, RAV, GLO, PEI sono lì che aspettano di andare in scena nella impiegatizia routine della scuola-azienda. Le schede di valutazione, con la loro ripetitiva meccanica degli indicatori, attendono solo di essere compilate. Sforniamo pagelle in serie, predisposte da chissà quale scienziato della didattica take away. Nella produzione di queste schedature, ci atteniamo ad algidi parametri che fanno rimpiangere i vecchi giudizi redatti da molte delle maestre del ‘900. La maggior parte di loro non si limitava a registrare quanto e cosa avessero imparato gli alunni. Esse riuscivano ancora a scrivere piccole ma dense biografie sulle vite scolastiche di ciascun bambino, a partire anche da una sensibilità umana che esulava dalla meritocrazia tanto cara sia ai governi di centrosinistra che all’odierno esecutivo di destra. Quanti docenti oggi sarebbero disposti a redigere giudizi sulla base di indicatori estranei agli obiettivi e alle “competenze” previste dal sistema meritocratico? Giocosità, fantasia, solidarietà, multimedialità, gentilezza, talento, creatività, empatia e senso critico non troveranno mai spazio nelle modalità di valutazione della scuola neoliberista. In maniera speculare, tra gli insegnanti, quanti di noi sarebbero disposti a ricevere giudizi periodici, approntati dagli alunni e alunne, sul nostro operato in aula? Come reagiremmo se i ragazzi fossero chiamati ad assegnarci un voto in chiarezza della spiegazione, cortesia, capacità d’ascolto, preparazione sui contenuti, sinergia gioco-insegnamento, fantasia, disponibilità, impegno, simpatia, equilibrio nell’assegnare compiti per casa, dimestichezza con le tecnologie in didattica?
Ecco perché, se ambissimo a costruire un sistema scolastico capace davvero di insegnare, anzitutto sarebbe necessario abolire gli adempimenti burocratici come PTOF, RAV et similia. E poi bisognerebbe ridurre a un tetto massimo di 15 il numero di alunni per ogni classe, formando e assumendo insegnanti-tutor capaci di seguire in un rapporto uno a uno, come per il sostegno, i ragazzi richiedenti particolare cura, perché provenienti da famiglie povere e contesti sociali difficili. I tutor dovrebbero accompagnare questi alunni in aspetti fondamentali come la frequenza delle lezioni, l’igiene personale, l’accesso ai libri di testo, il metodo di studio, nonché la partecipazione ad attività socializzanti. La formazione per gli aspiranti docenti dovrebbe essere gratuita, i loro tirocini trasposti nel mondo quotidiano reale, cioè nelle reti sociali e culturali. I neoprofessori, prima di entrare nelle aule, dovrebbero andare a vivere e a conoscere gli orfanotrofi, le carceri minorili, i reparti pediatrici, le cliniche psichiatriche, i centri per migranti. Sarebbe altrettanto necessario affiancare agli insegnanti già in servizio, sin dalla prima elementare, lettori e lettrici di madre lingua inglese, insieme al teatro come materia di studio, curato però da attori professionisti, non da maestri improvvisati. Le classi potrebbero essere aperte e formate non più su base anagrafica, bensì all’esito di un’analisi attenta del grado di maturazione raggiunto da ciascun alunno e della sua padronanza dei contenuti di base. Nuove discipline istituzionali di studio, come la storia del cinema e quella dello sport, dovrebbero essere attivate nelle medie e superiori.
Ma soprattutto, sarebbe ora di abolire le prove Invalsi, i voti, le bocciature. Per comunicare alle famiglie se i loro figli sono preparati su blocchi di contenuti, al posto di certificazioni, voti, tabelle e copia/incolla di sproloqui astratti, basterebbe scrivere: “Sì”, “No” oppure “Così così”.
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