Docente di informatica presso l’Istituto “Corni” di Modena. Classicista per formazione, emiliano d’emigrazione, partenopeo di origine, fede e tradizione
Doverosa premessa: credo fermamente nel valore del sistema scolastico italiano che, nonostante le batoste ricevute dai governi di ogni colore negli ultimi vent’anni, continua a mio avviso a resistere e formare diplomati e laureati con solide basi tecniche e culturali. Almeno questo è quanto ricavo dalle mie esperienze dirette, prima come dipendente di aziende multinazionali a contatto con colleghi (tecnici e non) provenienti da mezzo mondo, poi come docente tutor delle attività di stage in un istituto tecnico dell’operosa Emilia e dai confronti con i responsabili interni delle aziende che negli anni hanno ospitato i miei studenti.
Detto ciò, e pur considerandomi un ferreo tradizionalista, paladino della tanto vituperata lezione frontale e della necessità della trasmissione e acquisizione di conoscenze come prerequisito alla costruzione delle competenze, non posso non accorgermi degli enormi cambiamenti che la nostra società sta subendo negli ultimi anni. Le dinamiche del lavoro, le interazioni sociali, le stesse modalità di formazione e autoformazione si sono decisamente modificate (e continuano ad evolvere ad un tasso rapidissimo) rispetto anche a solo un lustro fa; la scuola è investita in pieno da questa trasformazione che non può ignorare ed è chiamata ad affrontare.
Le problematiche sono numerose: si pensi ai crescenti livelli di ansia e stress in studenti e docenti, alle diminuite capacità di attenzione dei ragazzi, fino alle dinamiche tossiche che sempre più spesso si generano dentro e intorno agli istituti scolastici tra studenti, colleghi, dirigenti e famiglie. Tutto ciò va ben al di là dello spazio di questa breve riflessione ma c’è un aspetto che colpisce la mia attenzione: mi capita con sempre maggiore frequenza di assistere ad episodi di studenti, anche bravi in alcune discipline - specialmente quelle tecniche - che, giunti al quarto o quinto anno di corso, decidono di abbandonare la scuola, o perché resisi conto di aver intrapreso un percorso non adatto alle loro capacità o per dedicarsi all’autoformazione e inserirsi il prima possibile nel mercato del lavoro. Le ragioni che riferiscono sono spesso legate a una percezione della scuola come ad uno spreco di tempo ed energie finalizzato soltanto all’ottenimento del diploma e giudicano il percorso scolastico non rispondente alle loro esigenze. In sostanza, diversi studenti maturano la convinzione che sia più efficiente costruirsi un percorso personalizzato di autoformazione, sfruttando le innumerevoli risorse reperibili in rete (anche di qualità elevata, visto che alcune sono erogate da atenei prestigiosi e grandi aziende) piuttosto che frequentare lezioni scolastiche che reputano poco professionalizzanti e che richiedono un impegno domestico non indifferente.
Senza indagare sulle percezioni, probabilmente erronee, che spingono i ragazzi a questo tipo di scelta, non posso non interrogarmi su cosa possa fare la scuola per arginare questo fenomeno, che reputo indubbiamente pericoloso. La necessità di una didattica personalizzata, che metta in luce i talenti di ognuno, è ormai talmente evidente che sia la pedagogia sia la politica sembrano indicarla come faro del rinnovamento del sistema scolastico. Eppure gli interventi che i governi hanno attuato in questa direzione sembrano per lo più mere attività di facciata o generici atti di indirizzo lasciati cadere sul capo di docenti inermi. Personalizzare la didattica in classi numerose, eterogenee, senza strutture e con organici ridotti all’osso è una pia illusione.
Ma allora quale soluzione si può prospettare? Un’ipotesi mi è stata suggerita, proprio negli ultimi mesi, dal confronto che ho avuto con un mio studente del quinto anno di ritorno dal suo periodo di studi all’estero trascorso in una High School del Wisconsin, Stati Uniti.
L’entusiasmo con cui raccontava della sua esperienza mi ha spinto ad approfondire e a tentare di indagarne i motivi.
Il sistema scolastico americano (diverso da Stato a Stato ma con caratteristiche di base comuni) prevede una scansione dei cicli scolastici simile a quella italiana (con un anno in meno nelle scuole superiori).
La grossa differenza è nella costruzione dei curricula: negli USA le scuole superiori non sono differenziate per indirizzo di studi (i nostri licei, tecnici e professionali) ma tutte offrono un certo numero di corsi delle diverse discipline. Sono gli studenti stessi, assistiti da un tutor, a costruire il loro piano di studi, affiancando alle materie obbligatorie (lingua e letteratura inglese, storia, matematica, scienze e ginnastica) altre attività e discipline opzionali. Ciascun corso superato positivamente assegna allo studente dei crediti e il diploma si ottiene al raggiungimento di una soglia prefissata - un po’ come con i CFU del nostro sistema universitario.
Questo sistema presenta, a mio avviso, alcuni spunti interessanti. In primo luogo gli studenti, a partire dalle scuole medie, hanno la possibilità di scegliere, ed eventualmente correggere negli anni, il proprio percorso di studi, adattandolo in funzione delle capacità, degli interessi e delle difficoltà che si sperimentano e di cui acquisiscono consapevolezza. Orientarsi e riorientarsi sembra, quindi, più semplice rispetto a quanto avviene in Italia, dove lo studente a 13 - 14 anni è chiamato ad effettuare una scelta molto vincolante per i cinque anni successivi.
L’altro aspetto, forse ancora più interessante, è il superamento del concetto di gruppo classe e dell’idea che uno studente, alla fine di un anno scolastico, debba o passare al livello successivo in tutte le discipline o ripetere nuovamente tutte le materie, comprese quelle in cui invece aveva già raggiunto competenze adeguate. Questo è, a mio parere, uno dei meccanismi più perversi del nostro sistema scolastico: quante volte durante gli scrutini finali, è capitato di assistere ad accese discussioni circa la promozione o la bocciatura di uno studente che presenti solo una o due insufficienze gravi (prendiamo ad esempio la classica matematica) ma è sufficiente o anche bravo nelle altre discipline? Cosa fare? Lo si promuove pur sapendo che, senza aver acquisito le basi necessarie, l’anno successivo avrà ancora più difficoltà o lo si boccia costringendolo però a ripetere per un anno concetti che aveva già acquisito e padroneggiato?
Da questo punto di vista il sistema americano è estremamente più funzionale: i corsi sono sostanzialmente indipendenti l’uno dall’altro e l’avanzamento in una disciplina non è in alcun modo collegato alle altre.
La combinazione di questi due elementi consente, a mio parere, una vera personalizzazione della didattica, permettendo da un lato agli studenti di sperimentare e mettersi alla prova in diverse aree del sapere, correggendo eventualmente la rotta con cognizione di causa; inoltre, s’instaura una progressione di livello nelle discipline in cui lo studente eccelle e ciò consente di poter anche anticipare, eventualmente, corsi di livello universitario, mantenendo parimenti ritmi più lenti nelle materie in cui si riscontrano maggiori difficoltà.
Mi rendo ovviamente conto che implementare un sistema del genere in Italia prevederebbe una rivoluzione radicale del nostro modo di fare scuola, che coinvolgerebbe mentalità, strutture e definizione degli organici. D’altra parte, varrebbe forse la pena investire risorse ed energie in una rivoluzione vera e incisiva, invece che procedere con bislacche iniziative come i banchi a rotelle, la nuova moda della DADA o l’ultimissima introduzione dei docenti tutor, che si limitano soltanto a scimmiottare le caratteristiche superficiali di altri sistemi scolastici, traducendosi, nei fatti, soltanto in bolle di sapone molto costose.
Personalizzare la didattica in classi numerose, eterogenee, senza strutture e con organici ridotti all’osso è una pia illusione
Collaboratore
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