Vai al contenuto principale

Fragole, sardine e buchi neri

21 maggio 2026 7 min

Giovanni Scavello Docente di informatica negli Istituti superiori. Dopo aver studiato e insegnato tra la Spagna e l’Emilia, vive a Roggiano Gravina (CS) provando a coniugare agricoltura biologica e software libero

Per i fisici i buchi neri sono oggetti misteriosi, che assorbono tutto ciò che gli passa sufficientemente vicino e che non permettono di guardare al loro interno. Sono tuttavia alcuni degli oggetti più affascinanti del cosmo e vengono costantemente monitorati al fine di comprenderne i segreti [1]. Dei buchi neri sappiamo solo alcune cose: sono invisibili ad occhio nudo, si formano a seguito di eventi catastrofici, ci si accorge di loro solo perché gli oggetti intorno ad essi risentono della loro presenza, potrebbero dare origine a universi paralleli (ma non possiamo, al momento, verificarlo). Anche nella galassia Scuola vi sono diversi buchi neri. Vengono chiamati col termine generico Valutazione e come i loro parenti astronomici sono oggetti abbastanza misteriosi, o quantomeno di difficile definizione. C’è Valutazione docente, Valutazione studente, Nucleo Interno di Valutazione, INVALSI, documento di Valutazione e molti altri. Esiste un intero sistema di buchi neri detto Sistema Nazionale di Valutazione. Come i più blasonati parenti astronomici, anche di loro sappiamo poche cose: sono invisibili ad occhio nudo (fuori dalla scuola non se ne conosce l’esistenza), si formano a seguito di eventi catastrofici (detti riforme), ci si accorge di loro solo perché gli oggetti intorno ad essi risentono della loro presenza (un titolo di studio, un aumento di stipendio, un finanziamento, la capacità o meno di affrontare le difficoltà del mondo reale), potrebbero dare origine a universi paralleli (una società diversa da quella in cui viviamo – ma non possiamo, al momento, verificarlo). Fuor di metafora, la valutazione è tema scivoloso, complesso, in continua evoluzione e comunque sempre divisivo. Lasciando per un momento da parte le “sottili differenze” fra misurazione e valutazione, dovremmo chiederci quali sono i fini della misurazione e della valutazione nella scuola del ventunesimo secolo. Capire, e soprattutto individuare i fini, è necessario per poter analizzare i mezzi.

Prendiamo ad esempio le prove INVALSI. Esse rappresentano un tentativo di ri-nazionalizzare la misurazione/valutazione di sistemi scolastici che nel frattempo sono stati però regionalizzati. Fino a qualche tempo fa, storicamente parlando, esistevano ancora i programmi ministeriali che rappresentavano in un certo senso l’unità del sistema scolastico. Poi, con vari passaggi, si è arrivati alla scuola dell’autonomia e alla didattica per competenze con conseguente necessità di ri-standardizzare la misurazione/valutazione su base nazionale. Abbiamo cioè fatto uscire i programmi ministeriali dalla porta per farli rientrare dalla finestra sotto forma di prove obbligatorie (ma senza peso nella valutazione) per l’accesso agli esami di fine ciclo. Ci rendiamo conto però che è oggettivamente impossibile ottenere un buon posizionamento nelle prove INVALSI se nel corso dell’anno scolastico non si riescono a sviluppare una serie di conoscenze/competenze di base. Se io faccio metà degli argomenti necessari ad affrontare le prove INVALSI ed i miei studenti quegli argomenti li assimilano e interiorizzano nel migliore dei modi, otterranno comunque punteggi bassi ai test in quanto non avranno strumenti per rispondere a tutte le domande. Ma dal punto di vista del percorso educativo io potrò ritenermi più che soddisfatto, poiché i miei studenti avranno una solida base su cui potranno costruire o innestare, con tempi a loro più congeniali, saperi e consapevolezza di sé.

Un secondo esempio riguarda l’annosa questione voto sì/voto no, giudizio/voto. E vengono in mente due situazioni apparentemente distanti tra loro. La prima riguarda le scale (o griglie che dir si voglia) con cui valutiamo i nostri studenti. Durante l’anno, parlo delle superiori, mettiamo voti che vanno di quarto in quarto, quindi tra un 6- e un 6½ abbiamo quattro gabbiette in cui poter rinchiudere il nostro malcapitato; agli scrutini spariscono i mezzi voti, i nostri 6- e 6½ diventano compagni di cella al numero 6, spesso chiedendoci il perché di questo trattamento; agli esami di stato fra un 60 e un 100 abbiamo invece 40 sfumature di sapere/saper fare, di gran lunga superiori a quelle che agli scrutini sono i voti da 6 a 10. In questo meccanismo vi sono, a mio parere, una serie di incongruenze che vanificano qualunque sforzo del docente di far percepire ai propri studenti la valutazione come momento di crescita. La seconda situazione ha a che vedere con la finta eliminazione dei voti nella scuola primaria. Anche qui, si mette alla porta il voto per far entrare dalla finestra i fantomatici livelli di apprendimento [2], ossia una scala graduata da 1 a 4 dove al posto dei numeri si usano parole che esprimono comunque una gerarchia di livelli. È come se volessimo abolire la monarchia semplicemente non pronunciando più la parola “re” ma indicando il sovrano con un altro termine.

Ultimo in ordine di tempo ma non per demeriti propri è il meccanismo di reclutamento degli insegnanti, che potremmo parafrasare con il “meccanismo di valutazione di una persona per stabilire la sua capacità di svolgere la professione di insegnante”. I concorsi dalla Buona Scuola in poi sono stati progressivamente strutturati per selezionare personale docente che abbia fondamentalmente capacità nozionistiche. Domande su tutto lo scibile delle discipline con casi eclatanti di domande eccessivamente specialistiche, su argomenti che a volte sono risultati di nicchia anche a livello accademico [3]. Un percorso di reclutamento che, a partire dall’introduzione dei 24 crediti e proseguendo con il proliferare di webinar e master, ha portato all’esplosione di corsi universitari online e non solo (già prima della pandemia) che non sempre hanno dato contributi alla crescita professionale di chi li ha seguiti. Sorge il dubbio che il fine del reclutamento non sia quello di potenziare la scuola pubblica ma di creare una classe docente il cui percorso formativo sia incanalato in forme e contenuti rigidamente controllati dall’alto. Percorsi alternativi vengono quantomeno scoraggiati laddove non apertamente osteggiati, con conseguente inaridimento culturale e perdita di pluralità di esperienze che potrebbero invece dare un contributo enorme al rinnovamento della didattica. Vengono invece incentivate, sotto forma di crediti/titoli, tutte quelle attività erogate da enti di formazione certificati e pertanto facenti capo ad un ben preciso orientamento culturale, basato sulla visione aziendalistica della scuola e dell’esistente. E da qui all’eliminazione del valore legale del titolo di studio il passo potrebbe essere breve.

Dunque, prima di affrontare nel merito la questione di come strutturare la valutazione, qualunque cosa questa parola voglia dire, forse sarebbe bene chiedersi a quale scopo strutturare la valutazione. Ciò che si vuole far emergere è proprio la contraddizione fra i fini dichiarati e i mezzi utilizzati per raggiungerli. Ci stiamo concentrando sulla critica ai mezzi dando per scontato che i fini siano giusti. E delle due l’una: o i mezzi sono sbagliati o i fini reali sono altri. Come scrive Marco Maurizi [4]:

Esiste un problema relativo alla valutazione e alla misurazione del sapere nella scuola? E da cosa dipende? La misurazione implica sempre una qualche forma di traduzione del qualitativo nel quantitativo, riconduce il diffuso e variabile a criteri di uniformità e univocità. [...] Eliminare la contraddizione a valle (nella valutazione) non la fa sparire magicamente a monte, cioè dalla realtà [...]: che si renda integralmente misurabile la valutazione o la si cancelli tout court significa lasciare agire una forma distorta della quantificazione o un qualitativo senza forma[...].

Trovare il punto di equilibrio fra i due estremi indicati da Maurizi è compito arduo ma necessario e non può prescindere dalla messa in discussione dei fini della valutazione, a tutti i livelli. Il rischio è quello di generare dialoghi surreali fra un mondo che pone domande e un sistema educativo che risponde arrangiandosi come può, in perfetto stile chatGPT [5]. Un po’ come nella filastrocca di Rodari…

Un tale mi venne a domandare: «Quante fragole crescono nel mare?» Io gli risposi di mia testa: «Quante sardine nella foresta»


Note: [1] https://www.ilgiornale.it/news/cultura/reazioni-nucleari-crash-stellari-ecco-nasce-buco-nero-1843931.html [2] https://www.istruzione.it/valutazione-scuola-primaria/allegati/Presentazione%20Ordianza%20e%20Linee%20guida%20valutazione%20primaria%20-15%20dicembre.pdf [3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/03/28/concorso-scuola-con-90-di-respinti-polemiche-e-proteste-domande-e-risposte-sbagliate-inutile-nozionismo-didattica-totalmente-assente/6539472/ [4] https://marcomaurizi74.wordpress.com/2022/11/08/valutazione-misurazione-e-conflitto/ [5] https://www.wired.it/article/chatgpt-testi-senso-intelligenza-artificiale/

Un tale mi venne a domandare: «Quante fragole crescono nel mare?» Io gli risposi di mia testa: «Quante sardine nella foresta»
Condividi
Giovanni Scavello
Giovanni Scavello

Redazione

Docente di informatica negli Istituti superiori. Dopo aver studiato e insegnato tra la Spagna e l'Emilia, vive a Roggiano Gravina (CS) provando a coniugare agricoltura biologica e software libero.

Commenti

Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.

Lascia un commento

I commenti vengono moderati prima della pubblicazione.

Continua a leggere

Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per le finalità di misurazione come specificato nella cookie policy.

Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso, in qualsiasi momento, accedendo al pannello delle preferenze. Il rifiuto del consenso può rendere non disponibili le relative funzioni.

Usa il pulsante “Accetta” per acconsentire. Usa il pulsante “Rifiuta” per continuare senza accettare.