Intervista a Ercole Giap Parini
Gennaro Ponte dialoga con Ercole Giap Parini
Ercole Giap Parini è professore di Sociologia generale e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria. I suoi ambiti di ricerca spaziano dalla teoria sociale alla sociologia della scienza, senza dimenticare il rapporto tra letteratura e scienze sociali, con particolare attenzione all’uso dei testi letterari nella ricerca sociologica. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Il cassetto dei sogni scomodi. Ovvero, quel che della letteratura importa ai sociologi, Mimesis 2017; Gli occhiali di Pessoa, Quodlibet 2012; Sapere scientifico e modernità, Carocci 2006; con Teresa Grande ha curato il manuale Sociologia. Problemi, teorie, intrecci storici, Carocci 2014.
Quali sono le funzioni della letteratura?
La letteratura è generalmente considerata attività di evasione, di svago, al più di ristoro interiore; è sicuramente meno frequente indicarne le caratteristiche di essenzialità per la nostra vita, sia a livello di individuo sia a livello di specie. Raccontare storie svolge infatti molte funzioni necessarie e atte a spiegare il nostro livello evolutivo: aiuta a dare senso, e un pur precario ordine, al nostro mondo; favorisce l’empatia perché ci invita ad assumere sulla nostra tutte le vite che ci vengono narrate; soprattutto, è prodotto e produttrice di immaginazione: l’autore immagina sia i personaggi sia contesti nei quali li fa muovere, a sua volta il lettore è chiamato a tradurre quelle parole, quindi quei personaggi e quei contesti, nella propria sensibilità e nel proprio mondo di esperienza, dando toni che gli sono propri, esclusivamente propri. Insomma, una proliferazione di mondi immaginati.
Perché è opportuno che i sociologi si occupino (e si preoccupino) delle fonti letterarie?
La sociologia si occupa di letteratura da tanto tempo; probabilmente sin dall’inizio della propria storia. Da qualche parte ho scritto di un rapporto generativo: un illuminista come Montesquieu, considerato anche un proto-sociologo, nelle Lettere persiane ha voluto leggere il proprio mondo e la propria quotidianità attraverso lo sguardo di due viaggiatori persiani. Questo espediente letterario ha restituito agli occhi e alla intelligenza dell’autore curiosità e meraviglia per le cose date per scontante, portando alla luce elementi nascosti sotto la coltre dell’usuale. Ecco, la capacità di guardare con curiosità e con meraviglia a tutti i mondi, a partire dal proprio, è caratteristica costitutiva di chiunque voglia fare sociologia. In questi anni, vi è un rinnovato interesse per la letteratura da parte dei sociologi, interesse per certi aspetti inedito, almeno rispetto al campo di studi tipico della sociologia della letteratura. Stiamo cominciando a chiederci come la letteratura entri nelle vite delle persone, a partire dalla nostra esperienza di sociologi. La letteratura è, ad esempio, in grado di stimolare la costruzione di chiavi di lettura nuove o relativamente nuove rispetto a ciò che studiamo, invitandoci a immaginare nuovi mondi o mondi alternativi; allo stesso modo, il rapporto con la letteratura offre modalità, soluzioni, capacità di interpretazione che entrano nella nostra quotidianità. Sono altresì convinto che la letteratura sia una grande serbatoio in continuo fermento di tipi sociali che poi vengono a fornire delle cornici capaci di ispirare il comportamento di noi tutti. A volte, ci sentiamo o vogliamo sentirci un poco come Don Chisciotte, che combatte contro mulini inesistenti, o come Paolo e Francesca colpevolmente appassionati; altre volte ci ispiriamo allo scrivano renitente di Melville; proviamo, anche per cose minute, il senso di colpa e la volontà di espiazione che hanno tormentato Raskòlnikov… e potrei continuare per ore. Tutto questo accade anche senza avere letto le opere direttamente o nella loro completezza: perché la nostra cultura ne è intrisa: anche mio nonno, che a stento sapeva leggere, sapeva che Pinocchio diceva le bugie e che i tre moschettieri erano tre valenti cavalieri. E persino quei mulini a vento non gli erano estranei. Si tratta insomma di processi che devono essere studiati intensamente; io mi ci sto divertendo tantissimo.
Quale Autore/Autrice ha avuto una maggiore influenza sul tuo pensiero?
Senz’altro Fernando Pessoa, anzi è lui il colpevole della virata letteraria che ho dato al mio modo di fare sociologia. Ero alla ricerca di nuovi e diversi interessi rispetto a quelli sui quali da anni facevo ricerca; anzi, ero proprio alla ricerca di nuovi interessi esistenziali e quotidiani. La mia inquietudine di allora ha incontrato un’altra inquietudine, quella del semi-eteronimo pessoano Bernardo Soares. E chi mi conosce sa che per me Pessoa è stato un imbuto e che dalla sua opera non sono più uscito.
Per quali ragioni?
Pessoa è l’autore che ha messo in vita tanti eteronimi, vale a dire degli autori nati nella sua testa che gli hanno permesso di interpretare la produzione letteraria da prospettive, posture e biografie sempre diverse. A lui una vita non bastava per fare tutte le esperienze possibili ha escogitato la sua soluzione di crearsene tante. Credo che il tema dell’identità e del suo stiramento emerga in maniera eclatante. E sociologicamente stimolante.
Il prossimo numero di Registro (S)connesso sarà dedicato al tema della "molteplicità", in onore di Italo Calvino. Cosa ti evoca questo termine?
È un termine caro a Calvino, oggetto di una delle sue Lezioni americane, e centrale per la nostra esperienza. La vita è molteplice ed è costituita da una moltitudine, tutt’altro che finita, di molteplicità. L’attività di dare senso al mondo, di dargli un ordine, consiste nel tentativo più o meno disperato di ridurre la molteplicità: che il pane sia pane e il vino vino! La vita è tutta giocata dentro questa tensione: tra i nostri tentativi di dare ordine alle cose e la riottosità delle cose a stare dentro a quell’ordine. Ma è tanto affascinante!
C’è qualche aspetto dell’opera calviniana che reputi importante sottolineare?
Di Calvino mi ha sempre attratto la capacità di spaziare tra registri narrativi diversissimi. E con quella leggerezza che è anche l’oggetto di un’altra delle sue Lezioni. E con questo strumento ha saputo leggere un pezzo importante della storia d’Italia secondo-novecentesca, dalla Resistenza al fascismo al boom economico.
Quali nessi intercorrono tra la molteplicità e l’ identità?
Il molteplice e l’identità sembrano stare su piani opposti, ma soltanto a una visione superficiale. Quando si parla di identità amiamo associare parole come unicità, coerenza, genuinità; quante volte abbiamo sentito espressioni quali ‘il mio vero io’ (e io qui immancabilmente rabbrividisco!), che è sempre qualcosa che dobbiamo cavare da chissà che. È una visione essenzialista, che vuole l’identità oggetto custodito, nascosto da qualche parte. E immutabile. La modernità, in tutte le fasi che ci hanno condotto a quella attuale, ha sempre di più messo in crisi l’illusione confortante di una identità unitaria, fissa – benché sepolta o nascosta da qualche parte; la psicoanalisi novecentesca ha descritto complessità, mutevolezza, natura dinamica di un processo di identificazione e sua dipendenza relazionale/emotiva da altre figure più o meno significative; la sociologia ha messo in evidenza dell’identità la frammentazione, data la maggiore presa di distanza dai ruoli attribuiti in seguito alla proliferazione dei contesti di azione come conseguenza di un più generale processo di complessificazione sociale. Posti di fronte alla processualità della identità, nella nostra epoca, dobbiamo fare i conti con la molteplicità delle esperienze, dei punti di vista, dei significati da dare alle cose. E se ancora sembriamo anelare a un mondo dominato dalla illusione di fissità e certezze, siamo costretti a nuotare in un oceano imprevedibile, sin nelle singole molecole che lo compongono; e chiamati a una continua riarticolazione del senso che diamo alla vita e dell’immagine che abbiamo di noi stessi.
Collaboratore

Redazione
È Dottorando di ricerca in Teoria e Prassi del Diritto presso l’UniCal. Si definisce sociologo prestato al diritto e docente in attesa di convocazione. Ama l’arte di divulgare e la libertà di conoscere
Commenti
Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.
Continua a leggere
La scrittura è una questione collettiva
Andrea Bevacqua dialoga con Romina Ramazzotti, docente di Lettere
In questa intervista, Romina Ramazzotti discute dell'importanza della scrittura e della lettura come pratiche collettive e laboratoriali. Il dialogo esplora inoltre l'eredità intellettuale di Italo Calvino e il ricordo personale dell'autrice Michela Murgia.
La letteratura è inclusiva?
Andrea Bevacqua dialoga con Silvia Lanzafame, Presidente Nazionale AID
Un dialogo con Silvia Lanzafame, Presidente Nazionale AID, sull'inclusività nella scuola e nella letteratura odierna. Si riflette sul ruolo decisivo degli insegnanti e sull'importanza di non trattare i disturbi specifici dell'apprendimento con superficialità.
denti e dalle scuole, come si agisce? Qual è il vero scopo di sottoporre ragazzi e ragazze a queste rilevazioni?
Un'analisi critica sull'uso dei test standardizzati e delle prove INVALSI, evidenziando il rischio di penalizzare le scuole più disagiate. Invece di premiare la performance, la scuola dovrebbe valorizzare il percorso formativo e umano.