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Come una gara di fondo

21 maggio 2026 11 min

Angelo Mammone Rinaldi Evita, come fosse una malattia, di parlare di sé stesso

Chiudete le orecchie alle sirene che vi parlano di una scuola priva di valutazione. Se la valutazione è uno degli aspetti fondamentali della scuola, è perché la valutazione fa parte di ogni esperienza educativa. I genitori che decidono che il loro bambino è capace di andare in giro da solo stanno eseguendo una valutazione, stanno pesando mille fattori, anche se nessuno di questi è numerico.

Partiamo dal presupposto che la valutazione c'è, che è ragionevole e responsabile che ci sia, perché è troppo ingenuo fantasticare che il nostro messaggio sia stato recepito al 100%. Siamo degli Dèi della didattica, fino a che non controlliamo quanto è stato interiorizzato.

La valutazione è una forma di potere, ed il potere è sempre legato ad un conflitto, a dei vincitori e a degli sconfitti, e ad un premio.

Un tempo la valutazione era uno degli arcana imperi, quello più vicino all'esperienza quotidiana, il registro cartaceo del prof. da cui dipendevano le estati. La valutazione, insindacabile e segreta, poteva però anche essere anche arbitraria ed umorale. Il registro era il Potere, l'Istituzione, la Promessa di un Futuro migliore, del Posto Fisso. E la famiglia era alleata. Il Pater familias puniva il figlio svogliato perché la sua malavoglia comprometteva il destino del ghenos, la sua riproduzione sociale. «Se ti diplomi con 60/60, vedrai che una Banca ti chiama per offrirti il Posto Fisso». A te, che hai quel livello, e non agli altri, che non l'han raggiunto.

Tutto questo non funziona più. Son due generazioni che la Banca non chiama più il primo della classe appena diplomato. La scuola non se n'è accorta, è il resto del mondo che ha iniziato a dire, con sempre maggiore forza, che il Re è nudo. Il prof. che prima, come Gandalf, faceva passare chi doveva e faceva muro contro chi non doveva passare, dall'essere una guida è diventato un inciampo. I suoi giudizi, se non in linea con quelli altrui, sono sbagliati, e l'insufficienza è vista come un'onta da nascondere, come se la malattia non fosse mai esistita, ed il ragazzo non sta meglio di prima ma ‘va bene’ per voto consiglio, e come lui anche gli altri perché, a furia di esser processato da tutti, discenti, colleghi e dirigenti, il professore che certifichi un'insufficienza alla fine, sconfitto, si adegua al sistema.

Eppure il professore è stato formato per insegnare e per misurare quanto del suo insegnamento sia diventata parte di un'altra persona, e quanto ci sia invece ancora da fare. In questo è come il termometro, misura temperature febbrili o meno. Ora, non è un termometro ben tarato a causare la febbre, semmai è uno strumento diagnostico utile a capire la strategia per curarla. E questo ci porta a chiederci, visto che la valutazione è così importante, cosa sia il valutatore, quali le sue responsabilità ed eventualmente colpe. Perché scaricare le colpe su chi non ha nessun potere per cambiare le cose è un'operazione palesemente ingiusta, almeno dal punto di vista del capro espiatorio.

Questa domanda non ha una risposta semplice. Il professore migliore non è quello le cui classi stiano in silenzio, se no il migliore in assoluto sarebbe l'orco delle fiabe. Non è detto sia quello le cui classi vanno bene all'Invalsi, perché in quei risultati alto è il peso di fattori individuali, sociali, geografici su cui l'insegnante può avere poca presa. Non è quello la cui scuola attira tante iscrizioni, perché tutti han visto scuole ridursi nonostante che i professori fossero di buona qualità. Il singolo professore non è misurato da Eduscopio, che misura una coorte di studenti e decine di docenti insieme.

Diciamo per il momento che un insegnante è un termometro, ma anche molto di più, perché il termometro non ha colpa della febbre, e coi numeri deve misurare bene un unico parametro. Chi insegni invece deve sia sapere quel che spiega, sia riuscire a renderlo meno ostico, anche un po' affascinante quando non divertente. Ed in tutta questa operazione, qual è il ruolo della valutazione?

Finora abbiamo usato, come metafora per la valutazione, quella della botte (o del serbatoio) da riempire. Un numero come valutazione testimonia a tutti che la testa è piena al 60, 70, 80%, non della sua propria capacità, ma della capienza media. E poi ci sorprendiamo che 1. in questo modo noi demotiviamo i motivati, che vogliono sfide e non numeri (si veda l'esperimento di E. L. Deci del '71), e 2. motiva solo una parte dei demotivati, spingendo gli altri a scappare dalle verifiche (perché la scuola trasformata in strumento di classificazione sociale genera ansia in chi teme di non arrivare al livello atteso, e disperazione e fuga da parte di chi sa di non arrivarci).

Con la valutazione numerica abbiamo ottenuto solo degli Io eterocentrati, misurati sulla base di un indicatore equivoco (perché ci sono tanti modi diversi di essere un 7). Abbiamo ottenuto ragazzi che affrontano uno sforzo solo se al termine possono aspettarsi un (bel) voto, e che fuggono nel caso in cui non ci riescano, ché dai voti si sentono circondati e braccati. Per non perderli abbiamo fatto come i genitori distratti, che traducono in soldi il tempo non passato coi figli, e li indennizzano con regali sempre più grossi e sempre più vuoti. Visto che lo strumento di misura condiziona il comportamento atteso, siamo diventati distributori di numeri inflazionati, tanto più vuoti in quanto non corrispondono a nulla nel mondo esterno. Né per chi vende, né per chi compra. Forse potremmo iniziare a riconoscere con noi stessi che, sotto la corona, siamo nudi. Se la valutazione è una forma di potere, forse è il caso di riconoscere che oggi gli sconfitti siamo noi professori. Non è tutta colpa nostra, ma in parte ce la siamo cercata.

Abbiamo uno strumento che motiva male e, senza motivazione, non c'è impegno, e senza questo non si cresce, perché nessuno ha mai fatto i muscoli vedendo qualcun altro allenarsi in palestra. Certo bisognerebbe evitare di cadere, nel parlare di motivazione, in altri errori grossolani, perché 1. una motivazione interiore potrebbe anche non esserci, soprattutto a certe età ed in certe condizioni sociali e geografiche, e non si può tuttavia per questo rinunciare ad un'istruzione, e 2. che si possa sempre riuscire ad attivare la motivazione interiore è illusorio, e che sia una colpa professionale il non riuscirci è ingiusto.

Da questo punto di vista, regalare voti motiva qualche studente e minimizza lo scontento, spostandolo ad un momento più distante e su altre spalle. Ha una sua razionalità, anche se ha anch'esso dei costi sociali di medio e lungo periodo. Per cambiare metodo bisognerebbe proporre qualcosa di decisamente migliore. E se focalizzassimo sul ragazzo e non sul suo rango nella gerarchia sociale di classe, e usassimo 1. una valutazione a più fattori e 2. la pratica dell'incoraggiamento?

Non è facile motivare quando la scuola è un affastellar capitoli, colla sola prospettiva di successo del terminare un libro che resta comunque cosa esterna, in cambio di numeri ottenuti (con il minimo della spesa, e magari con lo sconto). È facile pensare che un attore razionale cerchi di farsi interrogare sui capitoli più ‘leggeri’ per poi sparire dalla circolazione. Perché rischiare ancora, quando il numero è già nel sacco?

Non sarebbe più facile capire il fine della scuola se al centro, sin dall'inizio, c'è lo studente ed il suo cambiamento più che non il suo riempimento?

E se usassimo, come metafora della valutazione (e della scuola), la metafora della corsa di resistenza non agonistica? In fondo, nella scuola e nell'allenarsi alla corsa c'è qualcuno che vuole crescere e qualcuno più esperto che può aiutarlo, mentre il serbatoio, di suo, è indifferente agli sforzi di chi, dall'esterno, voglia riempirlo.

Se l'obbiettivo è formare il proprio fisico alla resistenza, questo obbiettivo non è esteriore ma interno, le prove non sono occasioni per riempire il registro ma momenti di crescita, il professore non è più un giudice che misuri ma un allenatore che assiste. In che modo procederanno, l'allenatore ed il corridore? L'obbiettivo è chiaro, riuscire a correre le gare di fondo. Ma questo significa che bisogna arrivare a quest'obbiettivo con un certo anticipo, perché se non avete mai dimostrato a voi stessi di essere in grado di farli, i 10.000, non sarete in grado di gestirli al meglio, di ‘tirare’ quand'è il momento giusto per farlo. Non conoscerete i vostri limiti, ciò di cui siete capaci.

Ecco che l'allenatore inizierà a farvi fare corse da 400, 800 m, perché se partite colla mentalità del velocista, che deve dare tutto subito, ai 400 m arrivate a pezzi, agli 800 m non ci arrivate proprio. Dovete cambiare mentalità, approccio alla gara, ed all'inizio sarà durissima. Ma avete un obbiettivo e, una volta arrivato a quello, avrete quello di migliorare la respirazione, per affrontare i 1.500, i 3.000 m. Ogni volta il coach dovrà rassicurarvi, che sia possibile l'impresa, dovrà farvi vedere quanto siete già riusciti a fare, e quanto poco manchi per arrivare alla prossima tappa. Non vi dà dei numeri generici, ma una valutazione vostra. Perché il ‘lavoro vero’ lo fate voi, e non siete in competizione con nessuno, solo con voi stessi.

Come sarà la valutazione con questa diversa metafora? Analitica e multidimensionale, perché può capitare di migliorare sotto l'aspetto muscolare, ma peggiorare nella dimensione della gestione del fiato, ed il nostro atleta lo deve sapere, che nel fallimento c'è stato qualcosa che si è salvato (se c'è stato). Se gli dite solo «7», non mi stupisco che non capisca. Trasparente. Il corridore che non è in grado di correre i 1.500 sa benissimo da sé che la settimana successiva non sarà in grado di arrivare al traguardo dei 5.000, manco se glielo regalano, il traguardo. Progressiva. Perché è impossibile passare dalla mentalità del velocista alla mentalità del fondista ex abrupto. È ovvio che sarà difficile, all'inizio. Orientata al futuro. Perché corriamo i 1.500 m per capire che siamo in grado di affrontare distanze, e fatiche, maggiori. Non definitiva, perché un errore non è un fallimento, è una tappa in una preparazione che prenderà più tempo. Personale. Perché quel che ci spinge a correre (causa), e quel che impariamo a fare (effetto), è solo nostro. Non esclusiva, perché i voti classificatori si basano su esclusioni (se studio per lo stimolo del 10, questo stimolo non funziona più se lo hanno tutti), mentre nessuno viene danneggiato se anche altri, al limite tutti, riescono a correre le lunghe distanze. Infine, olistica. Perché uno potrebbe anche temere che con questa forma di valutazione un ragazzo abbia un incentivo a non-fare, perché in fondo gli basta studiare, a maggio, l'ultimo capitolo per rubare il sei che gli altri han meritato nel corso di un intero anno. Ma se restiamo nella metafora della corsa, chi si prepari sullo stoicismo (tipico argomento di fine anno) si espone a tutta una serie di domande di confronto coi pensatori precedenti che stimolano competenze nuove, più di riflessione che meramente mnemoniche. Non si improvvisano. Se avete paura che lo studente vi rubi il sei, è che vi mettete nelle condizioni di farvi scippare.

Mille sono le obiezioni possibili. Non è facile per uno studente uscire dalla logica ascolto-leggo-imparo-ripeto... ricevo un voto. Li abbiamo addestrati a ripetere quel che era stato loro detto come se ripetere le parole significasse conoscerne il senso. Ci abbiamo creduto, per un paio di generazioni. Ora non possiamo più crederlo.

Questa è, mi direte, mera metafisica. Accetto la sfida. Quali sono i risultati attesi, che possono verificare o falsificare questa teoria? Essa motiva più i motivati, perché hanno sfide interessanti colle quali misurarsi. E stabilisce un rapporto diverso con chi è motivato solo dal voto, o non motivato per niente, perché può capire di essere al centro di un progetto che, per una volta, non gli è esterno, ma suo (anche se non solo suo). Progetto che non è l'essere classificato come ‘buono’, ‘discreto’, ‘scadente’, ma essere aiutato a crescere. Con, in prospettiva, la possibilità che sia lui stesso a scegliere i propri obbiettivi di crescita. Perché non si corre bene la corsa di un altro.

Arrivati al termine, proviamo a dare due risposte provvisorie alle domande sollevate. Cos'è veramente la valutazione? È aiutare a crescere, più che classificare. E qual è il lavoro dell'insegnante, la sua responsabilità? È quello di aiutare questa crescita trasmettendo informazioni ed incoraggiando con un sorriso, lo scherzo, lo stabilire un rapporto umano e personale, non ingannando sui numeri come si farebbe con un malato terminale cui si vuol nascondere la sua reale condizione, non avendo speranza sulla sua sorte. Ma i ragazzi non son malati terminali, sono il futuro. Ed allora ecco, per un docente, perdere la speranza sarebbe la vera colpa.

Con la valutazione numerica abbiamo ottenuto solo degli Io eterocentrati, misurati sulla base di un indicatore equivoco...
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