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L’Italia, secondo l’indice Trans Murder Monitoring di Transrespect versus Transphobia Worldwide, è al primo posto in Europa per numero di vittime di transfobia, con 48 casi registrati dal 2008 al 2023. Il dato considera solo gli omicidi riportati dai quotidiani, quindi è ampiamente sottostimato. Complice anche la scarsa “notiziabilità” della morte o anche solo dell’aggressione di una persona trans, la transfobia in Italia non è percepita come un problema sociale. I dati però ci mostrano che l’Italia è ancora molto indietro rispetto ad altre nazioni: secondo il rapporto ILGA-Europe del 2024, l'Italia si classifica 35ª su 49 Paesi europei per quanto riguarda i diritti delle persone LGBT, con un punteggio del 25% – ben lontana dal primo posto, detenuto da Malta (88%). Il 14 maggio 2024 l'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea (FRA) ha pubblicato i risultati dell'indagine sugli episodi di discriminazione contro le persone Lgbtqia+ nei 27 Stati membri dell'Unione. Il 60% delle persone intervistate afferma che in Italia, nei cinque anni precedenti all'indagine, la violenza contro le persone Lgbtqia+ è aumentata, e il 54% che sono aumentati i pregiudizi e l'intolleranza nei confronti delle persone Lgbtqia+, mentre solo il 4% del campione ritiene che il governo italiano combatta efficacemente i pregiudizi che colpiscono le persone Lgbtqia+. Discorsi di odio e intolleranza sono cresciuti negli ultimi anni anche a causa delle esternazioni e delle misure adottate dalle istituzioni italiane in tempi recenti. Gli attacchi ai diritti e alle libertà delle persone Lgbtqia+ sono avvenuti su più fronti: dal contrasto amministrativo al riconoscimento della omo-genitorialità, al discorso pubblico che favorisce la natalità e propone la primazia della famiglia cosiddetta naturale (ossia eterosessuale), dal mancato riconoscimento del certificato europeo di filiazione alla scelta di non aderire alla Dichiarazione congiunta proposta dalla presidenza belga dell'Unione europea sul contrasto alle discriminazioni omo-lesbo-bi-transfobiche, fino ad arrivare alla crociata contro la fantomatica "ideologia gender".

Nel silenzio – quando non nell’esplicita opposizione – delle istituzioni, alcune scuole e università hanno deciso di adottare le c.d. carriere alias, un profilo burocratico, alternativo e temporaneo, riservato agli/lle studenti – e in alcuni casi anche ai docenti e al personale che permette di sostituire il nome anagrafico del/la richiedente, attribuito alla nascita in base al sesso biologico, con quello di elezione, ovvero il nome che la persona ha scelto per se stessa. Questo strumento serve a garantire un ambiente sereno per tutti gli/le studenti, al riparo da insulti transfobici e discriminazioni. Tra le più comuni vi è il misgendering, con cui ci si riferisce alla persona utilizzando i termini che fanno riferimento al sesso biologico della stessa, invece che all’identità di genere in cui si riconosce.

Un altro tipo di discriminazione molto diffusa è il deadnaming (letteralmente «nome morto»), con cui ci si rivolge alla persona trans con il nome anagrafico anziché con il nome scelto, che riflette l’identità di genere dell’individuo.

La carriera alias offre quindi a chiunque ne faccia richiesta l’opportunità di scegliere il proprio nome di “elezione di genere” e non quello con cui si è iscritti all’anagrafe all’interno dei documenti scolastici ufficiali: ad esempio nei quadri, nel libretto per le assenze e nel registro elettronico. Sono 348 le scuole (e 34 università) che in Italia prevedono nel loro regolamento la Carriera Alias, dai dati a disposizione dell’associazione AGEDO (17 aprile 2024).

Un passo che, ribadiscono le associazioni a tutela delle persone trans, è fondamentale per esprimere e costruire l'identità di genere a livello individuale e sociale, anche e soprattutto in assenza di indicazioni nazionali. In Italia, infatti, il ministero dell'Istruzione non ha ancora provveduto a emanare linee guida specifiche per l'attivazione della carriera alias, alle quali le scuole possano fare riferimento per redigere appositi protocolli. Rientra quindi tutto nella possibilità di emanare dei regolamenti sulla base dell'autonomia scolastica. Per legge la scuola si deve fare promotrice del benessere, ma al momento attivare la carriera alias non è un obbligo.

Senza delle linee guida unitarie, gli interventi in questo senso fino adesso sono stati a macchia di leopardo, e tutto dipende dalla sensibilità della dirigenza scolastica.

La carriera alias è anche e soprattutto riconoscere il diritto allo studio per le persone trans e non binarie, in un ambiente come quello scolastico in cui ostilità e discriminazioni sono ancora presenti. Non essendo un documento ufficiale non ha valore legale e quindi non può essere utilizzato al di fuori di scuole e università. Finora solo 34 atenei su 68 concedono agli studenti questa possibilità. Di questi 34, solo 7 lo prevedono per i docenti, mentre 3 anche per il personale tecnico-amministrativo. Si tratta di un accorgimento burocratico ma che in termini di riconoscimento sociale può fare una grande differenza per studenti e studentesse. L’ultimo passo avanti compiuto dagli atenei e che in un futuro prossimo potrebbe toccare anche il mondo del lavoro, è quello di non richiedere il certificato medico di verifica, in direzione di una demedicalizzazione del fenomeno. Nelle Università la carriera alias prevede l’assegnazione di un'identità provvisoria che resta attiva per tutta la durata della carriera, o fino all’emissione della sentenza di cambio di genere, qualora intervenga durante il periodo di studi. Dopo l'attivazione della carriera alias, il nome di elezione appare in tutti i sistemi informativi. Per poterla avviare, è necessario sottoscrivere un accordo di riservatezza con l'Ateneo contenente gli elementi caratterizzanti la carriera alias. Nell’accordo vengono definite le condizioni d’impiego dell’identità alias all’interno delle Università, con particolare riferimento agli obblighi delle parti e alle opportunità. In molte università non è richiesta altra documentazione a supporto. Tra le novità principali degli ultimi anni vi è, infatti, la rimozione dell’obbligo di presentazione di una certificazione specialistica attestante l’avvio di un percorso di transizione di genere, in favore di un principio di piena auto-determinazione; la garanzia di un servizio di accompagnamento e supporto lungo l’intera procedura grazie alla previsione di figure di tutor specializzati/e in materia; il riconoscimento dell’accesso a questa procedura da parte delle persone non binarie; l’estensione della sua applicazione anche al personale docente, di ricerca e tecnico-amministrativo. La demedicalizzazione della carriera alias sarà un fattore di benessere e di valorizzazione dell’identità per le persone che ne faranno richiesta, e sarà anche un deterrente a possibili abbandoni della carriera universitaria che possono esserci stati nel passato per via di un mancato riconoscimento dell’identità e della dignità delle singole persone.

Sul sito dell'associazione Genderlens è possibile visionare e stampare un modello di proposta di carriera alias da poter attivare nelle scuole, che una persona maggiorenne (o una famiglia nel caso di un minore) può presentare alla dirigenza scolastica.

Negare l'introduzione della carriera alias nelle scuole e nelle università impedisce, di fatto, alle persone trans e non binarie di essere viste: dare loro visibilità viene considerato qualcosa che scardina un sistema. Chi considera queste richieste una moda, vuole solo creare un panico sociale nelle famiglie che non sono formate.

Le scuole e le Università in Calabria che hanno attivato la carriera alias:

  • UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA
  • GIOVANNA DE NOBILI, ISS a Catanzaro
  • TELESIO, LICEO CLASSICO a Cosenza
  • G.VINCENZO GRAVINA, a Crotone
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GV
Giovanna Vingelli

Collaboratore

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