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FORMARSI PER FORMARE: ONORE O ONERE?

21 maggio 2026 8 min

Enrico De Santo Docente di lingue straniere nella scuola secondaria di primo grado. Dottore di ricerca in pedagogia e sociologia, opera attualmente come professore a contratto nei laboratori del Corso di Specializzazione al sostegno didattico presso l’Università della Calabria, l’Università di Salerno e l’Università di Roma tre

Ogni volta che si affronta il discorso sulla formazione dei docenti si assiste ad un dibattito da “piaga biblica”, che ricorda vagamente le dinamiche del talk show anni Ottanta “Aboccaperta” condotto dal compianto Gianfranco Funari. E qui l’arena totale. Per dirla con le parole di Dante: “quivi sospiri, pianti e alti guai… Le frasi che si odono sono quelle di circostanza, del tipo: “la formazione deve rientrare nelle ore di servizio”, “non sono pagato per seguire corsi di formazione!”, “ho 30 anni di servizio, che vogliono insegnarmi ancora?!”, “eh… ma io tra poco vado in pensione… lo facciano i giovani” (e continuate pure voi…). Per carità, ci sono aspetti sacrosanti da tenere in considerazione: insegnare non è un lavoro qualsiasi, presenta molti aspetti onerosi dal punto di vista psico-fisico spesso ignorati dai non addetti ai lavori. Sfido qualsiasi professionista a relazionarsi contemporaneamente con 25 persone diverse, con 25 esigenze personali, con 25 personalità diverse… Forse un po’ di stanchezza (soprattutto mentale) ci può stare a fine anno scolastico. Per non parlare del lavoro pomeridiano da svolgere a casa (qualcuno lo definisce “lavoro nero”). E cosa si prospetta proprio a fine anno scolastico: il corso di formazione obbligatorio! E qui vedi sopra…

Forse è il caso di fare un po’ il punto della situazione sul docente, la sua funzione e il mondo dell’istruzione. Essere insegnanti non vuol dire fare un lavoro meramente esecutivo (o se volete impiegatizio) e la scuola non è un qualsiasi ufficio pubblico (“il posto fisso” alla Checco Zalone docet). La scuola è un ambiente atipico nel quale si muove una pluralità di soggetti in continua evoluzione, un’agenzia educativa a partecipazione universalmente condivisa, potenzialmente capace di raggiungere tutti, indipendentemente dalle proprie origini socioeconomiche e culturali, dalle proprie caratteristiche personali così come dai propri valori e, spesso, in classe ci si trova davanti a studenti in continuo mutamento. Il docente che riesce a coglierne l’aspetto dinamico sente immediatamente l’inadeguatezza di una preparazione professionale statica, ancorata a modelli formativi di indubbia profondità culturale, ma come bloccati al tempo della loro costruzione. Percepisce, altresì, che le certezze culturali e professionali vacillano di fronte alle dinamiche adolescenziali, alla provenienza sociale culturale variegata, alle storie diverse: è costretto quindi a rivedere il progetto formativo e la modalità di trasmissione delle conoscenze; è costretto a rimettere in discussione la tradizione, i moduli consolidati, le proprie facoltà comunicative; deve accettare un valore fondamentale: la sperimentazione. Non esiste nella vita del docente “il miglior modo per”; esistono invece i tentativi, i percorsi alternativi, le strade informali per portare lo studente al successo formativo non tanto in termini di accumulo di conoscenze, quanto invece di vera e propria formazione della persona. Citando Ligorio e Pontecorvo «la scuola è prima di tutto un luogo culturale che da una parte rispecchia la società e dall’altra la modella. Non può limitarsi a svolgere un ruolo di mero contenitore di informazione, di trasmissione di conoscenze acquisite e definite, ma deve essere occasione per ripensare criticamente la cultura e offrire occasione per un avanzamento sia personale che culturale» [1] In tale ottica si fa strada in maniera evidente la necessità del confronto: confronto con altri docenti, confronto con proposte didattiche innovative, confronto con sé stessi. Tale obiettivo si realizza soltanto con la formazione continua e permanente, al cui centro devono essere la sperimentazione e l’innovazione attraverso la quale si accresce sì la propria professionalità, ma si migliora anche l’efficacia dell’azione della intera comunità scolastica in ogni sua componente.

Appare, dunque, evidente come la formazione non rappresenti un peso, né un’attività a latere, ma un’occasione fondamentale per riflettere sul proprio lavoro. La riflessione dovrebbe essere il più possibile condivisa in modo tale che si possa assicurare qualità sia al percorso formativo degli studenti, sia all’agire educativo e didattico degli insegnanti in classe. D’altronde sono gli stessi insegnanti a fare una scuola di qualità.

La formazione di un docente non finisce quindi con l’inizio del percorso di insegnamento. Al contrario l’arricchimento professionale e i continui aggiornamenti sono alla base della sua crescita nell’ambito scolastico. Essere preparati sotto l’aspetto culturale è sicuramente importante per la professione di un docente ma oggi non basta più: la realtà odierna è molto complessa ed è necessario seguire i continui cambiamenti. Non sono più sufficienti soltanto i vecchi modelli formativi perché i giovani, provenienti da realtà culturali e storie personali diverse tra loro, necessitano di un approccio nuovo e dinamico. In effetti se un tempo un insegnante doveva essere preparato sulle varie materie e trasferire le proprie nozioni e le conoscenze agli allievi, oggi è di fronte a dinamiche adolescenziali diverse per cui deve adottare nuovi approcci e un nuovo modo di comunicare. Al docente non basta più seguire semplicemente il miglior modo per trasmettere agli studenti il suo sapere ma deve cercare percorsi alternativi per raggiungere ogni allievo, in altre parole ha il compito di educare gli allievi occupandosi della loro formazione come persone, non soltanto quello di trasferirgli il suo bagaglio culturale. In altre parole deve approcciarsi alla sperimentazione, ovvero per dirla con le parole di Kurt Lewin, alla ricerca-azione. Il docente con la ricerca continua accresce la sua professionalità e sa che aggiornarsi fa parte del suo modo di lavorare, anzi lo migliora sotto tutti gli aspetti. Di conseguenza corsi di aggiornamento e percorsi di formazione non dovrebbero rappresentare un peso ma una modalità per svolgere nel migliore dei modi la propria professione e non solo per risultare adeguati ai famosi standard europei. Con la legge 107/2015 (legge Renzi) la formazione viene intesa come “obbligatoria, permanente e strutturale”. Vale la pena ricordare che, ancor prima della legge Renzi, la formazione è sempre stata un “diritto-dovere” del docente (quindi niente di nuovo); ma se un tempo era semplicemente vista e intesa come formazione disciplinare oggi è da intendersi come continua e permanente proprio perché si basa sull’innovazione e sulla sperimentazione. E questo per rispondere alle esigenze di una scuola che si trova a fare i conti con cambiamenti profondi del sistema socio-culturale, con un rapido progresso scientifico e tecnologico, con dinamiche di confronto interculturale complesse.

In qualità di docente, prima, e di formatore poi, ho sempre avvertito la necessità di aggiornarmi non solo sugli aspetti disciplinari delle materie che insegno ma, soprattutto, di essere sempre “sul pezzo” nei confronti dei miei allievi, ben consapevole che il mio vissuto esperienziale in fatto di scuola (da alunno in particolare) e le metodologie/strategie utilizzate dai miei insegnanti illo tempore sarebbero risultati alquanto anacronistici e prive di appeal nell’attualità. Personalmente reputo poco efficace utilizzare i classici metodi di insegnamento (validissimi per l’epoca, per carità) in una scuola, ma soprattutto in una società, che è in rapida evoluzione e, soprattutto, con nuove generazioni che vuoi per gap generazionale, vuoi per assetti cognitivi diversi, non riuscirebbero a entrare in sintonia con il docente e con la disciplina che insegna.

Da formatore ho agito in numerose azioni di formazione dedicate a docenti (nonché colleghi) soprattutto per quel che concerne l’innovazione digitale: da Cl@ssi 2.0 e Piano Nazionale Diffusione LIM per passare a Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) e Piano Nazionale Formazione (PNF). In diverse casistiche ho osservato che il concetto di formazione obbligatoria sembra vissuto da molti come un onere fastidioso e non come un accrescimento professionale e questo, secondo me, dovuto a 2 motivi precisi: 1) la formazione viene imposta come dogma indiscutibile (va fatto e basta); 2) le azioni di formazione arrivano in momenti poco opportuni (fine anno scolastico con stanchezza psicofisica e tonnellate di adempimenti finali). Sfido chiunque a demotivarsi…

Inserisco, comunque, una terza motivazione: 3) l’effettiva ricaduta e l’efficacia per la disciplina insegnata, il contesto classe, il contesto scuola.

Intendiamoci: non è detto che alcune metodologie/strategie vadano bene e siano efficaci universalmente per tutti i contesti scuola-classe-disciplina. La valutazione dell’usabilità e dell’efficacia spettano al docente sulla base della situazione che si trova ad affrontare quotidianamente in classe e non già al “pennacchio” della visibilità agli occhi della Dirigenza (e qui ci siamo intesi…). Aggiungo: le azioni di formazione dovrebbero essere condotte in modalità peer to peer, basate e tarate sui bisogni formativi dell’uditorio e non già in maniera “dogmaticamente accademica”. A mio modesto parere e, reduce da numerose esperienze in qualità di docente e formatore, la formazione permanente dovrebbe essere vissuta come una sfida, un’opportunità per aprirsi alle novità, al confronto, alla condivisione. Reputo obiettivamente stimolante potersi rimettere in gioco, conoscere il nuovo, migliorarsi nel metodo, nell’approccio didattico, nella comprensione e nell’abilità di gestire problemi e condizioni sociali diversi e di diversa origine. Citando Schon “il docente è un “professionista riflessivo” [2], in grado di guardare alla pratica e all’esperienza per potenziare le sue azioni future: più il docente riflette sul già attuato, più saprà individuare quei nodi cruciali passibili di potenziamento attraverso la formazione.


[1] M. B. Ligorio, C. Pontecorvo, La scuola come contesto, Carrocci, Roma 2013, p. 14

[2] D.A. Schon, Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale, Edizioni Dedalo, Bari 1993.

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ED
Enrico De Santo

Collaboratore

Docente di lingue straniere nella scuola secondaria di primo grado. Dottore di ricerca in pedagogia e sociologia, opera attualmente come professore a contratto nei laboratori del Corso di Specializzazione al sostegno didattico presso l'Università della Calabria, l'Università di Salerno e l'Università di Roma Tre.

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