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L’effetto pigmalione

il ruolo dell’insegnante a scuola

21 maggio 2026 4 min

L’effetto pigmalione: il ruolo dell’insegnante a scuola

Negli anni ’60 mia zia, insegnante di scuola elementare, prestava servizio in un paesino della provincia di Cosenza. Molti dei suoi alunni provenivano da famiglie contadine, con disagio economico e culturale, e la scuola spesso era frequentata a salterello, con quella tipica discontinuità di chi necessitava offrire “braccia da lavoro” ad altre faccende. Mi raccontò che un giorno, facendo l’appello in una delle sue classi, finse di non vedere un alunno che, pur rispondendo alla chiamata del suo nome, era fintamente né visto né udito dalla sua maestra. Il bambino – raccontò mia zia – scoppiò in un pianto a dirotto non avendo percepito lo scherzo che in quel momento era in atto. La paura di non essere percepito all’interno della classe lo atterrì a tal punto da sentirsi quasi inesistente. Naturalmente quell’episodio si concluse con un abbraccio consolatorio e non si verificò più, nel tempo, un evento simile. Su quell’episodio mia zia ritornò a riflettere più volte, indagando sui risvolti psicologici che quell’avvenimento, apparentemente banale, aveva generato nel suo piccolo allievo. Arrivò alla conclusione che al bambino era stata negata la sua identità: il mancato riconoscimento nel contesto classe, nonostante il suo disperato tentativo di “farsi vedere e sentire” - gridando sono qui! - lo aveva indotto in uno stato di prostrazione profonda. Pur nella discontinuità della frequentazione scolastica essere riconoscibile come persona equivaleva ad avere un posto nel mondo.

Nella mia formazione professionale ho imparato a porre, in maniera perentoria, attenzione alla persona in quanto tale e alle molteplici identità che si annidano in una classe. Riconoscere la presenza fisica equivale a individuare la specificità della persona, non una tra tante, ma precisamente una. Nella collettività del contesto classe il concetto di individualismo suona quasi come un ossimoro, ma di fatto stiamo parlando di una serie di individualità che trovano espressione e maturità nel percorso scolastico che va dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di II grado. Qual è dunque il ruolo dell’insegnante in questa determinazione dell’identità dovrebbe essere chiaro: favorire le occasioni per esprimere al meglio se stessi partendo dal proprio potenziale e dal riconoscimento della loro unicità. Dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, perché spesso la mortificazione della propria identità, anche cognitivo-apprenditiva, avviene a scuola. Con questo intendo dire che il rischio di ingabbiare i nostri alunni in preconcetti ne può condizionare gli esiti futuri; il mancato riconoscimento del potenziale, sottovalutando o non “vedendo” le peculiarità degli studenti, può generare un abbattimento dell’autostima con relativi scarsi risultati (non sono considerato dall’insegnante, quindi non valgo niente).

A riprova di quanto sia importante ricevere attenzioni positive e rafforzanti da parte dei docenti mi viene in mente un esperimento di psicologia sociale effettuato negli anni ’60, e noto come “Effetto Pigmalione”. Un’équipe, guidata dagli psicologi Robert Rosenthal e Lenore Jacobson, sottopose un gruppo di alunni californiani a un esperimento di psicologia sociale. Dopo averli sottoposti a un test di intelligenza, senza tener conto degli effettivi esiti e della relativa graduatoria, selezionò in modo casuale un ristretto numero di alunni e informò gli insegnanti che si trattava di studenti molto intelligenti. A distanza di un anno verificò che gli alunni selezionati avevano effettivamente raggiunto e mantenuto un ottimo livello di prestazioni scolastiche. Si era attivato quello che è noto come “effetto Pigmalione” ovvero l’influenza positiva degli insegnanti, che li ritenevano per via di questa selezione effettivamente capaci e intelligenti, ne aveva rafforzato l’autostima, implementando passione e interesse verso lo studio.

L’esperimento di Rosenthal dimostra che la percezione che gli insegnanti hanno dei propri studenti ha su questi ultimi un effetto molto incisivo tale da condizionarne, nel bene e nel male, gli esiti e quindi la percezione della propria “identità scolastica”, intesa come capacità didattica, in quel dato contesto.

Generare nello studente, se pur involontariamente, l’idea di essere percepito come incapace di raggiungere determinati obiettivi, di essere in grado di esprimere il proprio potenziale, di rielaborare un pensiero autonomo che lo renda unico, diverso dagli altri, è il primo fallimento della scuola. La percezione della nostra identità, personale, sociale, lavorativa, è indubbiamente condizionata dalla percezione che gli altri hanno di noi. Se questo avviene nel mondo degli adulti figuriamoci quali possono essere i condizionamenti nei bambini e negli adolescenti.

“Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà l’intera vita a credersi stupido” (Albert Einstein)

Nella collettività del contesto classe il concetto di individualismo suona quasi come un ossimoro, ma di fatto stiamo parlando di una serie di individualità che trovano espressione e maturità nel percorso scolastico che va dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di II grado. Qual è dunque il ruolo dell’insegnante in questa determinazione dell’identità dovrebbe essere chiaro: favorire le occasioni per esprimere al meglio se stessi partendo dal proprio potenziale e dal riconoscimento della loro unicità
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Manuela Magnelli
Manuela Magnelli

Redazione

Docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Insegna dal 2004 maturando un'esperienza nelle scuole superiori e sul sostegno.

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