LA MIA FORMAZIONE NELLA REDAZIONE DI UN QUOTIDIANO
Roberto Grandinetti Cosentino. Docente di Italiano e Storia nelle scuole secondarie di secondo grado, giornalista professionista e scrittore. Classe ’67, si sente ancora giovane per lunghe nuotate e tifare Cosenza in curva. Cronista di nera e giudiziaria per venti anni, ha lasciato la vita di redazione per fare il prof
Credo di essere un privilegiato per quanto riguarda la formazione. Ho provato già a spiegarlo nel mio libro Sono morto redattore. Le avventure di un giornalista rinato professore, che ("Cicero pro domo sua") consiglio vivamente. Parla di un giornalista professionista, il sottoscritto, che dopo vent'anni passati a caccia di notizie di cronaca nera e giudiziaria decide di passare, grazie al superamento di un vecchio concorso a cattedra, all'insegnamento. Un distacco traumatico ma necessario, figlio anche della crisi che attanaglia la carta stampata. E così da neo prof, nel bel mezzo del cammino di mia vita, mi trovai catapultato nel mondo della scuola, dove sono stato subito visto come una sorta di alieno. Ovviamente mi chiesi da dove cominciare, come presentarmi, come insegnare. Era il mio anno di prova e non volevo deludere le aspettative. Decisi di continuare a fare il giornalista anche a scuola. In redazione scrivevo sapendo che il giorno dopo mi avrebbero letto migliaia di persone sul cartaceo e molte di più online. Una grande responsabilità, che mi ha insegnato a stare attento all'errore, che è sempre dietro l'angolo, rigoroso nell'esposizione e rispettoso nei confronti di chi ti legge. Perché il giornalista è come un professore che spiega qualcosa a qualcun altro, in questo caso il lettore, che è sacro come sacro deve essere l'alunno. L'aver avuto a che fare con centinaia di persone mi ha dato inoltre la possibilità di confrontarmi con tantissime realtà socio-culturali, senza mai smettere di mettermi in discussione. Cosa che deve essere propria di ogni docente, che deve avere l'obbligo professionale e morale di aggiornarsi e confrontarsi continuamente, soprattutto con chi ha più esperienze e conoscenze di te. Una sorta di continuum formativo. Con quegli alunni, che percepirono la mia diversità, entrai subito in sintonia. Migliorammo insieme, confrontandoci su tutto e mettendo tutto in discussione. Alcuni ragazzi, che non avevano mai letto un libro, iniziarono a farlo e mi ringraziarono per avergli aperto nuovi mondi e modi di apprendimento. In quella classe, una seconda professionale, per l'anno di prova, riuscii anche a insegnare i rudimenti di latino abbinati all'analisi logica. L'esperimento culturale funzionò e quei giovani scoprirono che tradurre dal latino non era poi così arduo. Non avevo seguito corsi di formazione particolari, ma avevo un bagaglio professionale da spendere, quello giornalistico. Ancora oggi entro in classe da giornalista, con curiosità e voglia di conoscenza, da trasmettere agli alunni. Continuo a confrontarmi con chi ne sa più di me e non mi vergogno di chiedere aiuto o consigli. Ho con me diversi attestati formativi, utili certo, ma continuo a credere che la migliore formazione è quella che si fa ogni giorno in classe, davanti ad alunni che non devi deludere e insieme a colleghi (molto utili i confronti in auto tra i pendolari dei gruppi-viaggio) e dirigenti dai quali assorbire idee costruttive. Sono un alieno sognatore, che crede nella potenza della cultura e nelle capacità dei giovani, che devi saper conquistare esattamente come un giornalista deve fare coi suoi lettori. Spesso mi chiedo che professore sarei stato se non avessi avuto questa lunga formazione giornalistica. La risposta me la danno ogni giorno i miei alunni, che sembrano davvero reagire alle proposte di questo extraterrestre, fortemente convinto che la lettura e la scrittura salvano la vita.
Collaboratore
Cosentino. Docente di Italiano e Storia nelle scuole secondarie di secondo grado, giornalista professionista e scrittore. Classe '67. Cronista di nera e giudiziaria per venti anni, ha lasciato la vita di redazione per fare il prof.
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