CI SIAMO CONTAMINATI DI MOLTEPLICE E OGNUNO DI NOI È TANTE IDENTITÀ
“Mio Sud, mio brigante sanguigno, portami notizie della collina. Siedi, bevi un altro bicchiere e raccontami del vento di quest’anno”
Così percepiva la vita nella Capitale Franco Costabile, grande poeta calabrese (Sambiase 1924-Roma 1965) più conosciuto altrove che nella sua terra d’origine.
A lui, al “suo cuore troppo cantastorie” Giuseppe Ungaretti, intimo amico, aveva scritto l’epitaffio inciso sulla lapide che accoglie il poeta come “una rosa nel bicchiere" immagine potente dei suoi versi con i quali la Calabria gli “riposava nel cuore”. A Roma, dove lavorava come docente, Costabile si sentiva un estraneo, troppo legato alla sua terra “infame”; percepiva la vita nella capitale come un esilio, anche negli anni più vivaci della Dolce vita.
Il poeta con i suoi versi dipinge un posto antico, dai sapori arcaici e dai profumi intesi. Una regione che sa di sale e odora di abeti. Le sue pennellate sono a tratti risentite e rancorose come se dovessero adeguarsi a quella negazione proveniente dall’esterno che lo ospita. Una identità sanguigna e potente di radici che trattengono e contestualmente negano l’appartenenza per sopravvivere altrove.
Oggi più che mai l’identità diventa un manifesto di salvaguardia dell’origine e dei legami.
Ma a cosa apparteniamo?
Pensando alla Calabria, ricca di popoli e storie, civiltà, culture, tradizioni, lingue diverse, come potrei rinchiudermi in uno slogan identitario? Io così molteplice, latina, barbara, greca, bizantina, araba, sveva, normanna? Questo termine è angusto, stretto, inadeguato se si chiude nella torre dell’appartenenza ad un solo modello.
Siamo le impronte digitali di chi ha posto la mano sul nostro capo e che, cercando di abbassarci, ci ha innalzato:- Ci siamo contaminati di molteplice.
Un universo che può diventare motivo sempre nuovo di ispirazione, ma, se declinato ossessivamente, un malessere, un rammarico, una triste e vuota nostalgia. Se l’identità è vissuta come malinconica appartenenza non costruisce, non si rivolge al futuro, balza indietro, in sensazioni che sanno di mitologia e vuota utopia. La storia calabrese, segnata da numerose dominazioni, indica la strada per codificare un più ampio significato di identità. Questa non si realizza pienamente se non si crea una rottura nell’uniformità; non si compie se opera nel già noto e prevedibile. l’identità si crea quando una storia consolidata incontra vicende controverse e penetrandole a fondo ci si rivede, conferma le radici e genera innesti. La costruzione dell’identità richiede la capacità di cogliere i mutamenti del passato e quelli recenti e in corso, senza restare ancorati a un passato indefinito e immaginato:- “Identitas”, a sua volta legata a “idem”, nella cultura latina, già esprimeva praticamente l’idea di appartenenza e continuità. Il cittadino romano si identificava con la Res Publica, un’entità che rappresentava il bene comune e il senso di comunità. Tuttavia, l’identità romana non era chiusa, ma includeva il concetto di integrazione: basti pensare al processo di romanizzazione, che trasformava popoli diversi in partecipi della civiltà romana. Questa capacità di includere e adattare culture, pur preservando il nucleo identitario romano, è una lezione di straordinaria attualità. La cultura latina ci insegna che l’identità non è mai una barriera invalicabile, ma piuttosto una piattaforma per il dialogo e l’arricchimento reciproco. Identità dunque come Apertura per una sfida della Pluralità! Il filosofo Emmanuel Levinas ci ricorda che l’incontro con l’altro è il momento in cui l’identità si realizza pienamente. È nel riconoscere l’unicità dell’altro che scopriamo chi siamo veramente. Questo approccio ci invita a rivedere le nostre concezioni di appartenenza, aprendoci al mondo con curiosità e rispetto.
Quale compito ha la scuola?
La Scuola deve promuovere un concetto di identità come viaggio di crescita e valorizzazione di un processo. Ognuno di noi porta con sé una storia, ma è anche in grado di costruirne una nuova, dialogando con il diverso e adattandosi ai cambiamenti. In un’epoca di globalizzazione, la capacità di costruire identità aperte e plurali è una delle competenze più importanti per affrontare le sfide del futuro. L’identità non è una prigione, ma un orizzonte. la Commedia di Dante nei secoli portavoce di un’identità italiana nascente, radicata nella lingua volgare e nella cultura fiorentina, sin dal primo vagito si è aperta all’universalità alitando sino a noi con un respiro di innovazione, ricerca dell’unitarietà nella frammentarietà. Oggi gli sconvolgimenti storici, le guerre e i mutamenti sociali si riflettono in una letteratura che continua a interrogarsi sull’identità in un mondo globalizzato. L’identità contemporanea è fluida, plurale e in continua evoluzione. Gli scrittori italiani, attraverso le loro storie, ci offrono una mappa per navigare in un mondo complesso, ricordandoci che non siamo mai ad un punto di arrivo, ma in un processo aperto mutevole e dialogante!
“Leggiamo libero” oltre i luoghi che abitiamo.
Una identità sanguigna e potente di radici che trattengono e contestualmente negano l’appartenenza per sopravvivere altrove
Collaboratrice
Nata a Cosenza il 16.06.1976. Insegnante di Materie Letterarie c/o IIs Castrolibero CS. Da anni impegnata nelle attività di docente tutor docenti neoassunti.
Commenti
Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.
Continua a leggere
FINCHÉ C’È CORSIVO C’È SPERANZA
(NON TUTTO È PERDUTO)
Di fronte ai nuovi linguaggi, dai social al "corsivo" parlato, non tutto è perduto. La scuola e gli adulti devono imparare a scindere, comunicare e informare per trasformare la comunicazione in uno strumento di salvezza.
I NOSTRI PRIMI 50 ANNI!
L'autrice ripercorre con orgoglio i suoi anni di studio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Unical ad Arcavacata. Un ricordo personale che celebra i primi cinquant'anni dell'Ateneo calabrese, rivendicando l'importanza della formazione e della cultura per il proprio territorio.
LA SCUOLA ITALIANA HA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?
L'articolo riflette sulla crescente incomunicabilità tra scuola e nativi digitali, criticando la spinta aziendalistica e l'iper-digitalizzazione. Sottolinea l'urgenza di recuperare una dimensione analogica e il valore profondo della parola per combattere l'impoverimento linguistico e relazionale.