LA SCUOLA: PALESTRA DI FORMAZIONE E CRESCITA CONDIVISA
Pensieri sparsi di fine anno, di una docente in crescita
Alessandra Luberto Docente di Italiano e Storia nelle Scuole Superiori. Con una forte passione per la letteratura contemporanea, e un passato di redattrice editoriale prima, di imprenditrice sociale poi, autodidatta della grafica e della stampa. Esperienza nelle associazioni giovanili ed ecclesiali e nel volontariato
È stata una fine dell’anno scolastico particolare questa del 2023. "Avevo" tre classi terminali, tre Quinte superiori. Una della scuola in cui sono in servizio e ho la cattedra. Due della scuola lasciata due anni fa. Classi, queste ultime, che ho lasciato alla fine del terzo anno, alla fine del periodo pandemico in senso stretto. Classi che ho lasciato fisicamente ma non emotivamente. Perché volevo seguire gli alunni anche da lontano fino alla fine del loro percorso. Sono entrata di ruolo nel 2018, in una scuola di un comune dell’alto Jonio cosentino. E ho incontrato loro: le prime classi che ho sentito davvero mie. Avevo tre classi all’epoca: 2 dell’indirizzo Tecnico-commerciale Turistico e una dell’indirizzo Costruzione, Ambiente e Territorio. Li ho conosciuti che erano bambini. Piccoli, vivaci, delle pesti. All’inizio abbiamo faticato a trovarci: pagavo l’inesperienza nella gestione delle classi. Ma piano piano abbiamo trovato un equilibrio, nonostante alcuni amassero più il bar che l’aula, il make-up più della grammatica, ma era divertente stare con loro, raccogliere i loro pensieri, a volte anche i loro segreti intimi. Poi da quel febbraio 2020, a metà del secondo anno, vivemmo l’anno più difficile del nostro rapporto insegnante-alunni: la distanza, la paura, l’apprendimento e l’insegnamento con modalità sperimentali, la G-suite, le nottate a rispondere ai messaggi. «Prof non so aprire l’account», «Prof, ho perso la password», «Prof ho paura: passo le giornate a guardare il soffitto», «Prof quando torniamo in presenza?». In mezzo a questo anche la mia malattia: un intervento, la preoccupazione per me, le terapie, le playlist di canzoni scelte da loro per farmi sentire meglio durante le sedute di chemio. E nell’autunno 2020 il periodo di malattia e la distanza: «Prof ma quando tornate voi»? Sempre. Una domanda costante e continua. Poi il ritorno, in DAD purtroppo, le sorprese, le lacrime di commozione, la felicità. Concludemmo l’anno scolastico in Didattica a Distanza con stanchezza e difficoltà, ma sempre con contatti continui, attraverso il cellulare che suonava ad ogni ora, anche di notte… E subito dopo arrivò la notizia del trasferimento: una doccia fredda per me e per loro. Per quanto fosse distante da casa, amavo quella scuola e quegli alunni. Perché mi erano stati vicini nel momento peggiore della mia vita, ma anche perché con loro ero cresciuta come insegnante, con loro avevo imparato a fare l’insegnante. Sul campo, non con i corsi di formazione, non sui libri. Gli ultimi collegamenti online furono un pianto continuo. Ancora oggi ricordo che l’ultimo giorno di scuola i più affezionati si collegarono solo per salutarmi. E questo affetto io non l’ho dimenticato: ho continuato a seguirli, ad informarmi tramite i miei colleghi o direttamente con loro, a seguire il loro percorso scolastico fino ai giorni scorsi. Finché non sono riuscita anche a vedere i colloqui di una parte di loro. Non sono più loro prof da due anni, eppure ogni volta che mi vedono e che li vedo è una festa. Reciproca. Ci sono legami che non si spezzano. Anche se ti ammali, anche se c’è una pandemia, anche se cambi scuola. Perché se non li abbandoni mai (col pensiero, con la vicinanza a distanza, con i contatti, con i social) gli alunni lo sentono. Alcuni mi hanno anche chiesto consigli per affrontare il colloquio, mi hanno mandato i loro percorsi perché glieli leggessi e correggessi, mi hanno scritto più e più volte per avere spunti, aggiunte, parole, frasi. Da loro e da tutti i miei alunni di questi anni (anche da quelli della mia scuola attuale), posso dire di aver imparato: la fedeltà, la responsabilità, la voglia di superarsi, l’amicizia sodale. Da alcuni in particolare, per le storie di vita che hanno dietro, chi di sofferenza, chi di voglia di oltrepassare i limiti dei propri disturbi di apprendimento, chi di maturità raggiunta prima perché la vita ti costringe a lavorare presto, a darti da fare molto prima di tanti altri. Il loro affetto, i loro volti, i loro abbracci sono la cosa più preziosa che un insegnante possa tenere con sè. E in mezzo a tutta questa bellezza però… c’è anche lo sconforto di quell’alunno di Terza che quest’anno è stato fermato. E che mi ha scritto per ringraziarmi della mia valutazione positiva e confidarmi il suo dolore per la non ammissione. Nel leggere il suo messaggio confesso di aver pianto. E non mi vergogno a dirlo. A lui ho dato appuntamento a settembre nella nuova classe, per vivere insieme un anno in cui potrà e dovrà riscattarsi dall’idea, che molti avevano maturato su di lui quest’anno. Ma mi ha fatto piangere il suo dolore. Non mi interessa se non sono la più brava a spiegare. Non mi interessa se spesso non completo il programma. Mi interessa di più entrare in sintonia con i miei alunni, voler loro bene, dare loro fiducia e incoraggiamento, dare tutta me stessa affinché crescano, acquisiscano gli strumenti per essere autonomi e diventare adulti. Mi interessa di più lasciare negli alunni delle mie classi un pezzetto di me, del mio essere, di dare un piccolo contributo agli uomini e donne che saranno domani. Non so se ricorderanno il mio amore per la letteratura, o se ricorderanno le mie parole su Petrarca, o Manzoni, o Svevo. Di sicuro ricorderanno quanto ci tengo a loro e quanto ci ho tenuto alla loro crescita. E questo lo ha compreso anche E., che sa di avere ancora una compagna di strada che cercherà di fargli vivere nel migliore dei modi un nuovo anno scolastico. L’insegnamento è una semina: oggi seminiamo, domani raccoglieremo. I ringraziamenti dei miei alunni che quest’anno hanno completato il loro percorso di studi sono “il raccolto”. Adesso loro affronteranno la vita vera, fuori dalle mura di una scuola ormai sempre più polverosa e immobile. Io invece continuo ad insegnare tra quelle mura e a credere che oltre ai contenuti e alle nozioni, la relazione educativa che instauriamo con gli alunni è la vera palestra formativa che prepara alla vita.

Redazione
Docente di Italiano e Storia nelle Scuole Superiori. Con una forte passione per la letteratura contemporanea, e un passato di redattrice editoriale prima, di imprenditrice sociale poi.
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