Voti a scuola? La lezione di un Maestro
Forse qualcuno ricorderà Alberto Manzi il cui nome è legato a un famoso programma televisivo, “Non è mai troppo tardi”, andato in onda dal 1960 al 1968 con l’intento di combattere l’analfabetismo totale, diffuso in larghi strati della popolazione italiana, che si calcola riguardasse allora circa 2mln e mezzo di persone. Un programma che testimonia la lungimiranza pedagogica e politica della TV di Stato di quel tempo, che gli valse il prestigioso riconoscimento dell’UNESCO come miglior programma televisivo del mondo, al congresso internazionale degli organismi radio-televisivi che si tenne a Tokyo nel 1965. Si stima intorno a 1 mln, o forse anche più, il numero di adulti sparsi in tutto il territorio italiano che riuscirono, grazie a quella iniziativa, a ottenere la licenza elementare.
Un personaggio interessante “il maestro Manzi”, per la complessità e la ricchezza dei suoi interessi e delle sue competenze che compongono il profilo di un intellettuale di grande spessore e danno un taglio originale alla sua poliedrica attività didattica nella quale il duplice orientamento della sua formazione, al tempo stesso tecnico-scientifica e pedagogica, si accompagna a una forte tensione civile e sociale. Nonostante la grande popolarità televisiva, il successo dei suoi libri per l’infanzia - Orzowei, scritto nel 1954 è stato, dopo Pinocchio, il romanzo per ragazzi più tradotto al mondo – la sua ricca e interessante attività di autore di programmi radiofonici e televisivi, anche per TV straniere, i numerosi premi nazionali e internazionali, la partecipazioni a Commissioni ministeriali sui temi legati al rinnovamento dei programmi scolastici, condusse una vita in sordina, fuori dal clamore dei media e rimase soprattutto un maestro militante.
Professione, questa, che svolse con dedizione totale sacrificandole carriere più prestigiose e remunerative, come racconta nella sua ultima intervista rilasciata nel 1997, poco prima della morte, a Roberto Farné, del DSE dell’Università di Bologna, parlando della scoperta della sua vocazione: “Facendo la guerra, poi, ho scoperto che tante cose per cui si pensava valesse la pena vivere erano solo delle falsità. […] Soprattutto dopo l’esperienza della guerra, l’idea fissa che avevo era di aiutare i ragazzi. […] rinnovare un po’ la scuola, per cambiare certe cose che non mi piacevano”.
Così, subito dopo la guerra, nel 1946, per lui la scuola si materializza, a ventidue anni, in una classe sui generis, nel carcere minorile Aristide Gabelli di Roma, dove si trovò davanti novantaquattro ragazzi, dai nove ai diciassette anni, diversamente alfabetizzati, riuniti in un unico stanzone senza banchi, sedie o libri. Una prova molto dura che lo avrebbe segnato profondamente, confermandolo nella sua scelta e, soprattutto, permettendogli di sperimentare strategie e modalità di azione fino ad allora assenti nella cassetta degli attrezzi dei maestri dell’epoca. Non fu facile, ma in poco tempo riuscì a conquistare la fiducia e l’attenzione di quei suoi primi alunni, attraverso le sue capacità affabulatorie e il coinvolgimento attivo dei ragazzi in una esperienza di scrittura collettiva (prima ancora della Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana) dalla quale sarebbe nato un giornalino, La tradotta, uno dei primi esperimenti di scrittura carceraria, e l’abbozzo di un romanzo, Grogh, storia di un castoro, Premio Collodi nel 1950. Il risultato – come racconta Manzi nell’intervista – fu che di tutti quei ragazzi solo due ritornarono tra le sbarre dopo esserne usciti.
Da allora continuò la sua ricerca sul campo, con entusiasmo e voglia di sperimentare, sia nella scuola elementare romana Fratelli Bandiera dove insegnò fino alla pensione, che nell’attività di autore e conduttore di programmi didattici, per la televisione e la radio, destinati ai ragazzi italiani o anche agli extracomunitari; o ancora nell’esperienza a fianco degli Indios dell’Amazzonia dove ritornò ogni estate per quasi trent’anni spendendosi per la loro alfabetizzazione ed emancipazione. Manzi rimase sempre un maestro. Insegnare per lui era anzitutto arte maieutica messa a servizio della crescita umana e culturale degli alunni. Il problema non era tanto di riempire delle teste vuote, ma di “ottenere una tensione cognitiva che spinga l’alunno a voler sapere”, attivarne, cioè, la curiosità attingendo al bagaglio di esperienze e conoscenze che lui già possiede, così da renderlo protagonista del processo di apprendimento.
Un maestro della tempra di don Milani con il quale, pur senza conoscerlo, ebbe in comune oltre la passione per i suoi alunni e l’originalità del metodo didattico, anche la statura morale, l’estrema coerenza tra il pensiero e l’azione, che l’espose più volte a forti contrasti con le gerarchie scolastiche. Come don Milani, infatti, Manzi portò avanti la sua battaglia contro la scuola del tempo, di cui individuò lucidamente i vizi di fondo che, se non eliminati, avrebbero condizionato per il futuro lo svolgimento del suo compito.
In questo contesto si colloca la sua silenziosa ma determinata contestazione del sistema di valutazione allora vigente; un atto di obiezione di coscienza, forse il primo nella storia della scuola italiana. Come lui ricorda nell’intervista più volte citata, per otto volte finì “sotto commissione disciplinare” per il suo rifiuto di utilizzare i voti. Nel 1976, al direttore che con un richiamo scritto gli ingiunge di consegnare le pagelle del 2° trimestre, Manzi risponde opponendo le sue ragioni: «Le pagelle […] come sono concepite e come devono essere compilate, sono un insulto all’intelligenza umana, un atto ineducativo per eccellenza, inconcepibile per una scuola che vuole educare […] distruggono il rapporto tra insegnante e ragazzi e non permettono il recupero degli elementi disadattati […] Non ho mai classificato nessun compito, e pertanto i ragazzi hanno appreso a lavorare perché è bello scoprire cose nuove; hanno appreso ad aiutarsi perché – data la mancanza di ogni tipo di classificazione – hanno scoperto che dà più gioia il dare che il ricevere: hanno appreso ad essere coscienti delle loro possibilità perché non hanno mai avuto il terrore di dimostrare la loro ignoranza. […] Solo così ho potuto recuperare elementi che erano stati definiti irrecuperabili, o che sarebbero stati veramente irrecuperabili se il voto fosse piombato loro addosso come strumento di tortura e catena che avrebbe impedito di proseguire ad andare avanti. […] Rimango fermo nella mia decisione di non classificare un individuo soltanto perché un regolamento superato lo afferma. Penso che sia più importante difendere l’uomo che non le cose vecchie dell’uomo».
Un altro episodio risale al 1981, dopo l’entrata in vigore della legge 517 del 1977, che aveva introdotto, nella scuola dell’obbligo, la scheda di valutazione al posto dei voti. Anche quella volta Manzi rifiutò di compilarla per i suoi alunni, soprattutto per quelli che avevano gravi problemi di apprendimento. Di fronte ai numerosi richiami del consiglio di disciplina, non potendo sottrarsi a questo adempimento, decise di stampare con un timbro lo stesso giudizio su ogni scheda: “Fa quel che può. Quel che non può non fa”. Da qui la condanna da parte del provveditore agli studi di Roma, con la sospensione dal servizio e dallo stipendio per alcuni mesi.
Ritornare a riflettere, oggi, sulla figura di questo eclettico e singolare maestro, magari approfittando delle celebrazioni del centenario che partiranno il prossimo anno, sarebbe un’occasione preziosa per riconoscere il valore della sua testimonianza umana e professionale che lo colloca di diritto accanto a figure come don Milani, Mario Lodi, Gianni Rodari, Danilo Dolci. Tutti testimoni e protagonisti di una stagione che ha segnato l’inizio del rinnovamento della cultura pedagogica del nostro Paese, in risposta alle nuove istanze della scolarizzazione di massa, e in obbedienza al dettato costituzionale. Rileggere la loro storia, confrontarsi con la loro visione di società e di scuola, può aiutare ad approfondire l’odierno dibattito sulla crisi della scuola, in larga misura derivata proprio da un impoverimento di senso che investe tanto i docenti quanto gli studenti.
C’è fortunatamente in questi ultimi tempi una interessante produzione di saggi e di articoli e anche di iniziative che mostrano il bisogno di cambiamento e che vedono in prima linea alcune tra le Associazioni professionali più attente e attive sul territorio nazionale: il CIDI, il Movimento di Cooperazione Educativa, l’AIMC, Proteo Fare Sapere; ricordo il convegno del 2019 “Non sono un voto, ma me lo danno lo stesso”, organizzato dal MCE; la campagna “Voti a perdere” sottoscritta da tutte le Associazioni citate; il Documento Dare sostegno e continuità al lavoro degli insegnanti nella prospettiva della valutazione formativa, lanciato a giugno 2022; e penso poi alle tante sperimentazioni che cercano di superare il tipo di valutazione numerica ancora vigente nella scuola secondaria e che si tenta di reintrodurre anacronisticamente anche nella primaria. Qualcosa si muove finalmente! Purché gli insegnanti ritrovino il loro protagonismo per essere attori del cambiamento e non subirlo passivamente. Non è mai troppo tardi!
Fa quel che può. Quel che non può non fa
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