VALUTAZIONE: dall’eccellenza spontanea alle bestie in gabbia
Domenico Bilotti Nasce a Cosenza nel 1985. È professore di Diritto e religioni nell’Università Magna Graecia di Catanzaro
Mi interesso della questione carceraria da tempo, pur relativamente poco occupandomi professionalmente di diritto penitenziario. Ricordo bene però quando i giudici europei cominciarono a interessarsi al sovraffollamento negli istituti di pena. Alcune sentenze commentavano con crudezza atroce che lo spazio a persona nelle celle fosse in circostanze gravi inferiore allo spazio vitale riconosciuto a cavalli e maiali nel trasporto degli animali vivi. Mi tornano in mente queste immagini quando penso ai meccanismi di valutazione applicati all’istruzione. Sulla carta, la “burocrazia valutativa” arriva come un complice seducente, un alleato. Gli scopi dichiarati sono due: abbattere i padronati con criteri di uniformità trasparente (ignorando che i rapporti di forza sono tali perché l’eccesso di norme piegano a proprio vantaggio) e stimolare una competizione benigna, basata sul riconoscimento spontaneo delle eccellenze. Sbagliato si è rivelato il metodo, sbagliato era già il merito. Innanzitutto, valutare curricularmente e sistematicamente ogni attività di formazione è un danno alla formazione stessa: un paragrafo è fatto di frasi, se spezzo ogni frase per prenderne alla lettera ciascuna parola non capirò mai il testo e non imparerò mai né da esso né dalle correzioni. La valutazione è in sé una cosa buona, ma come non esiste una mano invisibile del mercato (perché non si può slegare metafisicamente il mercato dagli attori che lo compongono) non esiste una mano invisibile della valutazione. Bisogna intendersi su cosa valutare, come valutare e come non trasformare i valutatori di ogni ambito in un ceto che o si compiace del proprio indiretto primato o ha crescenti difficoltà pratiche ad agire. Nei libri di Ian Rankin, il giallista scozzese erede del socialista McIlvanney, la Disciplinare è chiamata “Ufficio delle lamentele”. Mi occupo di diritto lungo crinali tematici ben precisi e ammetto che un certo tipo di valutazione – oggi carente, se non assente – potrebbe risultarmi particolarmente utile. Se scrivo una cosa documentata e precisa sulle comunità islamiche o sugli slavi ortodossi in Italia (due tra le nostre più cospicue minoranze religiose), non sarebbe male fare verificare anche a esponenti di quelle confessioni se davvero ho centrato i loro problemi. Se mi occupo di diritto alla cura, o fine vita, che interloquisca in una valutazione cooperativa con medici o malati potrebbe suggerirmi strategie buone a fare incontrare il diritto con le soluzioni concrete che gli sono chieste. Se valuto l’articolo per una rivista scientifica, e lo trovo particolarmente mal scritto o errato nei presupposti in diritto, o per accondiscendenza scriverò un giudizio prudentemente negativo o rinvierò il pezzo ritenendolo impubblicabile. Serve? Se lo stile mio o di chi mi è avverso è riconoscibile, la valutazione non rischia di transitare dall’istanza di riequilibrio tra oggettività e soggettività, propria di ogni ricerca metodologicamente selettiva, al dare un maleficio alla singola persona? I miei corsisti vengono dalle scuole superiori e dalle università calabre che difendono con grande dignità il loro spazio, ma che sul piano delle connessioni patrimoniali coi grandi comparti produttivi o con le piattaforme digitali dominanti non hanno lo stesso peso di un grande ateneo americano, inglese o cinese. Valutando me coi criteri loro proposti, possono tranquillamente scaricare sul giudizio al docente un malanimo disorganizzativo che rimonta da più lontano di me e di loro. E all’opposto se mi valutano bene, in quelle griglie, non è detto che sia un merito delle mie competenze specialistiche o della mia cifra umana, ma semplicemente mi torna indietro la benignità con cui ho valutato a mia volta durante una prova. La valutazione tra pari (che tanto paritetica non è) non sempre funziona, come non può funzionare per tutti i settori lo stesso indice (ad esempio, il numero di citazioni). Per i settori bibliometrici, può essere utile e peraltro non esaustivo; in materie dove spesso il ricercatore bravo trova nuove piste che altri poco battono o dove la citazione ha vincoli pertinenziali meno rigidi, la bibliometria è una forzatura. Il focus dovrebbe essere il diritto delle studentesse e degli studenti a sviluppare le proprie capacità, riconoscendo contestualmente la libertà di docenza, ricerca, arti e scienze. Di loro sono preoccupato. Il deficit di cultura di questo Paese, di ridotta autonomia critica che moltiplica le xenofobie e i populismi, le fake news e la paralisi di chi né studia né lavora, non sarà sanato aggiungendo alla mia pagina un’altra casellina dove dare o ricevere giudizi.
“Il focus dovrebbe essere il diritto delle studentesse e degli studenti a sviluppare le proprie capacità...”
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