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“EHI GUARDA… SEMBRA UN SOGNO!”

21 maggio 2026 5 min

Stefania Lecce Storica dell’arte, guida turistica e fotografa, insegna negli istituti superiori di secondo grado

Quando l’ho visto per la prima volta indossava un pantaloncino grigio e dei grossi sandali verdi. Stringeva il braccio della mamma come chi non sa nuotare stringe il salvagente. Mimmo era bello, alto e sottile con i suoi movimenti sinuosi simili a quelli di un fenicottero. L’ingresso nella nuova scuola è stato per lui un vero trauma, così come fare la conoscenza dei nuovi compagni e la mia che ero stata scelta un po’ dal destino e un po’ per le mie competenze ed esperienze per essere la sua nuova insegnante di sostegno.

Ogni conversazione si spegneva con i suoi continui e decisi NO, detti con fermezza, tutti in fila a formare un catenaccio di difesa.

“Lui segue il metodo ABA da quando era piccolo. Tu lo conosci?”.

E sì, perché quando scegli di essere un’insegnante di sostegno, devi essere consapevole della tua valigia degli attrezzi che non deve essere piena solo di metodologie, teorie e libri stampati nella mente, ma anche di empatia, pazienza, forza e voglia di imparare costantemente.

Essere insegnanti di sostegno, non è semplice: l’insegnante di sostegno deve essere formato e specializzato, ormai lo sanno anche i sassi.

Ma come si formano gli insegnanti di sostegno? Una volta esisteva la scuola di specializzazione per l’insegnamento, meglio conosciuta come SSIS. Da tempo, ormai, è stata sostituita dal TFA, sulla carta un percorso di formazione intensivo a trecentosessanta gradi che abbraccia teoria, attività laboratoriali e tirocinio attivo. Ma, nella realtà, tutto si traduce in un vero e proprio percorso quasi disumano: sette-otto mesi di torture cinesi, di lezioni concentrate, di esami da sostenere, voti da raccogliere, elaborati da preparare, scadenze da rincorrere, tempo che manca e tantissima ansia pagata fior di quattrini. Così concepita, come evidenziato da numerosi docenti o aspiranti tali, la specializzazione non consegna tutte le chiavi d’accesso per aver a che fare con i ragazzi come Mimmo. Anzi, tutto ciò che si impara, (perché di cose se ne imparano tante) lo si deve smontare e plasmare sull’esperienza. Un po’ come quando si frequenta la scuola guida per prendere la patente: si studia per superare l’esame ma a guidare veramente l’automobile si impara con la pratica quotidiana, nel traffico, quando si è soli, si spegne il motore e si vorrebbe piangere perché chi ti sta dietro suona continuamente il clacson.

Insieme a Mimmo ho trascorso mesi impegnativi in cui ho messo in discussione me stessa mille volte: entrare nel laboratorio di cucina, ad esempio, sembrava impossibile, bastava vedere le sue reazioni alla sola vista della divisa per comprendere quanto fosse imprevedibile e in salita il percorso da fare. Muoveva nervosamente le mani e si metteva seduto con le gambe e le braccia incrociate, inanellando l’ennesima serie di “no”.

“Questa scuola non va bene per me, è grande e ci sono troppi liquidi!”

Con pazienza e con la collaborazione di colleghi e dei compagni di classe, nel tempo, abbiamo raggiunto traguardi impensabili: Mimmo, non solo ha accettato di indossare la sua giacca da cuoco, ma ha imparato a rompere le uova, a impastare, a tirare la sfoglia e fare le tagliatelle. Alla fine dell’anno scolastico, preparava da solo il piatto che avrebbe mangiato. Un buon risultato per chi, come lui, soffre terribilmente quando si sporca le mani. Ha superato sé stesso.

Ecco, pensando anche a questo ragazzone, mi viene da dire che il lavoro dell’insegnante di sostegno non è per nulla semplice, non si può fare per ripiego o semplicemente per guadagnare lo stipendio. Ci vuole anche una grande responsabilità. L’insegnante di sostegno deve avere delle basi solide in tutte le materie ma non è un tuttologo, l’insegnante di sostegno fa didattica e non assistenza, l’insegnante di sostegno si forma giorno dopo giorno e coglie un’infinità di sfumature che agli altri sfuggono ma capita, a volte, che non venga ascoltato. L’insegnante di sostegno condivide le ore con gli altri colleghi ma non è un ospite. È l’insegnante di tutti e non ha alunni solo suoi. L’insegnante di sostegno deve avere anche una buona intelligenza emotiva per comprendere sempre le proprie esigenze e quelle dell’altro, riuscendo ad instaurare rapporti costruttivi e di collaborazione con tutti. Deve essere sempre capace di stare al passo del più lento e di provare a non lasciare indietro nessuno.

Insomma, deve essere il top di gamma, per intenderci.

Lo ammetto, mi sono sentita sul tetto del mondo per ogni piccolo o grande risultato raggiunto da Mimmo. Penso a quella volta che, dopo giorni di rifiuti, per la prima volta ha stampato finalmente il suo sguardo inquieto nel mio fulminandomi con un commovente “tu hai gli occhi arancioni”!

È lì che mi sono sentita, proprio sul tetto del mondo, quando ha voluto che lo tenessi per mano la prima volta, quando con l’aiuto di coloratissime caramelle, abbiamo fatto le divisioni, oppure quando ha cominciato a manifestare la sua curiosità per i cambiamenti fisici che l’adolescenza porta con sé.

“Io sono come gli altri ragazzi di 14 anni?, Non posso essere soddisfatto come i compagni?, “Tu dici a mamma che sono stato bravo?”, “No, basta, se i compagni non studiano, io non studio. Basta, non ti sopporto più!”

Momenti intensi, bellissimi, alternati a cedimenti psicologici e frustrazioni. Abbiamo discusso, ragionato e litigato e tutto è servito ad entrambi per crescere. Ogni giorno ho nutrito me stessa del rapporto che pian piano abbiamo costruito.

Viene spontaneo chiedersi se basti frequentare un corso universitario, a dir poco spietato e sfiancante, per otto mesi, per comprendere fino in fondo quanto bisogno di umanità richieda questo lavoro. Per capire la complessità di questa professione.

Forse, accanto alla formazione socio-psico-pedagogica e metodologica, si dovrebbe ragionare su una formazione emotiva, che abbia a che fare con i sentimenti, ed una serie di esercizi che possano predisporre il cuore e la mente a un’apertura reale, spontanea, sincera.

Io ho scelto di essere un’insegnante di sostegno. Essere e non fare, e mi auguro di conservare la stessa passione di ora negli anni. Quella stessa passione che permette di vedere più che guardare gli alunni. Sarebbe stupendo conservare, nel tempo, davanti ad ogni esperienza regalata da questo meraviglioso lavoro, lo stesso entusiasmo e la stessa emozione di Mimmo che davanti a un arcobaleno spuntato all’improvviso nel cielo dopo un temporale, con gli occhi luminosi esclama ad alta voce: “Ehi Stefania guarda… sembra un sogno!”.

“L’insegnante di sostegno deve essere formato e specializzato”
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Storica dell'arte, guida turistica e fotografa, insegna negli istituti superiori di secondo grado.

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