Mi chiamo Maria Teresa ho 17 anni e a settembre frequenterò l’ultimo anno di liceo scientifico presso il Polo Scolastico di Amantea. Oltre allo studio le mie passioni sono la lettura, la scrittura, il giardinaggio e la cucina. Le prime due sono per me sinonimo di arricchimento e soddisfazione personale, le seconde due invece sono motivo di gioia e sinonimo di famiglia
Se sono qui a discutere di molteplicità è perché quella frase "Un altro sguardo è sempre possibile" ha acceso in me la voglia di fare qualcosa. Ebbene sì cari lettori ho detto voglia e non speranza perché penso che questa sia un sentimento negativo e per certi versi ingannevole impartita da chi sta sopra di noi per cercare di farci abbassare lo sguardo e per non farci scrutare il cielo che è il primo passo per "volare" parafrasando Baudelaire. In questo caso quindi potremmo dire che parlano di speranza coloro i quali si fanno promotori dell’inutile unicità. Io credo e sposo fortemente la teoria mediante il quale il cambiamento parte dalla nostra testa e dalle nostre azioni, di conseguenza credo che spesso le soluzioni non le dobbiamo cercare in lungo e in largo in questo puntino blu che egoisticamente abitiamo, ma piuttosto nella nostra razionalità. A tal proposito non posso non citare "Contengo moltitudini" di Walt Whitman. Mi corre quest’obbligo perché lo scrittore in queste poche ma significative pagine si discosta da ciò che la società ci richiede e da quell’essere monolitico e stazionario che nel tempo siamo diventati. Leggendo già solo il titolo del libro una domanda sorge spontanea: "se siamo in grado di contenere moltitudini, perché non siamo in grado di accettare le sfumature?" forse perché a vedere o tutto bianco o tutto nero ci sentiamo più forti, capiti e protetti o perché quelle sfumature ci fanno paura, perché sono più grandi di noi o perché forse abbiamo paura di scontrarci con la complessità che vediamo come confusione.
Di questo limite dobbiamo svestirci e indossare l’abito del coraggio e della trasformazione. Questa genera dettagli dai quali si inerpica la molteplicità così come ci spiega Gadda nella descrizione del risotto alla milanese, interpretato poi da Calvino. Quest’ultimo ci dice che dalle infinite vie prende vita una letteratura plastica e multiforme. Queste caratteristiche si uniscono una vera e propria potenza per dar voce ai concetti silenziosi. Da abitante della società occidentale dominata dal dualismo comprendo che non è semplice concentrarsi sul tema del molteplice senza parlare dell’univoco. Però proviamo almeno a farlo in quei luoghi definiti "palestre per la vita" in cui spesso questi temi sono caldi e spesso scottanti.
Nella scuola in cui vivo io l’aspetto del molteplice viene spesso tralasciato perché c’è sempre un problema di integrazione del diverso, di coloro i quali si differenziano dalla massa per qualche caratteristica, da quelle più evidenti a quelle più intime e profonde. Questo è forse la fattezza della scuola italiana che meno ammiro e più lamento perché mi rendo conto che spesso chi non conosce perfettamente la lingua, la letteratura, le tradizioni italiane viene visto come il rallentatore di un meccanismo, come l’inceppo di una catena di montaggio basata sul niente o al massimo sui programmi ministeriali fiabeschi e variopinti che non tengono minimamente in considerazione il fatto che dietro una cattedra ci sono delle persone in carne e ossa che hanno il sacrosanto diritto di fare dei collegamenti multimediali che prevedono del tempo, di fare interrogazioni al sapore di dedizione e amore per il proprio lavoro, di fare lezioni dedicate all’attualità, e infine non per importanza di dedicare del tempo alla conoscenza. E non miei cari lettori non sto mettendo in dubbio il bagaglio culturale dei docenti, ma voglio dire che per apprezzare l’altro, il diverso se così vogliamo definirlo, occorre conoscere la parte di storia di sé stesso vuole metterci a disposizioni, il suo modo di vedere le cose, le sue idee che possiamo anche non condividere ma che abbiamo il dovere di ascoltare. infine propongo quindi che ci sia maggiore flessibilità, e non mi riferisco ai voti, agli orari scolastici ridotti o modificati, ma alludo piuttosto a un maggiore spirito di scoperta di sé stessi e soprattutto delle cose che ignoriamo per scelte o per luogo comune.
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