Alessandro Sebastiano Citro Insegna Lettere nelle scuole secondarie. Si occupa di dispersione scolastica nel centro storico di Cosenza
“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” L. Wittgenstein
Riflettendo sulla parola linguaggio è automatico pensare che essa riguardi quel canale comunicativo in cui sono immersi a scuola gli insegnanti e gli alunni e non a caso utilizzo il verbo immergere appunto per simboleggiare una sorta di liquido amniotico grazie al quale si alimenta il flusso vitale nel circuito scolastico. Il linguaggio è il mattone strutturale che consente la partecipazione di tutti gli attori della scuola affinché ognuno di loro contribuisca in maniera propositiva alla realizzazione degli obiettivi scolastici e ciò succede facilmente fino a quando le parole pronunciate per esprimere le riflessioni personali sono riconoscibili e interpretabili nella mente degli interlocutori del momento. A scuola tutto è parola, fiumi di parole inondano le classi, viaggiano nei corridoi, irrompono anche nelle stanze degli amministrativi e continuano fuori entrando nelle case degli studenti per poi ritornare, più roboanti di prima, il giorno dopo nelle aule. Ma penso sia una esperienza familiare a molti di noi – e inevitabilmente anche fallimentare – quella per cui, purtroppo, nella scuola, e ormai da troppo tempo, sembra inarrestabile la deriva divaricante dei registri linguistici degli alunni, dei professori e dei dirigenti che tracciano traiettorie divergenti e spesso contrastanti, inquinando così la normale dialettica tra le parti. Quel liquido unificante di cui si parlava prima sembra essersi essiccato lasciando un fondo variegato e difforme che sbiadisce anche quella funzione mediatrice appartenente intrinsecamente alla scuola, solcando invece allarmanti territori di differenze. A scuola si incrociano, probabilmente odiandosi tra di loro, tre tipi di linguaggi: il linguaggio ormai digitale, economicistico e verticistico appartenente perlopiù all’ambito ministeriale e dirigenziale con il quale si tende a simboleggiare uno pseudopotere settoriale in ambito sociale; il linguaggio di rottura della youth culture, naturalmente antagonista, scandalizzante, desemantizzato per cui, oltre alle terminologie coprolaliche, finanche le bestemmie diventano prassi espressiva; infine il linguaggio dei docenti, compressi tra questi due estremi e paladini di una ortodossia linguistica che sembra non interessare più a nessuno se non a loro stessi visto la mancanza di interlocutori attenti e disponibili. Se il primo tipo di linguaggio, quello burocratico, è una maledizione a cui è impossibile sottrarsi ogni giorno a scuola - a riguardo Claudio Giunta parla di lingua disonesta¹ è perché, evidentemente, rimanda a rapporti di forza e gerarchici che eludono la chiarezza dei messaggi per giustificare invece rendite di posizione amministrativa e burocratico-sociale. Questo tipo di linguaggio vacuo si sostanzia spesso in locuzioni senza senso in cui svaporano i nessi sintattici e logici, bizantinismi lessicali in cui abbondano i riferimenti terminologici astratti e indefiniti per cui neanche i cosiddetti idioletti trovano una giustificazione plausibile in quanto tutto il messaggio finale diventa difficilmente comprensibile. Memorabile la dicitura rime buccali per stabilire la distanza tra gli alunni nel rientro a scuola durante il covid. L’esperienza professionale che vive un docente che legge o ascolta queste esposizioni comunicative è devastante e spesso manda in crisi anche la motivazione del suo stare a scuola. Ma per quanto urticante e deprimente possa essere questa esperienza a un docente interessa soprattutto il linguaggio dei propri studenti, coloro i quali, tramandando gli insegnamenti, li sostituiranno nella scena del mondo ma, anche su questo versante, la situazione non è molto positiva come accennavamo prima. Italo Calvino in uno dei suoi paragrafi di Lezioni americane, accusando per prima sé stesso per l’approssimazione del linguaggio adoperato dalle persone, si esprimeva così: “un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e della immaginazione”² ribadendo un rapporto di trasparenza e aderenza tra le parole e la realtà e intendendo come già allora, siamo nel 1993, il campanello di allarme di un linguaggio non preciso, sciatto e scadente fosse esistente - *“A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”*³. Se Calvino alludeva a uno scenario generalizzato non va sicuramente meglio a scuola dove si sperimenta giornalmente l’aspetto del linguaggio giovanile, appiattito sempre più su quello visivo più immediato e gratificante e che non richiede profondità di riflessione e tempo da dedicarvi. Pur volendovi esercitare tempo e riflessione a scuola molte volte in classe mancano proprio le ore necessarie per esplicare questa funzione di approfondimento delle parole, del linguaggio, dei meccanismi sintattici e morfologici che servono a rappresentare la realtà e purtroppo è innegabile che il linguaggio giovanile oggigiorno sia improntato sulla rapidità del messaggio, sincopato, breve, immediato, ellittico, così come impone la tecnicistica presenza dei social. Ma se il linguaggio serve a esprimere la profondità di un pensiero ecco che spariscono le subordinate, gli incisi, i rimandi, le metafore, le allusioni, le digressioni, la punteggiatura, ovvero elementi che rendono il pensiero dinamico, plastico, vivo, ricco. Queste omissioni e lacune ovviamente spiazzano la figura e la funzione dell’insegnante e della scuola poiché certificano la predominanza di un mondo esterno più attrattivo e che i ragazzi addirittura reputano più interessante e formativo per loro. E questo perché fuori è tutto più immerso in un eterno presente che non richiede tempi di riflessione e di elaborazione vissuti come momenti mortuari. Tutto ciò è una novità scandalosa? Non proprio. Chiara Gheno, sociolinguista, ci ricorda come già Platone ne La Repubblica rimarcava la distanza generazionale tra alunni e maestri “Il maestro […] teme e accarezza gli scolari, e gli scolari si infischiano dei maestri, e così dei pedagoghi”⁴ e che un atteggiamento soltanto conservatore e infastidito da parte degli insegnanti ripristina meccanismi comportamentali per nulla originali e produttivi nella comunicazione tra le parti. E dunque, e come al solito, si chiede sempre agli insegnanti di far quadrare i conti in queste situazioni critiche, inventandosi strategie e lezioni da “missione impossibile” che possano sanare o almeno contrastare quella frattura tra il mondo e la rappresentazione di esso attraverso il linguaggio, quel territorio personale e comune che crea socialità e inclusività e che attesta come le parole siano atti di identità che creano relazioni e legami veri e profondi, ponti sociali immateriali che tracciano percorsi interpretativi e veritieri della realtà.
1 Cl. Giunta, La lingua disonesta: come scrivono al ministero dell’istruzione, <Internazionale>, Roma, 23 dicembre 2014. 2 It. Calvino, Lezioni americane, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1993, pag. 66 3 Ibidem 4 Ve. Gheno, Potere alle parole, Giulio Einaudi Editore, Torino,2019, pag. 60
“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” L. Wittgenstein
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