Rossana Bartolo Insegna francese al Liceo Linguistico “Varalli” di Milano. È responsabile del gruppo LEND di Milano. Svolge attività di formazione per docenti di tutta l’area linguistica
"La scoperta dell’alterità è quella di un rapporto, non di una barriera" (C. Lévi-Strauss)
Le parole di Lévi-Strauss enucleano ciò che, attraverso un complesso e attento approccio metodologico e educativo, cerchiamo di sostenere noi insegnanti di lingue straniere quando le insegniamo. In modo particolare diamo valore al plurilinguismo come traccia da seguire, consapevoli dei benefici che si ottengono sia sul piano dell’apprendimento che su quello etico.
Siamo tutti consci che il linguaggio permette la Conoscenza, ma anche la Libertà: “Il plurilinguismo è una libertà, come è una libertà fondamentale il pieno possesso della propria lingua materna. Non c’è comprensione del mondo senza la mediazione della lingua. La conoscenza di una o più lingue straniere è un ampliamento importante del campo visivo degli individui e la via per una migliore comprensione delle società e dei problemi contemporanei. Per il bambino come per l’adulto, la parola è inseparabile dal pensiero e dalla comunicazione: è un potere e l’accesso alla libertà. […] Questo messaggio deve essere assunto dagli insegnanti, e uno sforzo particolare deve essere fatto in direzione dei media che devono essere convinti del ruolo fondamentale della lingua per la creazione di un tessuto sociale sano”1
Le lingue si definiscono “storico-naturali/storico-sociali” e l’essere umano “biologicamente culturale”2. Le lingue evolvono continuamente insieme all’evolversi della storia, dei modi di abitare il mondo, della scienza, della tecnica e della pedagogia. “Le altre specie si sono evolute sulle cose, l’uomo (in quanto linguistico) si è evoluto sulla comunicazione stessa, cioè sui rapporti con gli altri uomini.”3
Questo nostro primigenio strumento esosomatico, la voce, si fa parola, cioè veicolo di significato, trasmette saperi e cultura, ma non ha un esclusivo scopo comunicativo, altrimenti la lingua sarebbe fatta di “sì”, “no” e imperativi. Si attua nella relazione ovvero negli abiti di risposta che è in grado di suscitare: reali, possibili, immaginari4. È grazie alla relazione con l’Altro che io posso riconoscere la mia identità, ma l’identità è principalmente la capacità di raccontare di sé a sé, non ha bisogno di appartenenza. Ecco che la pluralità di voci, di lingue, renderanno possibile che io riconosca la mia identità (che è anche molteplice) creando il passaggio all’etica. Il punto nodale è il transito dall’Io al Noi. Ci avverte infatti il prof. Remotti5 che l’identità è una parola ingannevole, è un mito, soprattutto quando diamo valore al Noi (ognuno ha bisogno di riconoscersi in un Noi) quindi ci chiudiamo, alziamo muri, barriere e creiamo pregiudizi verso il diverso da noi. La parola identità ci porta al conflitto anziché alla pace. È una parola avvelenata6.
A scuola, dove cerchiamo di portare avanti una educazione linguistica democratica7, guardiamo al plurilinguismo considerato nel contesto del pluriculturalismo. “La lingua non è solamente un aspetto essenziale della cultura, è anche uno strumento che permette di accedere alle espressioni della cultura: […] nella competenza culturale di un individuo, le svariate culture (nazionale, regionale, sociale) alle quali ha avuto accesso non coesistono semplicemente l’una a fianco dell’altra. Si confrontano, si mettono a paragone e interagiscono attivamente per produrre una competenza pluriculturale arricchita e integrata, di cui la competenza plurilingue non è che una componente, che interagisce a sua volta con le altre. […]L’approccio plurilingue sottolinea il fatto che, man mano che l’esperienza della lingua di un individuo nei suoi contesti culturali si espande, dalla lingua di casa a quella della società in generale e poi alle lingue di altri popoli, egli non tiene queste lingue e culture in compartimenti mentali rigorosamente separati, ma piuttosto costruisce una competenza comunicativa a cui contribuiscono tutte le conoscenze e le esperienze della lingua e in cui le lingue si relazionano e interagiscono”8.
Tutte le difficoltà che si cerca di superare, nell’apprendere più lingue, vengono un po’ meno quando si attua una trasversalità metodologica che consente una convergenza dei processi mentali attivati, dei livelli di elaborazione cognitiva del testo, della tipologia delle attività e delle esercitazioni. Per cui l’esito formativo è fortemente potenziato dal riconoscimento esplicito delle strategie di lettura e scrittura, dalla trasferibilità delle strategie acquisite su altri testi di lingue diverse, dalla presa di coscienza dei processi cognitivi messi in atto e delle strategie per una lettura, comprensione, interpretazione e riscrittura dei testi.
Questo sul piano metodologico e sul piano educativo?
A coinvolgerci su questo piano è l’incontro con le diversità culturali, quelle diversità che in fondo ci sono tra ognuno di noi, ma è proprio l’educare ad accogliere queste diversità che possiamo far intendere il concetto di Mediazione che entra in gioco quando il senso ricercato è co-costruito, condiviso dal gruppo classe, e come dal confronto si possa meglio ri-conoscere se stessi, sapere chi siamo e chi vogliamo essere. E non serve una costrizione, basta innescare il dialogo, sapendo che la condivisione delle conoscenze è una forma di relazione e, in quanto tale, gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo cognitivo e dello spirito critico (Vygotsky). In questo modo, parlare di Identità non vuol dire opporsi all’altro, ma solo imparare a fare la differenza tra comprendere e condividere. Cioè, non necessariamente si deve tutto condividere, ma essere in grado di comprendere, certamente sì. Fondamentale è l’attenzione all’uso della lingua che può essere portatore di discriminazione e pregiudizio.
L’approccio plurale mira allo sviluppo della “capacità di oltrepassare i limiti della propria visione del mondo aprendosi ad altri modi di conoscere, pensare e agire. In un senso più esteso, essa mira altresì allo sviluppo della capacità di interpretare altri modi di vivere e di spiegarli a coloro che vivono diversamente” (Camilleri, Grima 2007).
Non è un caso che ci si esprima diversamente per intendere le stesse cose, o che addirittura ci siano modi d’intendere che non trovano nessuna corrispondenza con altre lingue e/o dialetti, e forse un esempio per tutto (linguistico e etico) ce lo dà la difficoltà del tradurre.
“Dalla Babele delle lingue non sale l’indefinito mormorio della confusione ma la lussureggiante polifonia del molteplice”9.
Il dialogo che si instaura con il testo da tradurre, partendo da un atto ermeneutico, ognuno è la sua voce, mette in relazione l’Io e l’Altro, un’alterità che non è data dalla visibilità della parola (percezione dell’altro), ma dal modo in cui questa parola mi parla e come io posso rispondere. Posso sentirmi grazie all’Altro. Ecco che l’atto del tradurre è un’esperienza che ci rende immediatamente comprensibile il fondamento etico del linguaggio.
C’è una profonda somiglianza tra l’atto del tradurre e l’esperienza d’amore: quando amiamo qualcuno, ci facciamo invadere, desiderosi di accoglierlo e noi stessi, desiderosi dell’altro, lo invadiamo. Non ho scelto a caso questa parola: "invadere". La problematica di questa parola deriva dal fatto che si usa, di solito, in un contesto di violenza, ma bisogna rovesciare il concetto di invasione e vedere nello straniero che arriva, non il nemico, ma la persona che può darci il nuovo, che ci possa arricchire, che ci liberi dalla nostra insostenibile solitudine.
“Tradurre è trasmutare una lingua in un’altra lingua. Un testo in un altro testo. Una voce in un’altra voce. C’è, in questa alchimia, qualcosa che somiglia all’esperienza d’amore, o almeno alla sua tensione: come poter dire l’altro in modo che il mio accento non lo deformi, o mascheri, o controlli, e, d’altra parte, come lasciarmi dire dall’altro in modo che la sua voce non svuoti la mia, il suo timbro non alteri il mio, la sua singolarità non renda opaca la mia singolarità”10.
La risposta ce la dà Rilke: La condivisione totale tra due esseri è impossibile e ogni volta che si potrebbe pensare che una tale condivisione sia stata realizzata, si tratta di un accordo che frustra uno dei partner, o anche entrambi, della possibilità di svilupparsi pienamente. Ma quando si è consapevoli dell’infinita distanza che ci sarà sempre tra due esseri umani, chiunque essi siano, una vita meravigliosa, fianco a fianco, diventa possibile: sarà necessario che entrambi i partner diventino capaci di amare questa distanza che li separa e grazie alla quale ciascuno dei due vede l’altro intero, inciso nel cielo11.
Quindi dobbiamo amare questa distanza che ci separa ed è necessario essere consapevoli che questa distanza non si colmerà completamente, ma per questo, e paradossalmente, è grazie a questo "resto" questo “divario” che avvertiamo la possibilità di un’apertura verso l’altro perché contemporaneamente dà la possibilità di riconoscersi nella differenza, permette di rispondere.
«Il monolinguismo, anche se mi fornisce la mia identità, non mi appartiene veramente. “Ho solo una lingua e non è la mia" ci dice Derrida. La lingua madre appartiene già all’altro, viene dall’altro, come un dono, per la sua stessa unicità. Per questo non possiamo possederla, detenerla. Nella sua unicità, la madre deve essere sostituita attraverso un gesto di allontanamento, pena il mutismo, la nostra casa diventerebbe una prigione e la lingua sarebbe vista come l’espressione di un totalitarismo. Ma la lingua madre non ci dà solo la ricchezza di essere in grado di dire la stessa cosa in modo diverso, non è infatti una questione di conoscenza o competenza linguistica, è piuttosto il dono di un distacco che impedisce ad ogni lingua di rinchiudersi in un discorso perfetto dato una volta per tutte e per questo diventa ospitale, accogliente. Secondo Derrida, la condizione di ospitalità della lingua è " un altro pensiero della traduzione da inventare ". Ogni traduttore vive la lingua come un luogo dove manifestare una preoccupazione per l’altro, una cura verso lo straniero. Quando ci si rende conto che la traduzione è sempre inadeguata, questa condizione di inadeguatezza si accompagna all’ospitalità e la casa del nostro ospite non è più un rifugio, ma un luogo di esposizione dove il traduttore è a disagio, pieno di dubbi da risolvere dal momento che ogni regola universale mal si adatta alla singolarità di ciascuno. Ma l’impossibilità di tradurre a partire da questa unicità e dalla distanza infinita tra ognuno di noi, paradossalmente diventa il luogo dell’ospitalità, aprendo le porte della propria dimora allo straniero»12.
Apprendere più lingue significa imparare a vedere la realtà con gli occhi dell’altro. Il valore educativo interculturale si concretizza in un’educazione alla comprensione di lingue e culture diverse, al rispetto, alla pace.
«Ogni traduttore, ciascuno con i suoi modi, testimonia quanto sia necessaria questa risonante pluralità delle lingue: senza di essa non si tradurrebbe, dunque non si farebbe esperienza della differenza, non si conoscerebbe il bagliore dell’alterità, non si esplorerebbe l’ignoto»13.
Note
- Charte européenne du plurilinguisme, Plurilinguisme et liberté p.4, (mia trad.) Centro europeo per le lingue moderne del Consiglio d’Europa, 2005.
- Giorgio Prodi, Gli artifici della ragione, Edizioni del Sole 24 ore, Milano, 1987.
- Ibid, p.154.
- Carlo Sini, Inizio, Jaka Book, Milano, 2015 (p 67).
- https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Remotti.
- Conflitti, identità e appartenenze. Un dialogo con Francesco Remotti - Vita.it.
- Tullio De Mauro https://giscel.it/dieci-tesi-per-le-ducazione-linguistica-democratica/.
- Quadro Europeo Comune di Riferimento, 2001.
- Antonio Prete, All’ombra dell’altra lingua, Bollati Boringhieri editore, Torino, 2011.
- Ibid. p. 11.
- Rainer Maria Rilke, Lettres à un jeune poète, Cahiers rouges, Grasset, 1987 (mia trad.).
- Jacques Derrida, Il monolinguismo dell’altro, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004 (citazioni in Il disagio della traduzione, Graziella Berto).
- Antonio Prete, Op. Cit, p 12.
Le lingue evolvono continuamente insieme all’evolversi della storia, dei modi di abitare il mondo, della scienza, della tecnica e della pedagogia. “Le altre specie si sono evolute sulle cose, l’uomo (in quanto linguistico) si è evoluto sulla comunicazione stessa, cioè sui rapporti con gli altri uomini”

Redazione
Rossana Bartolo insegna Lingua e cultura francese al Liceo Linguistico Severi-Correnti di Milano. È responsabile del gruppo LEND di Milano. Svolge attività di formazione per docenti di tutta l’area linguistica. È autrice di due percorsi di formazione pubblicati in versione multimediale sul sito http://www.scuolavalore.indire.it/ per il PON I ciclo Educazione Linguistica e Letteraria nel PIANO di FORMAZIONE Lingua, letteratura e cultura nella dimensione europea
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