Tu chiamala, se vuoi, astrazione
Giuliana Scura Cosentina (ma pure molto arbereshe), cinquant’anni. Insegna Lettere nella scuola secondaria di I grado dell’Ic “Via Roma Spirito Santo” di Cosenza dopo la decennale esperienza nei giornali locali
E se non la chiamassimo leggerezza ma astrazione?
No, non è che vogliamo raccontarci di non dover essere dirompenti o anche maestosi se è necessario. Ma capaci di astrazione che è l’esatto contrario del sorvolare. È la capacità di concentrazione in un pensiero o in una forma di presenza tale da non dar peso ma importanza sì.
Questo tenersi in un equilibrio garantito soltanto dalla leggerezza degli elementi, farsi gancio reciproco per trattenersi senza lasciare sfuggire nemmeno un granello nelle funzioni fondamentali di nutrire da una parte e sorreggere dall’altra. Senza sforzo apparente quando, in realtà, si fa ginnastica di muscoli e intenti senza sosta.
Tutta teoria? Mica tanto. Solo che qui stiamo parlando di Calvino, mi sa, che, di leggerezza, ha avuto da insegnarci parecchio sebbene l’aforismario dei social ne abbia fatto scempio.
Marco Polo incontra Calvino in questi giorni. Di nuovo. E festeggiano insieme, a distanza di poco più di tre mesi, sette secoli dalla scomparsa di uno, un secolo di vita (interrotta) l’altro.
E Le città invisibili sono un campionario senza limiti di leggerezza e astrazione.
Pensiamo solo alle città sottili. Al loro arrampicarsi sul vuoto in un equilibrio che resta precario e immobile. O alle città e il cielo, nel cercare l’armonia del firmamento sbagliando ogni calcolo perché le cifre non possono mai descrivere l’immensità del blu.
Non c’è ordine nella leggerezza, non c’è ordine nell’astrazione: compiere atti liberi e felici è quello che ci rende capaci di costruire ed edificare solide fondamenta, mura incrollabili.
“La Luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza“.
E in astrazione, aggiungiamo. Non esulare dal reale ma, come diceva?, “planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore“.
Metterci la testa ché l’astrazione è “opera dell’intelletto, che, ricevute le immagini delle cose, prescinde dalle loro connotazioni sensibili per giungere alla loro essenza intelligibile e universale“.
Aristotele la faceva un po’ più complicata arrivando al punto. All’essenza. Del resto, i nomi astratti in grammatica non sono sentimenti e idee?
Collaboratrice
Cosentina (ma pure molto arbereshe), cinquant'anni. Insegna Lettere nella scuola secondaria di I grado dell'Ic "Via Roma Spirito Santo" di Cosenza dopo la decennale esperienza nei giornali locali.
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