Ha ancora senso questa valutazione?
Tempo di incontri scuola famiglia, quelli che Sorrentino ha definito come la cosa più prossima alla morte. Lo dice lui che c’è finito ‘per caso’, in mezzo a quell’entusiamo immotivato in cui albergano ballerine di macarena, tracagnotti appassionati di ciclismo e nonni hippie. Diventiamo più seri quando si parla di valutazione e si solleva qualche barricata che poco ha a che vedere con lo spirito circense dipinto dal regista napoletano. Ci si dimentica di batteristi e balli di gruppo, ci si concentra sui numeri, meno sui giudizi globali, sale l’ansia da confronto: col percorso dell’anno precedente, con la scuola dell’anno precedente, col compagno seduto a fianco al figlio (che è sempre il massimo indiziato dello scarso rendimento del figlio), con la prof poco materna, con la prof troppo materna, col prof che li accompagna in gita e “lui sì che conosce mio figlio”, con i programmi troppo a rilento, col potenziamento, il consolidamento...
Il nostro documento di valutazione (ma accade in ogni istituzione scolastica) è una roba enorme, una cosa così lunga che per allegarlo al Ptof sulla piattaforma di destinazione lo abbiamo dovuto sminuzzare in tante sezioni e sottosezioni che, alla fine, tra ‘unisci PDF’ e ‘separa PDF’ e di nuovo ‘unisci PDF’ ci sarà finito dentro pure un certificato medico che avevo scaricato per mia figlia.
Lo legge qualcuno? Boh...
Quanti lo redigono per forza, quanti lo utilizzano necessariamente e poi? Dai che si va a guardare il voto, su, non facciamo troppa filosofia! Obiettivi, traguardi, indicatori di comportamento, criteri, omogeneità, giudizi: tutto compresso nei numeri alla fine. Eppure il voto non è mai un voto sulla disciplina. Certo, si valuta anche l’impegno ma è talmente complesso nelle corrispondenze che è impossibile far quadrare i conti. Il voto, qualunque esso sia, è come mi guardi e come io ti vedo mentre mi guardi, è come ti ascolto e come tu senti di ascoltarmi. È raccogliere la carta da terra, prestare il quaderno, precipitarsi alla cattedra per dare il libro alla prof che se lo dimentica ovunque, è ‘professore’, vi attivo il monitor?’; è pure fare il verso agli insegnanti che solo gli alunni che ti conoscono davvero sanno fare. È la noia delle letture ad alta voce, è la gioia del prof che manca alla prossima ora. È alzare muri insormontabili che bisogna fare in tempo a far crollare. Prima possibile. Il voto è attenzione e una serie di attenzioni. Ed è sempre un numero troppo piccolo e troppo numero per poter misurare. Non è un regolamento e non è un voto: è stare in mezzo alle menti e acciuffare quello che si può, lasciarsi acciuffare per come si riesce.
Chi legge davvero la valutazione sa che non è un discorso che si chiude ma una strada che si apre. Serve per domani, non per oggi; è indicare un percorso, non mettere una pietra sopra a quanto è stato fatto. Non è racchiudere in un numero ma trovare, insieme, la strada da fare.
Il voto, qualunque esso sia, è come mi guardi e come io ti vedo mentre mi guardi...
Collaboratrice
Cosentina (ma pure molto arbereshe), cinquant'anni. Insegna Lettere nella scuola secondaria di I grado dell'Ic "Via Roma Spirito Santo" di Cosenza dopo la decennale esperienza nei giornali locali.
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