I NUOVI LINGUAGGI E LA GRAZIA
Alessandro Sebastiano Citro conversa con Paolo Talanca
1. Lei oltre all'insegnamento nelle classi è molto attivo nel campo della promozione culturale, visto che è docente formatore, fa spettacoli teatrali, è saggista, critico musicale e direttore artistico. Come riesce a conciliare tutte queste attività, dato che ormai l'insegnamento è pervasivo nella vita di tanti insegnanti e comprime tante possibilità di ulteriori attività sociali?
Sin da quando ho cominciato a insegnare, ho sempre avuto una sorta di missione: far andare a braccetto la mia attività di studioso della forma canzone con la possibilità della sua introduzione nelle scuole, in classe, come metodologia innovativa che punti a un apprendimento significativo da parte dei ragazzi. Per questo, per me è naturale unire le mie attività, e sono andato a cercarmi le collaborazioni con quei "presidi culturali" di sicura autorità in Italia, che potessero aiutarmi – attraverso la loro autorevolezza e credibilità – a realizzare ciò che mi ero prefissato. È giunta così la collaborazione con la casa editrice La Scuola, che da sempre è forse la principale realtà per la formazione in tal senso; con il Fatto Quotidiano e Avvenire, che per storia e capacità di divulgazione sono, assieme, due quotidiani ben assortiti; oppure la Hoepli, la più antica casa editrice italiana e tra le più importanti per la divulgazione. Da lì, insegnare al Conservatorio e all'Università è stata solo la naturale chiusura del cerchio. Il mondo, forse mai come oggi, è in continuo cambiamento e i ragazzi sono in contatto costante con dei linguaggi sempre nuovi; non nascondo che si faccia molta fatica: a organizzarsi, a gestire i tempi e organizzare le attività nei vari ambiti. Ma è una fatica necessaria. Il mio obiettivo è che insegnamento e divulgazione di qualità possano andare di pari passo. Cerco di far sì che le cose avvengano del tutto naturalmente.
2. Qual è la sua riflessione sulla condizione professionale e anche umana dei docenti in questo periodo pandemico ma anche prima della rivoluzione covid?
Sarò drastico, ma in questo caso si devono fare poche chiacchiere: è una situazione di totale emergenza e ci si può solo rimboccare le maniche e lavorare, provando a fare il meglio che si può. Nessuno poteva prevedere una pandemia, e la dad non piace a nessuno, ma cosa altro si può fare in una situazione del genere? La cosa che deve starci più a cuore non credo sia il fatto che i ragazzi perdano la possibilità di sapere quando è nato e morto Napoleone: dobbiamo interessarci della loro salute psicofisica, della loro socialità. Stanno perdendo i migliori anni della loro vita, perché la scuola rappresenta una tappa fondamentale della loro conoscenza del mondo. Il problema non è dei docenti, mi creda.
3. Ritiene che la relazione docente/allievo debba nutrirsi oltre che di competenze da trasmettere anche di emozioni da coltivare vicendevolmente?
È l'aspetto principale, ed è perfettamente coerente con la parola con la quale avete caratterizzato il numero di questa rivista: cura. A monte c'è sempre il rapporto personale: non solo insegnante/classe, ma insegnante/alunno. Sono prima venticinque rapporti personali e poi c'è quello del docente con la classe. Rispetto reciproco, empatia, rispetto dei ruoli e capacità di fidarsi di chi si ha davanti, che è un concetto che avvicino molto a una parola che mi piace moltissimo: "grazia". La grazia è una cosa enorme, che non chiede nulla in cambio, ma per questo rigenera ogni volta la necessità della sua ricerca, in ognuno di noi, perché con essa ci sentiamo in pace con gli altri. Da qui nasce la gentilezza. Tutto questo viene molto prima delle competenze da trasmettere. Meglio: direi che se c'è tutto questo, le competenze sono una conseguenza. Ogni ragazzo ha diritto e bisogno di capire la propria unicità, la propria intelligenza, il proprio talento e i propri limiti. Poi, se questo percorso è costruito con giudizio e... cura, arriveranno anche – e bene – le conoscenze.
4. Ha mai avuto crisi di "vocazione" nel suo percorso da insegnante e se sì come ha arginato questo malessere?
Mai. Sarà perché, come dico nella risposta alla prima domanda, fortunatamente ho chiaro in testa il mio obiettivo e, per adesso, il mio sogno è ancora vivido e scintillante. E funziona.
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