EMPATIA E FORMAZIONE SPECIFICA DEL DOCENTE DI SOSTEGNO, DUE ASPETTI IMPRESCINDIBILI DELL’INCLUSIONE SCOLASTICA
Manuela Magnelli conversa con Luigi Caparelli
Luigi Caparelli, classe 1994, è Dottore in Lingue, Letterature e Culture Moderne. Tra i suoi sogni nel cassetto c’è quello di diventare docente di scuola superiore. Diplomato in Lettere classiche ha da sempre coltivato la passione per la letteratura in generale e per le lingue straniere. Durante la sua brillante carriera scolastica, per via di una disabilità motoria, è stato affiancato da diversi docenti di sostegno. La sua visione sull’inclusione e sul valore umano e professionale del docente di sostegno gli hanno fatto maturare un’idea ben precisa sulle caratteristiche che dovrebbe possedere ciascun insegnante. Abbiamo dialogato con lui per capire il significato dell’aver cura dell’altro, naturalmente partendo dalla scuola.
Il tuo percorso di studi, dalla scuola primaria al Liceo, è sempre stato lineare oppure hai incontrato delle difficoltà? Se sì quali sono state e chi ti ha aiutato ad affrontarle?
Abitando in un piccolo centro ho avuto la fortuna di conoscere e condividere le mie esperienze didattiche, e non solo, con compagni di classe di cui conoscevo le famiglie, in un rapporto di stima e fiducia reciproca. L’accoglienza, dentro e fuori l’aula, è sempre stata positiva per cui non posso evidenziare criticità né didatticamente parlando né sul piano relazionale. Posso dire, almeno per le informazioni desunte dal confronto con altri, che il contesto sociale più circoscritto, la familiarità e il senso di appartenenza che si sviluppano nelle piccole comunità, possono favorire di molto l’inclusione. A questo si aggiunga, dato di estrema importanza, l’azione educante della famiglia. L’accoglienza dell’altro, il rispetto della diversità, sono aspetti che si acquisiscono in casa, come l’educazione in generale. Molti dei miei ex compagni, inoltre, erano boyscout, volontari, per cui includere era per loro la normalità!
Si parla sempre più frequentemente di inclusione scolastica e di norme che tendono a regolarla all’interno delle scuole. Cosa significa per te includere? Ti sei mai sentito escluso?
Mi sono sempre sentito perfettamente incluso, amato e stimato. Inclusione significa non emarginare, far sentire chiunque un tutt’uno con il gruppo di appartenenza. In un contesto classe l’ago della bilancia sono i compagni. È con loro che si condivide la maggior parte del tempo. Gli insegnanti ruotano nell’arco delle ore scolastiche, possono cambiare nel corso del ciclo di studio ma i compagni no! Sono sempre lì, è con loro che condividi tempo e spazio!
Sei stato affiancato da diversi docenti di sostegno nel corso degli anni scolastici. Quali caratteristiche dovrebbe avere questa figura professionale?
La mia disabilità è solo di tipo motorio, l’aiuto di cui ho avuto bisogno è stato nell’esecuzione pratica di alcune attività. Questa precisazione mi occorre per evidenziare la necessità delle peculiarità professionali che dovrebbe avere un docente di sostegno per poter essere concretamente di supporto. Mi riferisco alla specializzazione nelle materie caratterizzanti il percorso di studi nelle scuole superiori. Ad esempio nel curricolo di studi del Liceo classico sono previste 6 ore settimanali di Greco e 6 di Latino: immaginate che ad affiancare lo studente sia un docente che non abbia mai studiato né l’una né l’altra disciplina. Aiutare diventa molto difficile se non impossibile! In una versione di Greco, ad esempio, il sostegno consiste nello sfogliare il vocabolario al posto dello studente per cercare il significato di un termine. Non saperlo consultare o trovare difficoltà nel farlo rallenta enormemente i tempi di esecuzione della prova con conseguente senso di frustrazione! Ecco, questo è un aspetto limitante della professione che potrebbe essere facilmente colmato con una selezione mirata. Un altro aspetto è quello della motivazione professionale. Stare in classe non significa timbrare il cartellino dell’impiegato e poi andare via. La demotivazione del docente è la prima cosa che percepisci e che, ovviamente, ti pesa. Il docente non appassionato, non emotivamente coinvolto, non dovrebbe stare nelle aule scolastiche.
Si parla, nell’elaborazione del PEI dei punti di forza dell’alunno da cui partire per progettare l’intervento didattico. Se dovessi esplicitare i punti di forza che possiede un insegnante quali dovrebbero essere? Quali punti di debolezza ritieni siano presenti negli insegnanti italiani? Come li rinforzeresti?
Come detto prima la specificità dei percorsi di studio è determinante per un buon affiancamento allo studente o alla studentessa in questione. A questo si aggiunga la capacità di adattarsi alle esigenze apprenditive ed emozionali dello studente, andare incontro alle carenze dello studente. Se sono presenti lacune pregresse è necessario saper utilizzare strategie opportune: drammatizzazione di un concetto, esecuzione di giochi didattici, trasposizione sul piano del reale di concetti astratti. Attraverso la concretizzazione l’esemplificare diventa più funzionale per l’apprendimento. Di estrema importanza è naturalmente l’empatia! Se non c’è questo coinvolgimento emotivo la presenza di un docente può essere avvertita come un peso, una fonte di disagio emozionale.
Spesso capita di sentire che il dialogo educativo scuola-famiglia sia lacunoso. L’uno non comprende le difficoltà dell’altro. Secondo te cosa andrebbe modificato sul piano della comunicazione e della collaborazione reciproca?
Quando si dialoga con un genitore bisognerebbe affrontare il problema a piccoli step. È necessario preparare a piccole dosi la famiglia sulle difficoltà dei figli nel contesto scolastico. Dare, ex abrupto, un’immagine diametralmente opposta a quella immaginata può essere inizialmente controproducente. Di fatto, la visione che i genitori hanno degli insegnanti è corrispondente a quella che viene loro illustrata dai propri figli, riportando determinati episodi talvolta decontestualizzati. Il genitore va guidato progressivamente alla comprensione del reale problema, del comportamento, delle difficoltà riscontrate a scuola. Bisogna indurli a cambiare prospettiva per costruire un rapporto di fiducia e, di conseguenza, iniziare una stretta collaborazione.
Immaginati dall’altra parte della cattedra, nel ruolo del Professor Caparelli, docente di Lingue. Che insegnante vorresti essere? Come vorresti che i tuoi alunni si relazionassero a te?
Gli studi universitari, la mia esperienza di docenza nel doposcuola, rafforzano costantemente l’idea che l’insegnante debba essere aperto alla comprensione di tutte le problematiche adolescenziali. Andare incontro alle diversità, alle caratteristiche umane è una delle condizioni necessarie. Anche quando si deve effettuare una valutazione negativa bisogna saperlo fare con tatto, non mortificare, non demotivare. Bisogna sollevare lo studente dalla pressione emotiva. I miei studenti dovrebbero sentirsi a proprio agio, sentirsi stimolati e motivati anche ridendo insieme!
Se potessi porre una question time al Ministro Bianchi in materia di Sostegno nelle scuole, cosa sottoporresti alla sua attenzione?
Sicuramente chiederei spiegazioni in merito alla formazione dell’area unica per il sostegno nelle scuole superiori. La suddivisione per ambiti disciplinari, e la relativa preparazione didattica per essere concretamente d’aiuto allo studente, è fondamentale. Talvolta si parte dal pregiudizio, dal preconcetto che la disabilità sia intellettiva e non solo fisica, o quantomeno che ci sia una limitazione. Questo diventa imbarazzante quando, di contro, è l’alunno che percepisce la difficoltà del docente a non essere all’altezza del compito preposto.
Collaboratore

Redazione
Docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Insegna dal 2004 maturando un'esperienza nelle scuole superiori e sul sostegno.
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