La grave leggerezza della scuola non vedente
Claudio Dionesalvi Mediattivista, insegnante nelle scuole secondarie di primo grado, ultrà del Cosenza, militante del CSA Gramna. Scrive su Il Manifesto, si occupa di scolarizzazione di alunni rom
La parola “cieca“ sarebbe offensiva per definire la scuola del presente. Il linguaggio che usiamo è stato riformato più volte negli ultimi decenni. Mettere in discussione le parole significa riflettere sui nostri pensieri. Così abbiamo imparato a bandire alcuni termini: l’orribile “H“, che in passato accompagnava il cognome degli alunni definiti “portatori di Handicap“, in anni recenti è stata rimpiazzata dal sostantivo “disabile“ che a sua volta poi è slittato verso un aggettivo: “persona disabile“. Infine, di recente, si è preferito il complemento di modo (o di mezzo o di compagnia): “alunno CON disabilità“.
Sarebbe dunque irriverente verso chi è privo della vista etichettare come “cieco“ l’attuale sistema d’istruzione. Meglio ricorrere all’espressione “non vedente“ che è sinonimica e forse anche più efficace. Ecco, la scuola odierna è non vedente. Sono sempre di meno gli insegnanti che riescono a vedere la povertà e il disagio psichico di tantissimi alunni e alunne. Il loro non è un atteggiamento di indifferenza; più che altro, un’incapacità di riconoscere queste condizioni. È frequente, durante i consigli di classe, imbattersi in docenti che nelle valutazioni sul comportamento e sugli apprendimenti attribuiscono voti punitivi, quindi bassi, a ragazzi e ragazze con autismo, sindrome di down, gravi forme di ritardo oppure provenienti da famiglie disagiate. “È cattivo, non segue, non si impegna, è limitato, scostumato“. Capita sempre più spesso che simili giudizi echeggino, durante gli scrutini, intorno al rendimento scolastico di bambini e ragazzi già segnati dalla vita. Non desti meraviglia. La scuola non è una dimensione staccata dalla realtà. Gli insegnanti che oggi prestano servizio hanno un’età media di 51 anni. Pertanto raggiunsero la cosiddetta età della ragione mentre imperava il verbo berlusconiano: “Andate e arricchitevi tutti“. E i docenti più giovani, nella maggior parte dei casi privi di qualsiasi esperienza sociale e cultura politica, sono connaturati al catto-salviniano “Fotti il prossimo tuo come NON FOSSE te stesso“.
Inoltre negli ultimi anni abbiamo assistito a una migrazione da altri settori lavorativi. Ingegneri, architetti, giornalisti, ricercatori e avvocati, preso atto dell’insostenibilità o del carattere ormai poco remunerativo di certe professioni, si sono tuffati nella scuola. Ci sono rischi e benefici in ogni esodo. Da un lato, questi docenti bricolage immettono nelle aule scolastiche nuovi e preziosi saperi. Dall’altro, quando sono privi di vocazione e talento didattico, provocano disastri pedagogici, perché scambiano gli alunni per malati, clienti e detenuti.
Ridotta a un surrogato educativo, sovraccarica di deleghe, adempimenti burocratici, quiz e funzioni aziendali o assistenziali che non le
“Ecco, la scuola odierna è non vedente”

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Mediattivista, insegnante nelle scuole secondarie di primo grado, ultrà del Cosenza, militante del CSA Gramna. Scrive su Il Manifesto, si occupa di scolarizzazione di alunni rom.
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