La scuola deve essere molteplice e molteplici devono essere i suoi attori principali, professori in primis, e non nel senso di numeri, ma di qualità individuali. Bisognerebbe essere, nel senso del valore “sacro” dell’insegnamento, uni e trini, ubiqui, coraggiosi, affascinanti, socraticamente ignoranti, psicologi, severi il giusto, accomodanti altrettanto, multietnici, tolleranti, poliglotti, romantici e illuministi. Tutto in uno, insomma; compri uno, ne hai mille. Il professore, quando entra in una classe, deve essere consapevole che sta per imbattersi in tanti multiversi e che in ognuno deve essere in grado di navigare, interfacciandosi con ciascun abitante di ogni pianeta e far in modo che tutti si conoscano e interagiscano. E’ il viaggio più difficile che un uomo portatore di conoscenze possa compiere; una perlustrazione che non ha prezzo e che – paradosso – forse per questo nessuno si preoccupa di adattare alla sua portata (vedi aumento di stipendio). Il professore “molteplice” è un navigatore che deve affrontare mille e una battaglia e che, ogni giorno di ogni nuovo anno scolastico, deve trovare la rotta giusta per entrare dritto nella testa di ciascun studente. Deve capire e saper analizzare, trovando la soluzione più giusta possibile nei giusti tempi didattici, soddisfacendo le varie esigenze culturali e sociali. Una missione al limite del possibile, certo gravosa. Quanti accetterebbero la sfida, soprattutto in questo periodo storico che vede i giovani poco motivati e ipnotizzati dai social?
Parto da un esempio recentissimo: da commissario esterno all’esame di maturità ho chiesto, pensando di aiutare il candidato con una domanda facile, cosa fosse la Shoah. Ebbene, l’alunna in questione, dicendosi annebbiata dall’emozione, non me l’ha saputo dire. Come docente mi sono sentito sconfitto: come non può sapere una persona cosa sia stata la Shoah e neanche in quale mese si celebra la Giornata della Memoria? In cosa si è sbagliato? Nelle scuole se ne parla tantissimo, si organizzano incontri tematici con professionisti dell’informazione e associazioni varie. Si parla e ci si confronta, ma a volte l’impressione è che il tutto veda coinvolti più i docenti che i loro alunni, che si limitano a leggere qualche frase ad effetto o ripetere a memoria qualche cosa mentre tutti gli altri chattano. Ci sono certo tante lodevoli eccezioni, ma il problema esiste e non bisogna sottovalutarlo: è certo figlio dell’annebbiamento socio-culturale di questi anni, con la popolazione, non solo scolastica, appunto ipnotizzata dall’uso convulsivo dei telefoni cellulari e dei canali social, che, dandoti l’illusione di avere il mondo a portata di clic, ti estranea e ti annulla. A scuola è una battaglia continua e mi viene da accogliere positivamente la proposta ministeriale di proibire, anche a “fini didattici”, l’uso dei cellulari. La estenderei pure alle scuole secondarie di secondo grado, anche se mi sono imbattuto in istituti di periferia dove gli studenti non utilizzavano i libri di testo e dove, “extrema ratio”, l’unico modo di far “vedere” le pagine era (oltre l’abilità del singolo docente a rendere “visibile” l’argomento trattato) Whatsapp.
Essere molteplici è dunque essere bravi a catalizzare l’interesse degli studenti attraverso la capacità di diffondere sapere e di essere aperti al confronto e all’ascolto. Un prof è tale anche attraverso ciò che impara col confronto coi suoi alunni, che hanno tutti, nessuno escluso, grandi potenzialità e una umanità a volte restia a manifestarsi. Sta nei loro prof, con l’aiuto della componente genitoriale e al di là delle comunque necessarie programmazioni scolastiche, a farle uscire pazientemente fuori. L’alunno è potenzialmente anche distratto e bisogna educarlo all’attenzione, al rispetto del docente, del gruppo classe e soprattutto di sé stesso. Ogni ragazzo è un mondo da esplorare: ciascuno ha qualcosa da insegnare e il prof deve essere l’abile catalizzatore e divulgatore di questi “big bang” culturali. I saperi sono infiniti e il navigare può essere piacevole se ognuno ha la sua parte attiva. Le tentazioni per trovare una soluzione di comodo (che annulla la capacità di analisi, di lettura e di scrittura) ci sono sempre, dietro ogni angolo e dietro ogni banco. I prof devono essere attenti, non devono perdere mai la rotta e, soprattutto, la pazienza. Perché il mondo cambia ogni ora e i ragazzi con le loro molteplicità sono i protagonisti principali, con tutte le loro esigenze e “diversità”. Senza avere la presunzione di essere “tuttologi”, dobbiamo modestamente e coraggiosamente essere i loro punti di riferimento, i loro traghettatori culturali. Abbandonarli a loro stessi sarebbe la più grande sconfitta.
Collaboratore
Cosentino. Docente di Italiano e Storia nelle scuole secondarie di secondo grado, giornalista professionista e scrittore. Classe '67. Cronista di nera e giudiziaria per venti anni, ha lasciato la vita di redazione per fare il prof.
Commenti
Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.
Continua a leggere
FINCHÉ C’È CORSIVO C’È SPERANZA
(NON TUTTO È PERDUTO)
Di fronte ai nuovi linguaggi, dai social al "corsivo" parlato, non tutto è perduto. La scuola e gli adulti devono imparare a scindere, comunicare e informare per trasformare la comunicazione in uno strumento di salvezza.
I NOSTRI PRIMI 50 ANNI!
L'autrice ripercorre con orgoglio i suoi anni di studio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Unical ad Arcavacata. Un ricordo personale che celebra i primi cinquant'anni dell'Ateneo calabrese, rivendicando l'importanza della formazione e della cultura per il proprio territorio.
LA SCUOLA ITALIANA HA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?
L'articolo riflette sulla crescente incomunicabilità tra scuola e nativi digitali, criticando la spinta aziendalistica e l'iper-digitalizzazione. Sottolinea l'urgenza di recuperare una dimensione analogica e il valore profondo della parola per combattere l'impoverimento linguistico e relazionale.