Giuseppe Bornino Insegna Filosofia e Storia; movimenta Cosenza e l'università con attività culturali da oltre un decennio
Sin dai tempi di Socrate, peregrinante inquisitore dei suoi concittadini, la filosofia si è pre-occupata della cura di quel mondo, solo banalmente “interiore”, che risponde al nome antico di anima. Concepire l'anima come una sacra cella dove nascondere i propri più riposti pensieri e celare all'altrui indiscreto sguardo i propri più reconditi desideri, infatti, mortifica l'essenza vitale, il terreno felicemente sconnesso, la dimensione pubblica di quella che, lungi dall'identificarsi con una semplice facoltà spirituale, in realtà, somiglia più a un'impresa collettiva, a una costruzione instabile, aperta, dinamica. Smontare, anzitutto, quindi, il canuto e decrepito pregiudizio, tutto occidentale, di un'anima riservata, di un'anima sola al tavolo, di un'anima bella, ma che non balla, di un'anima “interiore”, appunto, come se noi donne e uomini ne fossimo i legittimi proprietari. E chi ce l'avrebbe concessa questa proprietà? Dio, la Natura, un ricco parente lontano? Curare l'anima, quindi, non significa coltivare i fiori di un giardino tutto privato, ma costruire, con chi viene a trovarci, nel nostro giardino, rigoglioso o meno che sia, il nostro edificio biografico. Curare le anime, oggi, non può voler dire altro che costruire e decostruire, di continuo, le nostre biografie, praticando la connessione ma, al tempo stesso, la disconnessione. E non c'è biografia che non passi dall'incontro con l'Altro, vivente o meno che sia. La filosofia è cura dell'anima solo nel senso in cui stimola gli incontri, li intensifica, donando loro un caleidoscopio di sensi, molto spesso imprevisti. Senza la filosofia potremmo vivere? Mi chiedono, di tanto in tanto, le mie studentesse e i miei studenti. Potremmo sopravvivere, certo, rispondo ogni volta, ma accontentandoci di meri impatti, rinunciando agli incontri. E solo gli incontri, come detto, contribuiscono alla formazione di una biografia. Se ci pensate bene, la scuola, tristemente ingabbiata nel gentiliano paradigma della “trasmissione del sapere” come fossimo circuiti elettrici o radioamatori, in realtà è, più semplicemente, luogo di incontri, spazio aperto da cui i poveri impatti andrebbero banditi. Docenti e studenti, allora, dovrebbero vicendevolmente prendersi cura delle loro anime, lavorando, all'unisono verso la costruzione, ancora più accattivante, di un'anima collettiva, quella che gli antichi definivano “anima del mondo”, un unico grande respiro, capace di ridonarci fiato. Un comune orizzonte culturale, di esperienze e visioni, capace di intervenire prepotentemente nelle maglie del reale, allargandole, asfittiche come sono, per infilarci dentro quei sogni che, troppo spesso, vengono sopiti o, peggio, soffocati già sul nascere. La filosofia, da questo punto di vista, al di là dei suoi aspetti puramente disciplinari e del suo lessico (alle volte, eccessivamente) specialistico, è, come sostenevano i latini, scientia scientiarum, scienza delle scienze, non perché superiore alle altre, ma perché tutte le altre, volenti o nolenti, la presuppongono. Senza la filosofia, senza la cura dell'anima, senza la donazione di senso, senza l'incontro verace che riconsegna sullo sfondo l'impatto artificiale, nessuna scienza avrebbe il terreno sconnesso sul quale abitare e agire. Le ragazze e i ragazzi, questo lo riconoscono quando si approcciano allo studio della filosofia. Non subito, per carità, non sempre, purtroppo, ma nella stragrande maggioranza dei casi, a prescindere che ricordino cos'era il sinolo per Aristotele o la volontà di potenza per Nietzsche, comprendono di avere accanto, se lo desiderano, una preziosa compagna di viaggio. Gli scettici, di cui Cartesio è un figlio maturo, chiamavano “metodo” questa compagnia, questa voglia irrefrenabile di mettere tutto in dubbio, sempre, a prescindere dalle proprie convinzioni, scomponendo le proprie convinzioni. La ricerca (sképsis, non a caso, in greco antico) è proprio questo, scomposizione di conoscenze, sconnessione di principi, messa in discussione di valori. E la scuola deve rappresentare il terreno sconnesso da arare, ogni giorno, esercitando il dubbio. Un po' di filosofia, allora, forse servirebbe in tutti gli istituti, perché la ricerca e la cura dell'anima non conoscono distinzioni. E praticando la cura, dai professionali ai licei, forse, eviteremmo scoraggiamenti, abbandoni o, ancora peggio, morti, com'è accaduto in quel di Udine, dove il modello capitalistico ha drammaticamente trionfato, ancora una volta, su quello della cura. Tocca a noi, comunità scolastica tutta, adesso, voltare la carta, ribaltandola una volta per tutte. Con rabbia e con cura.
Curare l'anima non significa coltivare i fiori di un giardino tutto privato, ma costruire, con chi viene a trovarci, nel nostro giardino, rigoglioso o meno che sia, il nostro edificio biografico

Redazione
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