Giovanni Scavello Docente di informatica negli Istituti superiori. Dopo aver studiato e insegnato tra la Spagna e l’Emilia, vive a Roggiano Gravina (CS) provando a coniugare agricoltura biologica e software libero
Il difficile viene adesso: parlare di leggerezza in modo leggero. Un po’ come la scritta VIETATO VIETARE: un rompicapo, un paradosso. Lo stesso Calvino nelle sue Lezioni americane, per parlare di leggerezza dispiega una potenza di fuoco linguistica non indifferente, basata sull’uso di molte citazioni, innumerevoli rimandi e un lessico tutt’altro che leggero. Solo per citare alcuni passaggi iniziali:
"[…] sì che colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se ne andò."¹
"[…]. Il faut être léger comme l’oiesau, et non comme la plume"²
"Poi l’informatica. È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza senza l’hardware; ma è il software che comanda […] sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo da elaborare programmi sempre più complessi."³
Nel tentativo di schiarirmi le idee, seguendo alla lettera i suggerimenti che Giuseppe Bornino fornisce nel nostro editoriale, ho provato a rovistare velocemente nella memoria per trovare immagini che permettano di rendere immediato il senso della calviniana leggerezza. E ho trovato: l’irriverente cucchiaio di Totti contro l’Olanda, la formula dell’energia di Einstein, i componimenti di Trilussa. Certo le accoppiate Totti-Calvino o Calvino-Trilussa possono suonare azzardate e forse risulta meno improbabile il duo Einstein-Calvino, giganti della cultura del secolo scorso. Ma in ognuna di queste immagini ritrovo un tratto comune: la leggerezza del gesto come momento di arrivo di un percorso fondato sulla consapevolezza dei propri mezzi e su un invisibile quanto sostanziale lavoro quotidiano che proprio nell’istante della sua espressione trova il suo compimento. A seguire qualche appunto/spunto disordinato sul tema.
La leggerezza non si improvvisa
All’epoca del TFA il docente di fisica a cui ero stato affidato augurava a ogni inizio di giornata scolastica un "Buon teatro a tutti". Allora non capivo, ma dopo aver frequentato per qualche anno scuole diverse per geografia, indirizzo e provenienza sociale, il senso di quelle parole mi fu più chiaro e ho capito che l’improvvisazione non si improvvisa. L’improvvisazione è un’arte, è l’arte di saper attingere alle proprie risorse nel momento opportuno⁴. Anche il cucchiaio di Totti, così come i componimenti di Trilussa sono arte: sono leggeri nella forma ma pesanti nella sostanza. Anzi, una forma che diventa sostanza. Il cucchiaio è innanzitutto un gesto tecnico (bisogna avere la capacità di eseguirlo) e il dialetto è uno strumento linguistico estremamente potente (ma bisogna avere la capacità di usarlo per parlare a tutti). Sia l’uno che l’altro sono il risultato di un percorso. In questo senso la leggerezza denota padronanza e sicurezza, è manifestazione di un mondo interiore, di una storia che si costruisce giorno dopo giorno e di un metodo che permette di rigenerare e rigenerarsi. Indipendentemente dall’ordine, dal grado e dalla nostra formazione, riportiamo nelle nostre classi (e lo riportano i nostri studenti) ciò che siamo, ciò che siamo stati e ciò che viviamo dopo il suono dell’ultima campanella di giornata. In quanto docenti abbiamo la responsabilità oggettiva di fare in modo che i nostri bambini e i nostri ragazzi possano, attraverso il nostro modo di stare in classe e di parlare delle nostre discipline, trovare uno stimolo per potere affrontare il quotidiano. La ricerca-azione che molti di noi –con calviniana leggerezza, faticosamente e a luci spente– portano avanti quotidianamente nel silenzio istituzionale è rimasta uno dei pochi strumenti che possiamo usare per aiutarli a non rimanere impantanati nelle sabbie mobili del presente.
Non c’è leggerezza senza conoscenza
E=mc² è una formula con matematica da scuola media e fisica da premio Nobel. Un manifesto della leggerezza. La disarmante semplicità, diventata icona pop, di una equazione che ha cambiato la storia è prima di tutto una porta su un nuovo modo di interpretare l’esistente. Interpretare vuol dire "capire e spiegare tutto ciò che è espresso o raffigurato in forma simbolica, con segni convenzionali, o comunque con mezzi non accessibili a tutti"⁵. L’interprete è un ponte fra due mondi, deve conoscerli entrambi per fare in modo che i mondi possano comunicare. E il ponte non può essere né troppo pesante, perché crollerebbe, né troppo leggero, perché non sopporterebbe il peso di ciò che lo deve attraversare. La conoscenza diventa quindi requisito indispensabile per l’ampliamento degli orizzonti e delle possibilità. La conoscenza ci porta al confronto col passato e con gli altri: deriva dall’esperienza personale o dalla memoria di chi prima di noi ha percorso strade nuove e ce le ha tramandate sotto forma di nuovo elemento di conoscenza. Ma ci dice anche che potremmo essere noi a percorrere strade nuove. Siamo diventati leggeri quando dopo aver inventato la ruota abbiamo spostato la nostra attenzione su come usarla per muoverci senza doverla reinventare ogni volta; siamo diventati leggeri quando dopo aver inventato la scrittura l’abbiamo tramandata e siamo entrati in contatto con ciò che altri hanno pensato a km e secoli di distanza. Non dobbiamo però confondere, e mi rifaccio nuovamente alle parole di Bornino, la conoscenza con "il vuoto nozionismo". Mentre la prima racchiude una concezione dinamica e generativa di nuove idee, la seconda è arido collezionismo e sulle idee non viene esercitata nessuna riflessione critica.
Alleggerire
In ambito informatico esiste una terminologia specifica per quei software che sono onerosi in termini di risorse hardware ma che tuttavia non forniscono un miglioramento significativo dell’esperienza d’uso o delle funzionalità. Quasi sempre questi software sono presenti al momento dell’acquisto dei dispositivi e comprendono applicazioni che vengono incluse senza che sia stato chiesto all’utente se intenda o meno installarle. Il loro nome è BLOATWARE e spesso ce li teniamo installati per ignoranza o per pigrizia, salvo accorgerci della loro presenza quando il sistema "si impalla". Esistono tuttavia strumenti che possono essere utilizzati per eliminare dal sistema tutto ciò che è noto essere inutile, per renderlo più leggero: i DEBLOATER⁶,⁷. Il sistema Scuola è impallato da tempo, appesantito dal bloatware che è stato installato nel corso delle diverse riforme e che lo hanno ridotto a poco più che un simulacro. Le proposte per poterlo alleggerire ci sono ma sono disperse nelle innumerevoli esperienze locali e i mille rivoli di una comunità di docenti che ancora crede nel valore dell’istruzione in sé. Purtroppo tali proposte (didattiche, organizzative, politiche) non vengono tenute in considerazione e chi prova ad agire diversamente trova sempre meno spazi d’azione, appesantito da mille vincoli burocratici e culturali. La leggerezza rimane relegata a un atto di testimonianza, una buona pratica di resistenza. Della quale però non si può davvero fare a meno.
Note: 1 Calvino, I., Lezioni americane, ed. Oscar Moderni 2017, pag 19. 2 Ibidem, pag 15. 3 Ibidem, pag 12. Da tenere in considerazione che la prima edizione della raccolta è del 1988: Internet era ristretto all’ambito militare e accademico, il computer non era diffuso in tutte le case, lo smartphone era fantascienza. 4 https://www.roars.it/contro-le-derive-delleducazione-azienda-militarismo-digitale-la-scuola-come-il-teatro-due-arti-dal-vivo/ 5 https://www.treccani.it/vocabolario/interpretare/ 6 https://github.com/LeDragoX/Win-Debloat-Tools 7 https://github.com/0x192/universal-android-debloater

Redazione
Docente di informatica negli Istituti superiori. Dopo aver studiato e insegnato tra la Spagna e l'Emilia, vive a Roggiano Gravina (CS) provando a coniugare agricoltura biologica e software libero.
Commenti
Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.
Continua a leggere
FINCHÉ C’È CORSIVO C’È SPERANZA
(NON TUTTO È PERDUTO)
Di fronte ai nuovi linguaggi, dai social al "corsivo" parlato, non tutto è perduto. La scuola e gli adulti devono imparare a scindere, comunicare e informare per trasformare la comunicazione in uno strumento di salvezza.
I NOSTRI PRIMI 50 ANNI!
L'autrice ripercorre con orgoglio i suoi anni di studio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Unical ad Arcavacata. Un ricordo personale che celebra i primi cinquant'anni dell'Ateneo calabrese, rivendicando l'importanza della formazione e della cultura per il proprio territorio.
LA SCUOLA ITALIANA HA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?
L'articolo riflette sulla crescente incomunicabilità tra scuola e nativi digitali, criticando la spinta aziendalistica e l'iper-digitalizzazione. Sottolinea l'urgenza di recuperare una dimensione analogica e il valore profondo della parola per combattere l'impoverimento linguistico e relazionale.