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LA SOCIETÀ CHE DISABILITA IL DISABILE

L’inclusione come questione sociale

21 maggio 2026 7 min

Manuela Magnelli conversa con Gennaro Ponte

Gennaro Ponte, giovane assistente sociale specialista, vive da sempre la sua disabilità con serenità e spirito critico. Due lauree, una in Scienze politiche e una in Scienze delle pubbliche amministrazioni, si occupa di welfare presso il Comune di Rende, in provincia di Cosenza, autore del saggio La casa non a caso, si impegna da sempre a contrastare ogni forma di discriminazione sociale. Lo abbiamo intervistato per discutere di scuola, disabilità e accoglienza.

Esistono diversi tipi di disabilità, fisiche e cognitive e nel contesto scolastico è necessario tenerne conto per utilizzare opportune strategie. Qualora ci si trovi di fronte a gravi disabilità, in cui il processo di apprendimento e inclusione risulti nel concreto essere molto difficoltoso, è giusto perseverare con l’inclusione scolastica? Sono consapevole di andare controcorrente ma mi allontanerei dal concetto di scuola inclusiva perché, proprio a livello sistemico, il contesto italiano non è pronto a includere tutti. Alcuni termini, come quello dell’inclusione, vanno riempiti di contenuto altrimenti rischiano di rimanere vacui. Fare una distinzione tra disabilità fisica e cognitiva è condizione necessaria per poter capire come eventualmente includere. Io non sono per l’inclusione a tutti i costi! Chi non è in grado di percepire il mondo esterno (ad esempio percependo la solidarietà, l’empatia, la socialità, ecc.) non deve essere per forza inserito in un contesto classe perché ha degli obiettivi diversi da dover raggiungere. La scuola non deve essere un pretesto per cercare di colmare dei gap sociali e culturali. Sono a favore della valorizzazione delle competenze residue, quelle che l’ICF chiama capacità residue dell’individuo con disabilità. Bisogna puntare il dito contro il buonismo che promuove l’inclusione a tutti i costi di chi ha una disabilità grave che non consente di percepire gli stimoli provenienti dal mondo esterno.

Qual è la strada da percorrere per favorire concretamente l’inclusione? Innanzitutto bisogna partire dalla formazione sia dei docenti che degli studenti. Partendo da questi ultimi si potrebbe dedicare l’ora di educazione civica per affrontare tematiche come inclusione, inclusività, disabilità, precisando i compiti dello Stato e illustrando il ruolo dell’istruzione in tal senso. Con un bagaglio teorico solido gli studenti sarebbero più motivati, anche implicitamente, a farsi carico degli studenti svantaggiati. La preparazione di base di molti docenti non è, a mio avviso, adeguata ad accogliere lo studente con disabilità perché si è troppo ancorati a una visione patologizzante della disabilità. Bisogna mettere tra parentesi la visione medicalizzata della disabilità per mettere in evidenza la "questione sociale" della disabilità. L’handicap può essere la condizione di svantaggio ma è la società che disabilita il disabile; è la società che, conformemente alla Costituzione, dovrebbe cercare di creare le condizioni per garantire a tutti gli individui uguale dignità sociale attraverso la scesa in campo del legislatore anche in ambito scolastico.

Quale contributo possono dare gli insegnamenti curricolari alla creazione di una pratica inclusiva? In un’espressione si potrebbe parlare di funzione pedagogica di alcuni insegnamenti, come l’Educazione civica o lo studio della Religione. La Pedagogia serve a far capire cos’è l’uomo con la U maiuscola. Se anche gli insegnamenti disciplinari mettessero in evidenza questo valore relazionale dell’individuo che non deve essere contaminazione ma una valorizzazione delle differenze, la scuola avrebbe raggiunto uno dei suoi obiettivi. Si dovrebbe intervenire sulla base delle capacità: cosa un essere umano può desiderare di essere e di fare!

Molte famiglie ma anche molti docenti, lamentano la mancanza in pianta stabile, all’interno delle scuole, della figura dell’educatore e dello psicologo per poter coprire le esigenze degli studenti disabili per l’intero anno scolastico. Cosa potrebbe fare la politica in tal senso? Si potrebbe dare rilievo alla sussidiarietà orizzontale mettendo in campo non solo il potere statale ma anche quello degli enti del terzo settore. Laddove non arriva lo Stato, perché troppo in alto nella risoluzione burocratica del problema, gli enti locali, più vicini a percepire e accogliere le esigenze del territorio, potrebbero agire - usufruendo di una dotazione finanziaria statale - in tempi più rapidi. D’altronde non bisogna dimenticare che gli istituti scolastici sono sempre incardinati all’interno di alcuni territori per cui, per certi versi, subiscono le criticità dei territori stessi, di contro i territori, nella veste dei loro amministratori, sono potenzialmente più solerti a raccogliere determinate richieste di intervento.

Nel rapporto tra enti locali e scuole l’aspetto finanziario è determinante? Tendenzialmente si dà troppo spessore alla questione finanziaria mentre questo è solo uno degli aspetti a cui si deve dare rilievo. Bisognerebbe partire dalla progettualità delle risorse in campo, una progettualità corredata da creatività, inventiva, volontà di risolvere un problema. A prescindere dalle risorse economiche, sicuramente necessarie, si rischia in quest’ottica di alimentare una forma di arretratezza culturale che blocca la fase ideativa di possibili iniziative mirate. Intendo dire che le risorse finanziarie possono pure esserci ma il vero obiettivo è saper pianificare, progettare, come queste risorse dovranno essere impiegate. Avere una disponibilità economica ma non sapere come impiegarla in modo produttivo equivale a non avere risorse!

Questi progetti potrebbero essere demandati ai territori oppure devono essere di esclusiva competenza di ogni Istituzione scolastica? La cabina di regia potrebbe essere anche esterna, tipo una consulta pari opportunità oppure un’associazione vicina ai bisogni del territorio, poi però il valore aggiunto di questi progetti deve essere dato dal diretto coinvolgimento dei Dirigenti Scolastici. Sono loro che devono conoscere perfettamente non solo le ricadute che simili iniziative potrebbero avere nel loro istituto ma anche come determinati interventi potrebbero essere percepiti in seno all’organizzazione scolastica. Nella fase ideativa, dunque, si può pensare a un impulso esterno ma nella fase dell’implementazione e della realizzazione il ruolo del Dirigente scolastico è determinante.

Progettualità inclusive che ricoprano un tempo mediamente lungo, ad esempio dalla scuola dell’infanzia a la secondaria di secondo grado, sono attuabili? Attenzione! La progettualità che riguardi archi di tempo mediamente lunghi non può essere demandata ad un ente che si trovi al di sotto dello Stato. La progettualità a lunga scadenza la deve dare sempre il legislatore che però, molto spesso, non riesce a far fronte alla complessità dei bisogni che emergono a livello scolastico. La scuola diventa un raccoglitore dei bisogni sociali, prende in carico un micro settore del contesto sociale ma non sempre si tiene conto che l’individuo, come tale, è in relazione al molteplice della società e dei suoi aspetti.

Quali sono, oggi, le funzioni della Scuola per garantire l’inclusione? Il Legislatore in merito si è già pronunciato, la normativa è esistente. Manca però ancora un’azione concreta all’interno delle singole istituzioni. Partendo dal presupposto che la Scuola non dovrebbe mai acuire le disuguaglianze, il docente di sostegno deve essere preparato ad accogliere chi ha di fronte avvalendosi di competenze di natura pedagogica e senza dover mai assumere un atteggiamento genitoriale.

Sei d’accordo con l’idea del Miur di separare la carriera del docente di sostegno da quella del docente curricolare creando una classe di concorso ad hoc? Attraverso questo tipo di idea si rischia di incorrere in una battuta d’arresto nel progetto di inclusione. Si finirebbe per ritornare all’esclusività del rapporto tra docente di sostegno e allievo, si ritornerebbe all’idea secondo cui il docente di sostegno debba avere in cura un solo studente in un’ottica di medicalizzazione, di eccesso di delega. Sono invece d’accordo, sul piano meramente formativo della professionalità docente, alla preparazione specifica, su base fortemente pedagogica, della figura del docente di sostegno. Una specificità delle conoscenze è necessaria per rapportarsi allo studente disabile e contribuire alla sua valorizzazione.

Si può rischiare di strumentalizzare la figura del docente di sostegno? Tendenzialmente si è soliti assegnare il docente di sostegno all’alunno che si trovi in una condizione di svantaggio, si prenda ad esempio uno studente che si trovi sulla sedia a rotelle ma che non abbia alcun tipo di deficit cognitivo. Ci ritroviamo a quanto già detto in merito alla diversificazione delle disabilità. In questo modo si rischia che la presenza del docente di sostegno possa imprigionare il potenziale dello studente. Si può creare, involontariamente, quello che si definisce "effetto alone", auto convincendosi di avere una marcia in meno rispetto ad altri.

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Gennaro Ponte
Gennaro Ponte

Redazione

È Dottorando di ricerca in Teoria e Prassi del Diritto presso l’UniCal. Si definisce sociologo prestato al diritto e docente in attesa di convocazione. Ama l’arte di divulgare e la libertà di conoscere

Manuela Magnelli
Manuela Magnelli

Redazione

Docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Insegna dal 2004 maturando un'esperienza nelle scuole superiori e sul sostegno.

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