LA VALUTAZIONE… QUESTA AMBIGUA COMPAGNA DI VITA SCOLASTICA
Nato a Cosenza, vive a Roggiano Gravina. Consegue l'abilitazione magistrale nel 2000 e si laurea in pedagogia e in scienze dell'educazione. Insegna presso la scuola primaria dell' I.C. "Troccoli" di Lauropoli. Opera come pedagogista in diversi presidi socio-educativi. Da diversi anni è docente a contratto nei corsi di specializzazione per le attività di sostegno didattico (Tfa) presso l'Unical
E dalle sedi istituzionali suona la campanella per noi insegnanti! No, non alludo alla campanella che, metaforicamente, ci richiama in servizio dopo le vacanze estive. Ben altri rintocchi ci radunano "all'ordine e alla disciplina". È vero, la scuola in quanto istituzione pone in essere adempimenti a cui siamo chiamati a porre mano, intelletto, tempo, energie affinché nulla sfugga alla farraginosa macchina della burocrazia che, in un movimento quasi scomposto e in perpetuo divenire, procede senza sosta. Ma tuttavia sappiamo ormai bene che da anni la didattica, scienza dell'educazione e della comunicazione, lascia spazio alle scienze dell'organizzazione e della produzione di faldoni riempiti di parole i cui campi semantici poco si confanno con il lessico dei processi di apprendimento e di insegnamento.
Intanto in gennaio la campanella suona e ci ricorda che è tempo di valutazione. Che bella parola se il suo antico significato non fosse corroso da alterazioni interpretative "ad usum delphini".
Valutare è "dare valore", riconoscere unicità e specificità agli allievi con i quali si condivide del tempo, tanto; con i quali si fa esperienza educativa in un'ottica di relazione di aiuto. Sì, proprio esperienza perché la scuola è la fucina per eccellenza delle esperienze di apprendimento e di crescita, un luogo entro il quale i ragazzi esprimono se stessi, le proprie caratteristiche e le proprie peculiarità, i propri linguaggi. La scuola è prima di tutto un luogo entro il quale si apprende, si impara, ci si conosce, ci si relaziona. Nella scuola vi è l'incontro con il sapere ma non con un sapere sterile e privo di senso, bensì con un sapere vivo che si confà con le quotidianità, con i propri modi di essere e di fare. La scuola, pertanto, diventa un laboratorio esperienziale in cui i ragazzi sono chiamati a vivere attivamente e non a subire passivamente le informazioni che l'adulto catapulta vertiginosamente su di essi. Ma arriva il tempo della rendicontazione, quel momento che "scalda" gli animi, gli umori. Quel momento dell'agire didattico che impaurisce quasi come uno spauracchio. Un occhio vigile, attento e sorvegliante che scruta in maniera inquisitoria col dito puntato, spesso a voler comunicare: "state ben attenti perché tra qualche giorno uscirà il documento di valutazione e sarete giudicati". È proprio questo il verbo che poco si lega logicamente con una istituzione educativa. La scuola non può essere un luogo di forte tensione psicologica ed emotiva; a scuola bisogna stare bene, bisogna crescere e maturare a livello cognitivo, affettivo e relazionale per prepararsi ad affrontare le vicissitudini della vita al di là di un ambiente protetto.
Nella scuola, sovente, valutare vuol dire giudicare ma non nel senso pedagogico o critico del termine. Molti docenti spesso utilizzano questo verbo per incutere timore, per manifestare una sorta di potere e di condizionamento sulle menti dei ragazzi che, per tali ragioni, non percepiscono l'insegnante come educatore bensì come signore assoluto o despote atto a controllare ogni cosa. Tanti sono stati negli anni i riferimenti normativi e docimologici che hanno caratterizzato l'assunto epistemologico della valutazione scolastica ma, ad oggi, nessuno di essi ha attecchito appieno confacendosi alle più alte finalità educative e formative delle istituzioni scolastiche. Con questo non intendo dire certamente che la normativa sulla valutazione scolastica sia del tutto sbagliata o anti pedagogica. Ci sono dei princìpi che possono ritenersi validi, dal mio punto di vista, ed altri che invece andrebbero rivisitati. Non è anacronistico pensare a tante belle figure del mondo della scuola che si sono distinte per essere state "sui generis" rispetto alle rigidità normative. Mi viene da pensare al maestro Alberto Manzi che ha segnato la storia della scuola nel secondo dopoguerra del secolo scorso offrendo la possibilità a tanti adulti di poter imparare senza essere giudicati. Certo, potrebbe sembrare semplice da dietro uno schermo televisivo offrire spunti di apprendimento significativo rispetto all'essere seduto dietro ad una cattedra "con la penna rossa tra le mani e il registro aperto". Il maestro Manzi non giudicava i propri alunni anzi li incoraggiava quando essi sbagliavano, quando essi non avevano voglia di andare a scuola e di imparare. Osservava criticamente le dinamiche di gruppo, i processi sottesi all' apprendimento e i prodotti dello stesso affinché nessun alunno restasse indietro. Anche per lui arrivava il momento della valutazione (la pagella dai numerici voti). Il maestro e pedagogista soleva scrivere sulla pagella: "fa quel che può, quel che non può non fa". Per tali scelte venne richiamato dal provveditore agli studi e sospeso per un breve periodo dall'insegnamento. La sua valutazione era una valutazione "senza condizionamenti". Sì, oggi la valutazione è un condizionamento senza il quale pare che la scuola non posso andare avanti. Senza di essa pare che la scuola abbia fallito. La valutazione, a tutto tondo, è vista come una misurazione rispetto a certi standard prestabiliti attraverso criteri psicometrici: bisogna diffondere risultati derivanti da prove oggettive non tanto per quantificare le conoscenze apprese dagli alunni, bensì per comparare il piccolo dato, locale, a un dato normativo generale, glocale, su scala nazionale. E dall'analisi comparativa di queste informazioni qualcuno ci viene a dire quanto gli alunni e gli insegnanti siano più o meno bravi rispetto a dati percentili. Ma tanti altri maestri e pedagogisti hanno avuto a che fare con le interpretazioni più ambigue e ondivaghe sulla valutazione scolastica. Pensiamo per un momento alla "Riforma Gentile" che, anziché motivare gli studenti, sollecitare, avvalorare, si poneva come obiettivo una sorta di "selezione naturale" rispetto ad una quantità di nozioni da possedere verificate attraverso esami continui che miravano a lasciare indietro i "peggiori" mandando avanti i migliori. Era la logica della pedagogia neoidealistica che concentrava le proprie energie alla formazione di una classe dirigente di estrazione borghese. In soldoni chi aveva la fortuna di nascere in una famiglia culturalmente avanzata, dunque borghese, andava avanti chi, invece, "figlio di un Dio minore" manteneva lo standard di provenienza senza possibilità di riscatto sociale. Al contrario, Don Milani "urlava" nella sua Lettera a una professoressa l'illogicità della scuola selettiva chiedendo alla comunità educante di prendersi cura, nella scuola, di tutti e di ciascuno. Questa "logica inclusiva" che tiene conto dei processi di apprendimento e non solo dei prodotti, viene presentata, oggi, nelle teorie pedagogiche e didattiche che sottendono le indicazioni ministeriali del 2012 e le linee guida relative all'organizzazione degli istituti superiori di secondo grado. Essi rappresentano la pietra miliare o "filosofale" della scuola. Se lette ed interpretate criticamente ci offrono la possibilità di ripensare la valutazione come un momento di riflessione personale circa gli strumenti e le modalità di cui ci serviamo per fare scuola, di poter individuare quei cambiamenti evolutivi dei nostri studenti, capire dove essi siano arrivati rispetto a quanto abbiamo progettato per loro, quali siano stati i processi e gli stili cognitivi messi in atto per imparare ad imparare in maniera divergente costruendo la propria identità orientata ad un progetto di vita.
Ogni grado di scuola differisce dagli altri proprio per il target di età in cui trovasi ad operare e, pertanto, osserva variabili differenti direttamente proporzionali alle tappe di sviluppo degli allievi. E capita che i descrittori valutativi e le informazioni di passaggio da un ordine all'altro non siano di "gradimento" per chi accoglie e si accinge a formare gli allievi che si accingono ad affrontare il successivo grado di istruzione. Si adoperano strumenti che indagano variabili che ci restituiscono un dato da leggere e interpretare non per racchiudere in un acronimo o in un numero le specificità e i cambiamenti degli allievi, bensì per presentarli in tutte la proprie unicità cosicché da poter condividere tra i vari ordini e gradi e con le famiglie riflessioni che orientano le successive azioni didattiche ed educative. In questa logica "narrativa e romanzesca", la valutazione diviene quel momento necessario che pone in essere relazioni significative e sinergiche tra le due agenzie educative (scuola e famiglia) dando "corpo" a quel patto di corresponsabilità che siamo chiamati a stilare, condividere e rispettare per garantire opportunità formative sempre più efficaci.
Per concludere, e rifacendomi ai primi righi di questo mio modesto intervento, valutare dovrebbe essere "dare valore", un valore aggiunto all'essere persona portatrice di storie personali, esperienze, comportamenti e atteggiamenti. Dare valore a quei cambiamenti che si palesano quando il docente, insegnando, lascia realmente un segno.
Mi chiedo come sia possibile racchiudere l'infinito nel finito! È il finito, l'IO dalle mille sfaccettature che, invece, trova ragion d'essere rapportandosi con l'infinito.
Collaboratore
Commenti
Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.
Continua a leggere
FINCHÉ C’È CORSIVO C’È SPERANZA
(NON TUTTO È PERDUTO)
Di fronte ai nuovi linguaggi, dai social al "corsivo" parlato, non tutto è perduto. La scuola e gli adulti devono imparare a scindere, comunicare e informare per trasformare la comunicazione in uno strumento di salvezza.
I NOSTRI PRIMI 50 ANNI!
L'autrice ripercorre con orgoglio i suoi anni di studio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Unical ad Arcavacata. Un ricordo personale che celebra i primi cinquant'anni dell'Ateneo calabrese, rivendicando l'importanza della formazione e della cultura per il proprio territorio.
LA SCUOLA ITALIANA HA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?
L'articolo riflette sulla crescente incomunicabilità tra scuola e nativi digitali, criticando la spinta aziendalistica e l'iper-digitalizzazione. Sottolinea l'urgenza di recuperare una dimensione analogica e il valore profondo della parola per combattere l'impoverimento linguistico e relazionale.