Una Scuola molteplice non neutralizza le diversità
Calvino, nella sua lezione sulla molteplicità, lo afferma chiaramente: “Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima”.
Ebbene, credo che pur sostituendo alla parola “totalità” i termini “realtà” e “Scuola”, l’idea calviniana non verrebbe sconfessata.
Pensiamoci: sia la realtà che l’istituzione scolastica si fondano su concetti, sono in continuo divenire e si reggono su una moltitudine di elementi.
Il rapporto tra molteplicità e Scuola potrebbe esser reso evidente passando in rassegna le tante funzioni che sono state rintracciate per descrivere l’universo scolastico; tuttavia, il discorso chiamerebbe in causa la Storia di cui non son maestro.
Preferisco, una volta ancora, osservare ciò che accade con le lenti del sociologo.
Per avviare la breve analisi che qui mi propongo di riportare, è sufficiente ricordare che il compito principale degli istituti scolastici è di fornire strumenti necessari affinché l’individuo si sviluppi psicologicamente, culturalmente e socialmente, così da acquisire un certo grado di responsabilità e autonomia utile a instradarlo alla vita democratica.
L’azione educativa scolastica è dunque chiamata a sostenere ogni alunno, nella sua maturazione, nella sua crescita culturale ed anche a fare i conti con le difficoltà, con l’esercizio delle sue capacità di scelta, nonché con l’assunzione di responsabilità.
In quella che definisco Società dell’esonero, non c’è spazio per la responsabilità, tutto è frutto di un mero calcolo costi/benefici e la scelta è ridotta a soluzione residuale che spaventa, che non porta lontano.
Abbiamo allora bisogno di ripetere a dismisura che l’educazione è un virtuoso passaggio dalla dipendenza alla libertà.
Non la libertà ideologicamente caricata da connotazioni storiche o religiose, ma quella che ognuno definisce per sé stesso in modo autonomo, attraverso la sperimentazione.
Oggi, per contrastare l’omologazione, sarebbe assai utile che si insegnasse come la vita non abbia nulla a che vedere con la linearità.
L’esistenza umana è un complesso di viti storte ed è nelle imperfezioni che risiede l’unicità di ciascuno.
Si coglie il valore della soggettività solo nella diversità. Ecco perché non bisogna rifuggire da essa, né neutralizzarla, piuttosto, semplicemente, accoglierla.
Quante volte avrete sentito dire all’interno, come pure all’esterno delle aule, magari prima di accogliere uno studente disabile o straniero: “Ragazzi e ragazze, non dimenticate che siamo tutti uguali”.
In una semplice affermazione, certamente pronunciata in buona fede, risiede la sconfitta del pluralismo, la resa dell’identità.
Anticipando qualche possibile appunto, rilevo che sarebbe un bene se fossimo davvero uguali dinanzi alla legge e se ognuno potesse partecipare alla vita collettiva senza preclusioni, in assenza di ostacoli, ma non è all’uguaglianza formale e sostanziale proclamata dalla Costituzione che mi riferisco, quando evidenzio la banalità di certe asserzioni.
A proposito di disuguaglianza, hanno sollevato un vespaio di polemiche le dichiarazioni di Roberto Vannacci in merito alle classi speciali.
Ebbene, qualcuno si sorprenderà nel leggere che in Belgio e in Danimarca, rispettivamente l’89% e il 95% degli alunni con disabilità frequenta scuole speciali o classi speciali di scuole comuni, mentre in Svizzera e nei Paesi Bassi l’intera platea degli alunni con disabilità è inserita in percorsi speciali, scissi da quelli dei loro colleghi non disabili (“sistema con distinzione”).
Nel Paese belga sono previsti fino a otto percorsi di inserimento degli studenti con disabilità.
Questi dati sono importanti perché ci invitano all’analisi e alla riflessione, prima di farci muovere dalla pancia, anzi dalla critica tout court.
Per chiudere il cerchio, qualche ultima nota sugli insegnanti specializzati (di sostegno): personificazione plastica dei figli tristi della società dell’esonero.
A loro, nei fatti, è demandata la responsabilità dell’apprendimento degli studenti disabili; non è un caso che le famiglie chiedano a gran voce un aumento delle ore di sostegno…
Altro esempio direi lapalissiano dello scarto tra quanto previsto dal Ministero dell’Istruzione e la realtà.
Non va dimenticato, ai sensi della Circolare ministeriale n.250/1985, che “la responsabilità dell’integrazione dell’alunno in situazione di handicap e dell’azione educativa svolta nei suoi confronti è, al medesimo titolo, dell’insegnante di sostegno, dell’insegnante o degli insegnanti di classe o di sezione e della comunità scolastica nel suo insieme”.
Altre distorsioni sono ravvisabili nel fatto che il 60% dei discenti cambia insegnante specializzato ogni anno.
Il Ministero dell’Istruzione ha dovuto introdurre una nuova figura di insegnante, reclutabile tramite il sistema della MAD (messa a disposizione). In questa categoria di insegnanti, vi possono essere studenti universitari o professionisti senza specializzazione, assunti in emergenza, quando i dirigenti scolastici non riescono a individuare candidati idonei. Gli istituti ricorrono spesso alla MAD, soprattutto per il supporto agli studenti con bisogni educativi speciali, poiché i docenti qualificati sono numericamente insufficienti.
La preparazione necessaria per insegnare agli alunni più vulnerabili richiede un percorso di formazione altamente selettivo (il TFA sostegno), però i posti disponibili sono significativamente inferiori rispetto alle esigenze e si trovano principalmente nelle università del Sud, mentre la richiesta di insegnanti si concentra nelle regioni del Nord.
Ne consegue che molti bambini e adolescenti, che già affrontano delle difficoltà, si trovano affidati a supplenti che, sovente, non possiedono le competenze necessarie per offrire un reale supporto.
Per concludere: una Scuola molteplice deve avere la capacità di porre al centro lo studente: universo strabordante di esperienze e di vissuti che non rispondono a gerarchie di sorta ma che rappresentano la condizione ineludibile per il superamento delle disuguaglianze, imperniato sul riconoscimento e sulla valorizzazione delle diversità.

Redazione
È Dottorando di ricerca in Teoria e Prassi del Diritto presso l’UniCal. Si definisce sociologo prestato al diritto e docente in attesa di convocazione. Ama l’arte di divulgare e la libertà di conoscere
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