Giuseppe Bornino
"Mi sembra di conoscerti da sempre", "è come se ti avessi incontrato, adesso, per la prima volta"; "quando sono insieme a te, il tempo sembra proprio volare", "vorrei che questo momento passasse il più in fretta possibile"; "la lezione di filosofia di oggi mi è parso sia durata tre ore", "sentirl* parlare non mi pesa proprio". Queste espressioni, che viaggiano tra il proverbiale e l'esperienziale, sono particolarmente eloquenti, anche se non ce ne accorgiamo subito, probabilmente. Ci stanno, in altri termini, comunicando qualcosa. E che cosa? Che la faccenda del tempo è una faccenda talmente complicata che non può essere sbrigativamente risolta guardando l'orologio, puntando il timer o rovesciando la clessidra. Esistono, almeno, due differenti forme che il tempo può assumere e due diversi atteggiamenti umani correlati. Ce lo insegna Agostino d'Ippona, filosofo tardoantico con la predisposizione alla santità, quando distingue il tempo cronologico, quello cui tutt* siamo irrimediabilmente e trasversalmente sottopost*, dal tempo concepito, parole sue, come una sorta di distensio animi, di anima che si stiracchia e distende, con un'imprevedibile intraprendenza. Quell'anima che, sempre partendo dal presente, si rivolge al passato, trasformandolo in memoria, in vivo ricordo, in vecchio fotogramma che sprona, induce, contamina; quella stessa anima che, "agganciata" a un corpo presente qui e ora, sbatte i piedi, si schiaffeggia, corre sul posto, per tramutarsi in attenzione, in presenza attiva, vigile e produttiva; quell'anima, sempre lei, che protendendosi verso il futuro ne cambia i connotati, mutandolo in attesa costruttiva, in preparazione, più meno zelante e certosina, di un domani migliore, a nostra immagine e somiglianza.
Una faccenda che, spiegata così, attraverso i mirabili ragionamenti del nostro filosofo, avvince e convince studentesse e studenti, sempre molto attent* alla questione della percezione soggettiva del mondo, l'unica questione, peraltro, filosoficamente e didatticamente sensata. Così, quando nelle mie classi, mi trovo a parlare della soggettività del tempo, quasi per magia, spunta la figura di Italo Calvino, la leggerezza fa capolino. La leggerezza di un tempo altro, di un tempo sentimentale, di un tempo individuale, che preme per affrancarsi dalla pesante cronologia della vita quotidiana, dove tutti i passi, troppo spesso, sono scanditi da vincoli, impegni, ricorrenze, obblighi, scadenze. Non credo che mai nessuno al mondo abbia pagato con leggerezza una multa per eccesso di velocità oppure non abbia avvertito l'immane peso del festeggiamento o celebrazione a tutti i costi. Si genera, allora, una profonda frattura, a volte quasi abissale, tra la gestione amministrativa, burocratica, pesante del nostro tempo quotidiano e l'apertura a un tempo della libertà, dell'immaginazione, della creatività, un tempo imprevedibile, un tempo nascosto, un tempo tanto prezioso quanto leggero. Scrive Calvino, proprio nella sua celebre lezione legata alla leggerezza: "cercavo di cogliere una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo, ora drammatico ora grottesco, e il ritmo interiore picaresco e avventuroso che mi spingeva a scrivere. Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l'agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c'era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l'inerzia, l'opacità del mondo: qualità che s'attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle". Quando Calvino parla dell'avventuroso ritmo interiore, non sta forse alludendo proprio al tempo soggettivo di cui ci parla Agostino, quel tempo emozionale che, intrepido, ci spinge ad arrischiarci nel mondo? E quando, invece, parla della drammaticità del mondo che, troppo spesso osserviamo come inerti spettatrici e spettatori, non si sta forse riferendo all'opaca oggettività del tempo meccanico, il tempo della burocrazia, dei calendari, delle sveglie sempre troppo invadenti? C'è uno iato che separa, secondo le parole di Calvino, i fatti della vita, concepiti nella loro banale nudità, e l'agilità scattante e tagliente che, grazie al movimento della nostra anima, a volte, per fortuna, tentiamo di donare al mondo stesso, sforzandoci di superare il pavido peso dell'inerzia.
Agostino che, a secoli di distanza, influenza Calvino. Quest'ultimo che, con un gesto inconsapevole, ritorna agli insegnamenti del grande maestro filosofico. Io che, da povero insegnante di provincia, faccio da tramite logico e spirituale, intercettando le attenzioni delle classi, per una lezione che, tanti sono gli esempi correlabili (dalla scrittura all'amore, dall'arte all'amicizia, dal lavoro allo svago), potrebbe durare ore e ore. Ma è proprio sul più bello, come sempre, che il tempo oggettivo e pesante della campanella interrompe l'amabile e distesa conversazione, riportandoci all'opacità del mondo e alla triste scansione dell'orario scolastico. Me ne sarei uscito quasi deluso e sconfortato se, dalla seconda o terza fila, una voce non fosse giunta prorompente: "oggi, la lezione di filosofia è proprio volata". Non rispondo, sorrido e me ne esco. Leggero.
Quando nelle mie classi, mi trovo a parlare della soggettività del tempo, quasi per magia, spunta la figura di Italo Calvino, la leggerezza fa capolino

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