SVALUTIAMO LE INVALSI ABOLIAMO QUESTA SCUOLA COSTRUIAMONE UN’ALTRA
Claudio Dionesalvi Mediattivista, insegnante alle scuole medie, ultrà del Cosenza Calcio, militante del Csa Gramna. Scrive su Il Manifesto, si occupa della scolarizzazione degli alunni rom
“L’umiliazione è un fattore di crescita dello studente”. È uno dei lampi di saggezza che il ministro Valditara ci ha donato nello scorso autunno. Piuttosto che un cinguettio, il suo è apparso come un anti-tweet, il bubolare del gufo, l’eco dell’oscurantismo che a tratti riemerge nel tipico pensare destrorso dell’italianità.
Sì, è vero, in parte ha poi ritrattato, precisando che si riferiva alla necessità che le ragazze e i ragazzi, quando infrangono le norme del regolamento scolastico e del vivere civile, imparino “l’umiltà di chiedere scusa”. Il ministro però non ha dato il buon esempio, non ha chiesto scusa per l’esternazione da rapace notturno. Viene spontaneo chiedersi se il suo convincimento sia isolato oppure rimanga patrimonio diffuso tra insegnanti, pedagoghi e presidi manager. La risposta è sì. Le nostre scuole poggiano sul callo inestinguibile di convinzioni, metodi e approcci che affondano le proprie radici nelle società totalitarie del ‘900, di cui il Paese è stato antesignano e fondatore. Hanno ragione certi studiosi europei quando ci rinfacciano che il fascismo è un’invenzione tutta italiana. Pur essendosi concluso in termini storici, nei tribunali come nelle scuole e in altri settori nevralgici delle istituzioni è palpabile la lunga durata di quel nefasto movimento che andò al potere 100 anni fa. Non ha mai smesso di condizionare l’agire, il pensiero, le parole.
Il riferimento non è soltanto all’intimidazione preventiva e all’oblio tattico, due modalità di impostazione del rapporto con gli alunni e le alunne, che purtroppo molti insegnanti adottano ancora oggi. Pur di mantenere il controllo di classi sempre più turbolente, disomogenee e sfilacciate, ci sono docenti che in funzione deterrente assumono posture minacciose sin dal primo approccio. E quando non ottengono ascolto o partecipazione dagli studenti meno convenzionali, stabiliscono con loro un patto di non aggressione, confinandoli in un banco e fingendo a se stessi che quel silenzio passivo costituisca un elemento di convivenza “civile”, se non addirittura di crescita.
In fondo, l’appello del ministro ad applicare le maniere forti, cioè le sanzioni riparatorie, radica le sue fondamenta teoriche in questa modalità di “relazione”. È un rigurgito delle sonore bacchettate che ci assestavano fino agli anni settanta del secolo scorso, quando non imparavamo a memoria verbi e tabelline. In polemica con Valditara, recuperando la lezione di Foucault, lo psicoanalista Massimo Recalcati ha sottolineato l’astrusità del ricorso esclusivo e costante all’automatismo dei dispositivi disciplinari. Ha ragione Recalcati: l’organizzazione scolastica non si dovrebbe mai ridurre all’iterativa applicazione di procedure, a un gorgo di provvedimenti sistematici, a una raffica di azioni robotiche imperniate sulla neopositivista volontà di rendere la scuola perfettibile. L’istruzione pubblica è una dimensione che non potrà mai funzionare come la distribuzione dei prodotti nei magazzini Amazon. E meno male!
Eppure, da anni scimmiottiamo il sistema aziendale. Dinanzi a fenomeni come l’ingresso dei ragazzi in ritardo o il cosiddetto bullismo o l’uso compulsivo dei cellulari, noi insegnanti siamo stati programmati a reagire secondo tabelle prestabilite, applicando un meccanismo che ricorda quello della giostra. La piattaforma circolare che ospita pupazzi, cavallini meccanici e sedili sospesi entra in funzione quando il giostraio attiva la leva di start. La giostra inizia a girare, come tutte le macchine, non avendo sensibilità ed empatia, incurante di quanto le avvenga sopra e intorno. Ogni mattina, noi insegnanti saliamo sulla giostra della scuola e ruotiamo insieme a essa. Di fronte a ricorrenti situazioni critiche, i riflessi condizionati ci spingono ad applicare dispositivi automatici. All’interno di carceri, ospedali e questure si impone da sempre la medesima prassi.
Qualche anno fa, il mio cagnolino Cosmo è stato avvistato dalle telecamere spia della digos che stava indagando sulla redazione del noto giornale on line iacchitè, nel vano tentativo di silenziarlo. Una persona dotata di senno avrebbe omesso di segnalare nella relazione di servizio l’apparizione di un chihuahua nel sito sottoposto a indagine. Invece l’agente verbalizzante, in esecuzione di un ordine della procura, ha eseguito, alla lettera e in modo automatico, il dispositivo inquirente.
Ore 12.44.52 arriva una donna con capelli castani giubbotto di pelle nero con un cagnolino
Ci comportiamo così anche noi, quando verbalizziamo rapporti disciplinari, annotiamo ritardi e chiediamo l’intervento dei carabinieri nelle scuole per intimidire i famigerati bulli. È ancor più paradossale che tutto ciò avvenga all’interno delle aule scolastiche, se teniamo conto dello tsunami di parole d’ordine da cui siamo stati investiti negli ultimi anni. “Personalizzazione”, “offerta formativa”, “bisogni educativi speciali” si confermano dunque formule prive di riscontro nella realtà. Al di là delle chiacchiere e degli open day, c’è ben poco di personalizzante, formativo e rispondente ai bisogni. Le nostre azioni quotidiane sono improntate alla massificazione e al controllo sociale.
Tra i dispostivi automatici, sulla giostra quotidiana che mettiamo in funzione ogni mattina, una delle procedure più vacue è la valutazione. Fondati sulla pretesa scientificità della docimologia, voti e giudizi si rivelano tanto arbitrari quanto dispendiosi in termini di energie e tempi. La convinzione che agiscano da stimolo per l’apprendimento, rispecchia l’ideologia della premialità, tra zuccherino per cavalli e biscotto

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Mediattivista, insegnante nelle scuole secondarie di primo grado, ultrà del Cosenza, militante del CSA Gramna. Scrive su Il Manifesto, si occupa di scolarizzazione di alunni rom.
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