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Il linguaggio si dice in molti modi

21 maggio 2026 3 min

Scriveva Wittgenstein che «una delle cause principali della malattia filosofica è una dieta unilaterale: nutriamo il nostro pensiero con un solo tipo di esempi». Poiché per l’autore delle Ricerche filosofiche il fatto di pensare significa pensare con le parole -del resto quali mezzi impiego quando penso di “scrivere questo articolo” o quando penso al concetto di “spirito” oppure all’eventualità di “rifiutare di svolgere un certo incarico” se non mezzi linguistici?- allora il disagio teorico e più in generale il malessere di una forma di vita dipendono dall’uso del linguaggio. Più l’uso è monolitico e modellato su un’unica specie di pratica verbale e pure cognitiva, più la mente e il corpo diventano preda di crampi che ci votano all’infelicità, a una vita popolata da fantasmi e superstizione, a un’esistenza da integrati nelle mode e nelle consuetudini dominanti.

Nell’epoca in cui tutto si fa con il linguaggio, perché innanzitutto con il linguaggio si lavora e si produce profitto e sfruttamento, sperimentiamo la tendenza a uniformare le parole e i pensieri a meri strumenti di comunicazione. Perché? La ragione sta nel rendersi conto di come l’uso comunicativo del linguaggio -c’è un messaggio che un emittente produce, racchiudendo in esso uno stimolo ambientale o psicologico, e che intende inviare a un destinatario- sia quello più funzionale al mercato e ai suoi miti. Comunicare implica il fatto di utilizzare le parole come dati tra trasmettere, parole come elementi quantitativi misurabili e calcolabili, un materiale puramente esteriore senza nessuna profondità, etichette per nominare le cose o esse stesse in quanto cose, prodotti, merci. Oggetti di consumo, usa e getta, nei cui confronti non c’è cura alcuna.

Facciamo un esempio. Il linguaggio del lavoro a scuola non è più connesso con la scienza, meno che mai con la politica (a meno che non si tratti di posizioni apologetiche e perfino reazionarie che, attenzione, non sono solo di destra!). È un linguaggio che serve a produrre e a comunicare contenuti funzionali alla tecnica, al sapere strumentale volto a professionalizzare studenti e studentesse, finalizzato cioè al successo personale, alla competizione, al mercato. La scuola è «un luogo senza studio» affermava Domenico Starnone una trentina di anni fa: la conoscenza non è più il pilastro dell’istituzione scolastica, il posto di comando ce l’hanno le competenze, cioè il fatto di imparare a essere duttili, plastici, ad adeguarsi ai contesti più diversi, insomma imparare a essere potenzialmente bravi a svolgere compiti di ogni sorta, a diventare professionali. Ecco, per una scuola delle competenze non servono la molteplicità e la varietà degli usi linguistici, serve l’uso comunicativo del linguaggio, servono le parole come strumenti.

Un modo per uscire dall’impasse consiste nel rinunciare a comunicare. Il linguaggio non è comunicazione. Prendere atto di questo evento comporta sul piano della prassi quello che Calvino nella lezione americana sulla molteplicità chiama lo «sfruttamento del potenziale semantico delle parole, di tutta la varietà di forme verbali e sintattiche con le loro connotazioni e coloriture e gli effetti il più delle volte comici che il loro accostamento comporta». Comunicare è solo uno degli usi del linguaggio, non ne esaurisce affatto l’impiego. In questo senso, nella vita degli esseri umani viene prima il fatto di parlare in molti modi e di avere molteplici relazioni con gli altri e con il mondo, di essere un nodo della rete, e solo dopo viene l’utilizzo delle parole come mezzi di comunicazione. Chi inverte l’ordine tra linguaggio e comunicazione o ignora oppure è in malafede. Nel primo caso, la malattia di cui diceva Wittgenstein è sanabile e la medicina equivale al veleno che l’ha prodotta: il linguaggio. Anche nel secondo caso il malessere è sanabile, ma oltre alla cura di sé e al dialogo serve socializzare la rinuncia a comunicare, c’è bisogno che la cura di sé diventi cura delle parole in senso collettivo.

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Angelo Nizza

Collaboratore

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