Lo sport riparta dalle donne
Antonella Cerzoso Laureata in Scienze Pedagogiche, da oltre 30 anni è impegnata come educatrice sia in contesti associativi che nella scuola dell'infanzia. Ha avuto esperienza anche in comunità terapeutiche, lavorando con giovani e adulti
Mi perdonerete se rubo dal vocabolario la definizione di "molteplicità: quantità elevata, di solito assai varia o complessa, di elementi o fattori" e se vi dico che, nella mia esperienza di educatore, negli anni, ho sperimentato l'incapacità di accoglierla e di amarla. Vi racconto una storia per spiegarmi meglio...
Fino al 15 luglio di quest'anno, alle ore 14 (ora in cui è scaduto il termine per l'iscrizione in Serie C delle squadre di calcio femminili) la mia secondogenita ormai diciottenne, appassionata di calcio sin da bambina, giocava nella squadra femminile del Cosenza Calcio. Uso il passato perché, scaduto il termine e senza alcuna comunicazione da parte di vertici della società, mia figlia e tutte le sue compagne di squadra si sono trovate in mezzo a una strada, senza allenatore, senza preparatore atletico, senza spogliatoio e senza maglia! Due anni fa erano già arrivate alla promozione in C, ma erano state "sconfitte sul campo" e costrette a retrocedere in eccellenza, dove il Cosenza Calcio le ha lasciate ritenendo "non educativo fare domanda per il ripescaggio, visto che è sul campo che devono guadagnarsi e sudarsi le vittorie" (ciò che scrivo virgolettato sono le parole che sono state riferite a noi genitori dalla società sportiva). E loro cosa hanno fatto? Sono andate via e hanno approdato in altri luoghi? NO! Sono rimaste in eccellenza a lottare e gareggiare per la propria città, mostrando un attaccamento alla maglia senza precedenti! Quest'anno hanno collezionato solo vittorie, si sono allenate con determinazione sbancando al campionato, seguite da uno staff che le ha sempre spronate a dare il massimo e sempre di più, riuscendo a farle sentire un unico gruppo disposto al sacrificio per il bene comune. Noi genitori le abbiamo sostenute da sempre e da due anni abbiamo anche costituito il gruppo "C'è Bello", ultras speciali delle nostre figlie. Io personalmente, stando sugli spalti di molti campi nazionali ho avuto modo di constatare quanto poco sia seguito il calcio femminile e di quanti pregiudizi ancora lo accompagnino: le femmine sono ancora viste come un surrogato dei maschi, come coloro che non sono degne di divertirsi a rincorrere un pallone come fanno i machi, che è legittimo etichettare utilizzando aggettivi animaleschi e raccapriccianti. Ma per noi del gruppo "C'è Bello" quelle che giocano in campo, sia da una parte che dall'altra, sono le nostre figlie e sono meritevoli di essere sollecitate a essere sempre e il più sportive possibili, a dare dimostrazione di cosa voglia dire amare questo sport e onorarlo fino alla fine. E qui arriva il nodo della questione...È tutto soltanto un problema di educazione (non proprio poca cosa)! L'educazione ci costringe a fare attenzione a chi è altro da me, a dargli valore, a sentirlo nella sue molteplici possibilità di creazione e di invenzione di modi di essere, di sentimenti, di esperienze. Bisogna tornare al gusto dell'altro: a un movimento empatico che ci porti a essere lontani dai pregiudizi, dai rapporti di potere, ma capaci di condivisione delle esperienze e delle passioni. È l'empatia che ci spinge a comprendere che un altro, un'altra è soggetto di esperienza come lo siamo noi: vive di sentimenti ed emozioni, compie atti cognitivi e volitivi, ha sogni da realizzare. Capire quel che vuole, che sente, l'altro è l'elemento basilare della convivenza umana nei suoi aspetti sociali, politici e morali. E questa realtà sul campo le nostre Lupe l'hanno ben poco sperimentata: sono stati abbastanza i gropponi in gola che hanno dovuto ingoiare in campo le ragazze, il mister (donna). E oggi arriva anche il colpo di grazia dalla società sportiva, da chi ha detto di credere in loro, da chi è stato costretto a tesserarle nel tempo, da chi le avrebbe dovute amare come un gioiello prezioso, ma che invece le ha trattate come un giocattolino di cui ci si è stancati, disprezzate e gettate via come roba vecchia, senza specificarne il motivo, ma lasciando passare i termini in sordina... E con questo atteggiamento di menefreghismo arriva anche la percezione dell'incapacità di uno spaccato sociale di guardare in faccia l'altro da sé, di non prestargli alcuna cura, di non partecipare alla sua emotività, ma di erigere steccati costruiti su fondamenta di sessismo e discriminazione. C'è poco da girarci intorno: questo sembra a chi scrive, purtroppo. È richiesto, qui e ora, uno sforzo collettivo che possa riabilitare la compassione e con essa la sensibilità di tutto il genere umano per un comune destino, che possa sfociare nell'altruismo più puro pronto a contrastare ogni ingiustizia anche di chi non è a noi prossimo e somigliante. Allora non conta solo ciò che è mio, chi è del mio stesso sesso, chi parla la mia stessa lingua, chi tramanda le mie stesse tradizioni, ma conta ciò e chi è molteplice, che mi allarga gli orizzonti, che mi spinge a farmi carico dell'altro, ad accoglierlo nella sua diversità. Ma bisogna chiedersi che valore diamo all'incontro, se è importante la reciprocità e se diventa urgente la responsabilità vicendevole.
Questa squallida storia la dice lunga sulla società in cui viviamo, dove ancora la fanno da padrone atteggiamenti meschini e inqualificabili che danno rilevanza alla vita umana solo da un punto di vista prettamente economico e dove l'identità di genere viene ancora vista come un optional da poter mettere da parte. Emerge, allora, forte l'urgenza sociale di un'educazione non personale, ma a tutto tondo, partendo dagli adulti (ponte tra diverse generazioni) affinché l'intero genere umano capisca la necessità di unirsi e fare fronte comune, rivendicando il riconoscimento dei propri bisogni e diritti, predisponendosi per una educazione collettiva. Ed è richiesto lo sforzo di tutti. Allora tutti pronti a marciare su Cosenza e sul mondo!
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