“TU CHIAMALE SE VUOI EMOZIONI”
Doris Bellomusto
Si è laureata in lettere classiche presso l’Università della Calabria, insegna materie letterarie presso il “Liceo G. Pascoli” di Barga (LU), dove vive dal 2011. Non ha mai dimenticato né i suoi studi classici né le sue radici meridionali. Dalle sue inestinguibili nostalgie sono nate le raccolte di poesie “Come le rondini al cielo”, edizioni “Tracce”, Marzo 2020; Fra l’Olimpo e il Sud, Poetica edizioni, Luglio 2021; Nuda, Ladolfi editore, Giugno 2022
La scuola, a me, da sempre, che sia un liceo, o una scuola media, riflette il presente con tutte le sue storture, il passato con tutta la sua inerzia, il futuro in tutta la sua confusione. A scuola, da sempre, io sento la fatica di spogliarmi dei vecchi metri di giudizio, accettare un tempo presente che non mi appartiene e a cui io non appartengo, immaginare che ogni studente sappia sorprendermi inventando un futuro “semplice” davvero... non solo nel nome. A scuola io faccio fatica ad accettare la sconfitta della democrazia, perché, purtroppo, la scuola è specchio fedele del presente, sempre. Eppure, da sempre, sento che alla scuola io appartengo, come per effetto di un antico sortilegio.
Alla fine di ogni anno scolastico mi resta addosso l’odore aspro degli adolescenti che non sanno che pesci prendere. L’odore grigio di chi non trova il senso della scuola.
Credo che la scuola vada rinnovata dall’interno, bisogna cambiare l’aria, restituire senso. Ci provo. Fallisco. Ci riprovo. Il più grande fallimento sarebbe, per me, accettare che l’adolescenza non abbia più l’odore fresco di un bucato steso al sole.
Ogni volta che correggo i compiti di italiano, in particolare quelli dell’ultimo esame di maturità, mi ritrovo a pensare a quanto sia difficile educare. Mi rendo conto che sempre più studenti hanno bisogno di sentieri tracciati, con fatica si mettono in discussione abitudini e pensieri correnti. Troppe cose importanti sono svalutate dal nostro mondo adulto: le emozioni, la fantasia, la disobbedienza, lo spirito critico, la logica, la pazienza, l’ascolto di sé, l’espressione creativa. Sono contenta del lavoro che faccio; dei miei studenti; della sfida che rappresenta la scuola, un’istituzione in crisi, ma necessaria, ineliminabile. Sono contenta, ma non so da dove cominciare e ricominciare ogni giorno. C’è bisogno di aiuto, bisogna che le storie belle piovano sul cuore dei bambini e dei ragazzi sempre, bisogna farli leggere, portarli al cinema, al mare, al teatro, fargli ascoltare musica buona, raccontargli l’amore e la morte, tenerli a contatto con la terra, abbracciarli e tenerli lontani dalla “banalità del male”. Non può fare tutto la scuola, è vero, ma la scuola può accorgersi di quanto sia urgente per i suoi studenti ricominciare a vivere, al di là degli schemi e degli schermi. Io non lo so se la mia generazione è in grado di farlo, se io sono in grado di farlo, so che da qualche parte bisogna iniziare.
La scuola mi ubriaca di tenerezza. Ci sono giorni che mi consuma, giorni che mi nutre, giorni che mi trascina altrove da me stessa, giorni che mi innamora. Eppure, mi sembra sempre di navigare a vista, non mi sento mai abbastanza “formata”, sarebbe necessaria una didattica capace di introdurre alla vita, offrire una chiave interpretativa all’esperienza e, per questo, sarebbe necessaria una formazione permanente e gratuita, una formazione che ci indichi la strada per portare in ogni aula un po’ di vita, che accorci le distanze fra il mondo e le aule e ci restituisca entusiasmo, autorevolezza e gioia, e che non parli solo di competenze, ma di emozioni, di realtà e complessità, seguendo la strada tracciata da Edgar Morin.
A me la scuola piace, mi piacciono gli adolescenti, mi piace guardarli, stanarli, addomesticarli, come fa la volpe con il piccolo principe e viceversa. Ho imparato negli anni a pensare a uno studente per volta, prima che alla classe nella sua interezza. Ogni classe è un sistema complesso, bisogna lavorare cercando l’equilibrio fra l’attenzione particolare a ogni singolo studente e l’attenzione generale al gruppo. Se la formazione degli insegnanti fosse dedicata anche e soprattutto a questo, forse, la scuola diventerebbe un luogo da abitare più che un non luogo in cui sostare per poche ore al giorno, distrattamente.
La scuola mi ubriaca di tenerezza

Redazione
Si è laureata in lettere classiche presso l'Università della Calabria, insegna materie letterarie presso il "Liceo G. Pascoli" di Barga (LU). Autrice di raccolte di poesie ("Come le rondini al cielo" 2020, "Fra l'Olimpo e il Sud" 2021, "Nuda" 2022).
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