Vai al contenuto principale

Svalutescion...

Come svalutare la scuola italiana in poche semplici mosse!

21 maggio 2026 4 min

Manuela Magnelli Docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Insegna dal 2004 maturando un’esperienza nelle scuole superiori e sul sostegno

La scuola del nuovo millennio doveva essere la scuola delle eccellenze. Docenti e studenti avrebbero dovuto surclassare le precedenti generazioni in quanto a preparazione e opportunità future. Così, se vi pare, non è! Abbiamo idealizzato una scuola che non c’è oppure siamo arenati in un sistema generalmente fallace? Incastrati nella convinzione che la scuola di un tempo sia migliore di quella attuale, sorge spontanea una domanda: è davvero così? Tre semplici mosse hanno cambiato la scuola di questi ultimi vent’anni: riforme, ingresso delle famiglie nelle questioni scolastiche, demotivazione degli operatori della scuola. La prima mossa è quella di formulare, a seconda dei governi, provvedimenti che paiono sempre distanti dalle reali esigenze. La seconda, che avrebbe dovuto migliorare la comunicazione scuola-famiglia, è progressivamente diventata la spada di Damocle del sistema scolastico. La terza mossa è data da una continua deminutio capitis della classe docente, accusata di essere impreparata, poco empatica, distante dai modelli europei. A ben vedere, se ci dovessimo basare sui titoli culturali, si potrebbe dire che nel PA gli insegnanti rappresentino la categoria che possiede d’obbligo la laurea (a cui si aggiungono master, corsi di perfezionamento, seconde lauree, specializzazioni varie). Naturalmente faccio riferimento al sistema di reclutamento dei docenti che, a partire dall’anno 2001/02, richiede la laurea specialistica già per poter insegnare nella scuola dell’infanzia e primaria. A ragion veduta si potrebbe affermare che la preparazione di base è supportata da un percorso universitario specifico e che l’accesso al ruolo sia garantito a chi supera un pubblico concorso che (ad oggi) prevede più prove selettive. Cos’è, dunque, che svaluta il sistema scolastico o, per essere più drastici, per quale ragione i docenti sono sempre più malvisti? Qualcuno imputa la causa al sistema organizzativo dell’autonomia scolastica (entrata in vigore nel 2000), al passaggio dai programmi alle indicazioni nazionali, in pratica allo scardinamento di una scuola che appariva consolidata e che, illo tempore, aveva formato la nuova classe dirigente. Qualcun altro vede nell’insegnamento un approdo impiegatizio anziché un’inclinazione vocazionale. Ma siamo davvero sicuri che il “prima” sia meglio del “dopo”? E, soprattutto, chi o cosa ha determinato lo scadimento progressivo della scuola italiana? Parto da quest’ultimo quesito, interrogandomi se davvero sia corretto parlare di decadenza oppure sia necessario rapportare i naturali cambiamenti a cui la società va incontro e che trovano la più palese e concreta delle manifestazioni nelle istituzioni, scuola compresa. Qualcuno attribuisce la responsabilità all’idea utopica di una scuola equa, che ha finito però per appiattire merito e competizione, abbassando i livelli di selezione, facendoli rasentare sino allo zero, o quasi.

Eppure la nostra Costituzione è chiara: la scuola è aperta a tutti (art.34) e con la parola aperta si intende che la scuola deve garantire non solo il diritto ad essere istruiti ma anche il diritto di essere messi nella condizione di apprendere. La strada per raggiungere una risposta alla domanda che mi sono posta qui si biforca. Da un lato si percorre quella dei detrattori della scuola pubblica, dall’altro si prosegue lungo l’impervia via dei difensori di un sistema statale che ha formato, e continua a formare, eccellenze tutte italiane. Chi accusa la scuola di essersi impoverita culturalmente non è solo chi predilige il privato ma anche chi si lascia trasportare dal condizionamento dei media, dai casi di “mala scuola” che appaiono erroneamente come avvenimenti all’ordine del giorno. Il pensiero calunnioso, si cantava nel Rigoletto, è un venticello insidioso che si fa strada finendo per prendere il sopravvento, generando un distruttivo pensiero unico. La classe docente attuale, come già detto, ha titoli di studio che la classe docente degli anni ’60, e su di lì, non aveva semplicemente perché, da un punto di vista normativo, questi titoli di accesso non erano richiesti e, quindi, non necessari mentre oggi, nel progressivo divenire tuttologi, si richiedono competenze multiple. Nel processo di svalutazione, chi sia effettivamente il più scontento del funzionamento della scuola italiana non è dato sapersi. I docenti lamentano contesti classe invivibili, inutile burocrazia a svantaggio della didattica, buste paga mai allineate alla media europea. Gli alunni lamentano un eccessivo carico di lavoro, pressioni psicologiche che mettono a repentaglio l’equilibrio mentale e fisico, docenti poco tecnologici, e quindi non al passo con i tempi, e poco motivanti. Dulcis in fundo le famiglie, il vero ago della bilancia in questa diatriba sociale. Genitori pronti a un costante j’accuse, non limitati più a puntare il dito verso gli insegnanti ma piuttosto disposti a trascinarli miseramente in tribunale. Quale dialogo educativo è necessario se a dirimere una controversia deve essere un giudice? La verità è che, da una parte, affermiamo principi che puntualmente vengono disattesi dai nostri comportamenti, dall’altra subiamo infauste scelte ministeriali. Cercare di sbrogliare una matassa intricatissima è impossibile, nonostante ciò risulta chiara una cosa: il nuovo docente deve avere competenze di natura didattica e psico-pedagogica, la sola preparazione disciplinare non è più sufficiente come un tempo. E su questo punto, pare, siamo tutti d’accordo!

Condividi
Manuela Magnelli
Manuela Magnelli

Redazione

Docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Insegna dal 2004 maturando un'esperienza nelle scuole superiori e sul sostegno.

Commenti

Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.

Lascia un commento

I commenti vengono moderati prima della pubblicazione.

Continua a leggere

Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per le finalità di misurazione come specificato nella cookie policy.

Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso, in qualsiasi momento, accedendo al pannello delle preferenze. Il rifiuto del consenso può rendere non disponibili le relative funzioni.

Usa il pulsante “Accetta” per acconsentire. Usa il pulsante “Rifiuta” per continuare senza accettare.