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SULLA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI

21 maggio 2026 10 min

Insegna francese al Liceo Linguistico “Varalli” di Milano. È responsabile, insieme ad Elettra Minen, del gruppo LEND di Milano. Ha svolto attività di formazione per docenti di tutta l’area linguistica. È autrice di due percorsi di formazione pubblicati in versione multimediale sul sito www.scuolavalore.indire.it

L'impianto di un Sistema Educativo (SE), organizzato in funzione dell'ottenimento di una scuola che sia pubblica, democratica e inclusiva, non può trascurare prioritariamente la formazione degli insegnanti ed il loro importantissimo ruolo nella società.

Ma sulla base di quale valore, significato sociale, storico, può essere interpretato il discorso?

I discorsi che siamo in grado di fare, già ricchi di saperi, non sono altro che pregiudizievoli, nell'uso e nella forma delle parole, dal momento che implicano un continuo rivolgersi al passato come se debba esser questo a dettare nuove leggi e ordinamenti che governeranno i sistemi educativi, anziché partire da una domanda: che tipo di società vogliamo? Già, perché i figli si mettono al mondo, e la scuola, fuori da ogni retorica, dovrebbe essere lo spazio ed il tempo più consono ad acquisire quegli strumenti che rendono in grado di trovare una propria identità e dimostrare, per questo, di essere in grado di accogliere e confrontarsi di continuo con l'Altro. La domanda è politica, e ha bisogno di una risposta pertinentemente politica. Anche e soprattutto quando parliamo di SE, quindi quando partiamo dall'etica del discorso e rispondiamo con l'idea di una scuola che sia pubblica, democratica e inclusiva.

Non c'è un discorso che si può affrontare che non sia di certo condizionato dalla storia, dal tempo in cui si vive, dalle dinamiche sociali, dall'evoluzione scientifica e tecnologica; e per tale ragione dovremmo forse prendere maggiormente coscienza che la nostra odierna identità politica e sociale è influenzata da grandi fraintendimenti, che inducono a confondere la conoscenza con le informazioni, il linguaggio ed il suo uso con la mera comunicazione, la scienza con l'uso degli strumenti tecnologici. Dobbiamo partire da qui, sciogliere questi nodi.

Non v'è dubbio alcuno nel ritenere che alla base di un SE degno di questo nome si debba curare l'educazione linguistica, così intesa da Tullio De Mauro: “Educazione linguistica non significa educazione al verbalismo o, peggio, alla verbosità, alla capacità di sapere improvvisare discorsi su qualunque cosa […] educazione ad una parola che non è suono o formula, ma espressione di un senso che si radica nella dialogicità, nella cooperazione con gli altri, e nell'attrito con le cose e con le esperienze che si vogliono esprimere” 2001.

Ma lo stato dell'arte odierno è veramente penoso. Non mi interessa partire dalle figure che appartengono alla sovrastruttura, ministri e sottosegretari reclutati per obnubilare le scelte programmatiche e opportunistiche del vincitore di turno alle elezioni. Mi interessa parlare delle figure di sistema negli istituti scolastici, a cominciare dal Dirigente scolastico. Già il cambiamento della nomenclatura da preside a dirigente, avvenuto qualche tempo fa, annunciava l'avvento della scuola/azienda e reclutava queste persone per le loro “buone” conoscenze amministrativo-contabili piuttosto che per capacità di gestione delle problematicità inerenti le relazioni tra persone, il senso e la coerenza di una didattica dedita alle migliori soluzioni pedagogiche, in grado di rispondere ai bisogni formativi dei propri studenti e capace per questo di costruire ad hoc dei curricoli scolastici. Certo non si fa mai di tutta l'erba un fascio, ma sfiderei tutti i DS a saper rispondere con coerenza a tutti quei bei paroloni di cui sono intrise le prime pagine dei PTOF in cui si parla, guarda un po’… di vision, mission, governance anziché delle più opportune scelte educative volte a costruire percorsi (e non progetti) rivolti alle nuove esigenze degli studenti, e fornire un orizzonte di senso all'innovazione scolastica, che non deve essere inquadrata tout court, ma garantire un'evoluzione creatrice, che supporti i nostri ragazzi a costruire nuovi discorsi, ad affrontare non il problema di diventare adulti (tutti ci riescono), ma la sfida di diventare donne e uomini.

Anche la maggior parte degli insegnanti preferisce il burocratese all'aggiornamento continuo, seppure da essi stessi si alza la critica feroce “che la scuola sta diventando solo carte da compilare”: paradossalmente quel modo di parlare sulle carte, l'utilizzo di lessico improprio e raffazzonato, buono per il copia/incolla da un anno all'altro, serve per mettere d'accordo tutti proprio perché non significa niente, piace tanto a loro, e, nei fatti, lo mettono in atto ripetendo le programmazioni annuali (tanto sono solo carte che nessuno legge), invece di dare un senso specifico al proprio programmare perché ci si deve rivolgere proprio a quel gruppo-classe. Persone per niente dedite al confronto e molto autoreferenziali; persone che facilmente misurano anziché valutare, facilitate, ovviamente, da un registro elettronico che, appunto, sa solo misurare affrancandosi ad esso invece di riflettere sapientemente su come e cosa valutare… troppo complicato.

Per non parlare dei danni arrecati all'insegnamento della letteratura … “Il pericolo in cui versa oggi la letteratura (di perdita del ruolo sociale, vanificata la sua funzione coesiva e identitaria […] individuale, nei confronti della persona: formativo, educativo, immaginativo, socializzante,[…]: insomma la vita) sarebbe in qualche modo anche legato alla degenerazione di pratiche didattiche divenute eccessivamente inaridenti, volte ad insegnare (e così perpetuare) la disciplina critica in sé piuttosto che a valorizzare le opere e il rapporto del lettore/studente con queste. […] Sprigionare stimoli cognitivi e attivare modalità di apprendimento tramite il suo potenziale emotivo e simpatetico valorizza e va di pari passo con la conoscenza dell'aspetto “febbrile” del testo,[…] trasformare il lettore non specialista in lettore esperto, senza mortificare il valore di risorsa inesauribile del testo letterario, che non deve trasformarsi in dato da analizzare, disarticolare, rendere chiaro e capito una volta per tutte, bensì che, attraverso la necessaria comprensione, possa stimolare la riflessione su quanto più porta di interessante: ciò che non si capisce, la possibilità continua dell'interrogazione del testo, risorsa da utilizzare per la costruzione di un significato a partire da quello; la costruzione del proprio significato. Si tratterà di assumere essenzialmente la diversa impostazione, il diverso punto di vista e atteggiamento di chi insegna non la letteratura, ma con la letteratura. […]¹: insegnare con la letteratura, dunque attraverso, grazie alla letteratura.”²

Dunque ci si rende ben conto di quanto più che mai oggi sia necessaria una formazione iniziale degli insegnanti coerente con una forma di reclutamento, ma anche e soprattutto una formazione che sia continua. Altrimenti, se la pedagogia non si evolve, rischia di diventare un'omologazione dell'ignoranza e della superstizione³.

C'è stato un tempo in cui, da parte di moltissimi insegnanti, nasceva l'esigenza di “non usare gli alunni come cavie”. Fu un tempo bellissimo, perché al di là di come si veniva reclutati, (i concorsi a cattedre prevedevano diverse tracce, ma per lo più la maggior parte si preparava a saper svolgere una unità didattica) gli insegnanti cercavano le associazioni professionali attinenti la propria disciplina e le frequentavano; senza obbligo, senza costrizione; c'era la presa di coscienza comune che non si poteva andare ad insegnare avendo come riferimento i pochi docenti avuti in passato e cercando di “ripetere” i loro metodi. Era maturata la consapevolezza che le generazioni di studenti che si affacciavano al tempo presente avevano bisogno di altre modalità, di altri approcci. C'è stato un tempo in cui queste associazioni di categoria non solo promuovevano attività pratiche su supporto teorico, ma si organizzavano vicendevolmente, e le relatrici e i relatori erano il fior fiore delle avanguardie educative e pedagogiche del tempo nazionali ed internazionali.

Tuttora queste associazioni operano in questo senso. Ma è vero pure che, negli ultimi anni, gli insegnanti che le frequentano sono fortemente diminuiti. Il perché è molto semplice: l'insegnamento, poco riconosciuto come professione valorizzante la persona, è un lavoro sottopagato, viene scelto come mestiere di ripiego, generando non poche frustrazioni, se non addirittura come lavoro part-time, naturalmente solo da chi, consapevolmente superficiale, pensa e sceglie di dedicare, appunto, solo il tempo che si sta a scuola, e non certo quello necessario a preparare a dovere le lezioni, figuriamoci a fare ricerca e studio.

Mio suocero, amatissimo e stimatissimo Preside di vecchia generazione usava dire: Le regole esistono solo per chi non si sa regolare.

Ecco, adesso mi pare che sia necessario stabilire delle regole. Giuste e coerenti. La formazione non può costruirsi grazie ad un apparato burocratico, ma deve essere tratto fondamentale del profilo dell'insegnante da curare continuamente.

Nei contesti educativi odierni, invece, agiscono di più da padrone le case editrici, che organizzano webinar a tutto spiano, ma che poco hanno a che vedere con la promulgazione di attività pratiche, sono piuttosto un indottrinamento dei manuali che presentano. Salvando sempre qualcuno, non v'è dubbio che il webinar in sé non è strutturalmente in grado di formare gli insegnanti. I webinar, come le video lezioni, non permettono momenti di formazione pratica in cui si costruiscono insieme agli altri quelle pratiche didattiche pertinenti al discorso innovativo o all'oggetto di formazione affrontato in prima istanza. Ci si deve per forza avvalere di luoghi specifici in cui l'incontro, il confronto con i colleghi, hanno una portata incredibile circa l'arricchimento personale che si può ottenere, e, viceversa, ci si rende conto di come si possono arricchire gli altri delle proprie idee ed esperienze, luoghi dove si apprende a non diventare mai autoreferenziali.

E qui siamo ora, nella piena intesa superstiziosa di cosa siano i discorsi, il linguaggio, le lingue, la scienza, la tecnologia. Siamo vittime dell'infomania⁴.

Non ci si pone certo il dubbio che spetta alla laurea magistrale rendere i futuri insegnanti preparati, dotti e competenti in ambito disciplinare, ma non è del tutto detto che spetti alle “Scuole di Alta Formazione”, selezionate probabilmente per metter su un apparato teorico che, con buona pace dei futuri insegnanti, poco si occuperà dei problemi relazionali tra docenti e fra docenti e studenti, poco si occuperà di come rendere l'insegnamento/apprendimento in linea con i bisogni formativi degli studenti, poco si occuperà di come si costruisce un curricolo d'istituto, ecc. Saranno, già lo immagino, incontri/paragrafi informativi su come si “deve fare”, non si baseranno su discorsi, su confronti a partire da esempi di problematicità da affrontare in termini di ricercazione. Non starebbe nella realtà. La consapevolezza di ciò che può avvenire nella realtà, che, come sappiamo, supera sempre la fantasia, matura solo mentre si vivono le circostanze, nello svolgersi quotidiano dell'insegnamento, sempre. L'impegno che l'università deve assumere con le istituzioni scolastiche deve imperniarsi sulla realizzazione di un ambiente di apprendimento basato sulla continua ricerca, e non certo sulla strutturazione di un apparato che concede crediti e scatti di carriera.

Purtroppo, nessun riferimento viene fatto nel decreto [decreto legge 36/2022] alla necessità di percorsi che, a partire dai collegi dei docenti, dai dipartimenti disciplinari, dai consigli di classe, coinvolgano il mondo dell'Università e dell'Associazionismo professionale, gli unici in grado di sostenere nel tempo le comunità professionali per metterle in grado di promuovere un approccio socio-costruttivo, di ricerca, didattiche inclusive come richiesto negli stessi documenti ministeriali⁵.

Dunque, e per tornare alle considerazioni iniziali: la formazione degli insegnanti è tutt'altro che questione meramente tecnica. Attiene al mondo che vogliamo costruire, per noi e per i nostri figli.

Note

1 (per ricorrere al felice titolo dell'importante saggio di Simone Giusti, rivolto alle classi della secondaria di I grado, ma di fatto condivisibile negli assunti di partenza anche per la nostra riflessione) 2 Natascia Tonelli, Lo sguardo dell'italianista: letteratura, scuola, competenze, in I quaderni della ricerca, 06, Loescher, Torino 2013, pagg. 15-ss 3 Platone "Leggi" 4 Byung-Chul Han, Le non cose, Einaudi, Torino, 2022 5 http://www.cidi.it/articoli/primo-piano/formazione-pnrr-commento-aimc-cidi-mce-proteo

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Rossana Bartolo
Rossana Bartolo

Redazione

Rossana Bartolo insegna Lingua e cultura francese al Liceo Linguistico Severi-Correnti di Milano. È responsabile del gruppo LEND di Milano. Svolge attività di formazione per docenti di tutta l’area linguistica. È autrice di due percorsi di formazione pubblicati in versione multimediale sul sito http://www.scuolavalore.indire.it/ per il PON I ciclo Educazione Linguistica e Letteraria nel PIANO di FORMAZIONE Lingua, letteratura e cultura nella dimensione europea

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