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LA DIDATTICA CHE NON SI TRAS-FORMA

21 maggio 2026 4 min

Claudio Dionesalvi Mediattivista, insegnante nelle scuole secondarie di primo grado, ultrà del Cosenza, militante del CSA Gramna. Scrive su Il Manifesto, si occupa di scolarizzazione di alunni rom

La scuola è morta. Noi della “classe docente” forse ce ne accorgeremo con una ventina d’anni di ritardo. Ma prima o poi saremo costretti a prenderne atto. Non c’è da straziarsi. Sopravvivranno esami, voti, dirigenti, PON e PTOF. Ma è finito un modo di fare scuola. La “sostituzione” è già avvenuta e non è quella vaneggiata dalla destra suprematista, sovranista, tardo-nazionalista. Non saranno i “neri” o i “gialli” a sostituirci. È la macchina che ci ha rimpiazzato. E non bisognerà aspettare che Chat GPT ce lo installino sotto pelle. Molto prima dell’automazione, i dispositivi mentali introdotti negli ultimi venti anni dai governi neoliberisti nella scuola pubblica hanno già quasi esautorato il principio basilare di ogni possibile pedagogia: l’umanità.

Non ci sembra vero? Pensiamo per un istante a quanto avviene nelle riunioni dei dipartimenti, nei gruppi per l’inclusione, nelle commissioni e in qualsiasi organo collegiale. Ormai da anni sono riunioni bipartite o, se preferite, bipolari. Si articolano in due momenti: nella prima parte, che è la preminente, si discute in modo asettico e sbrigativo sulle scadenze degli adempimenti burocratici imposti dalla nuova normativa: RAV, prove parallele, Invalsi, PTOF, PEI et similia. Giustamente per aggiornare queste scartoffie digitali si ricorre volentieri al copia/incolla. Infine, nei tempi residuali delle riunioni, si affrontano le questioni concrete: la didattica, i casi di abbandono scolastico, le attività di recupero, i laboratori. Di solito parlano solo i dirigenti. Noi insegnanti non vediamo l’ora di scappare.

Il modello di formazione imposto dall’inizio di questo secolo è stato funzionale alla disumanizzazione che prepara l’avvento dell’intelligenza artificiale al posto dei docenti umani. L’innovazione digitale non sarebbe di per sé un fatto perverso. Al contrario, potrebbe in parte riavvicinare le scuole al presente fluido. La digitalizzazione snatura la scuola quando contamina la forma mentis dei docenti. Ecco perché un sistema di formazione imperniato su aspetti procedurali e su un pensiero computazionale, quasi sempre delegato ad agenzie formative e università che badano molto a incamerare denaro ma poco al costrutto, piuttosto che stimolare la coscienza critica, l’esperienza e lo studio permanente, ha sedimentato nelle scuole docenti più inclini agli automatismi della macchina che a una relazione didattica con le alunne e gli alunni. Oggi la maggior parte dei docenti curricolari e di sostegno non riconosce il disagio psichico, la sofferenza, la povertà. Quando nei consigli di classe qualcuno prova a richiamare l’attenzione dei colleghi sulle difficoltà soggettive di questo o quel ragazzo, le reazioni variano dall’algido contegno dei giudici popolari in corte d’Assise alle commissioni mediche INPS che valutano le percentuali d’invalidità. Il clima è sempre più arido o, all’opposto, glaciale.

Per uscire da questa cappa, sarebbe necessaria anzitutto un’insurrezione, non tanto nella scuola quanto nella società nel suo insieme. Ci vorrebbe un moto di rivolta più o meno civile, a seconda del grado di ascolto prestato dagli organi di governo. Eppure un simile scenario sembra davvero poco realistico, perlomeno in tempi brevi. Ma se un giorno si riuscisse a ripristinare un minimo di rapporti di forza tra chi comanda e chi nelle scuole lavora, sarebbe necessario sottrarre il monopolio della formazione alle università che, come del resto le scuole, sono luoghi in cui si dovrebbe studiare per aumentare la propria conoscenza, non per consolidare la “competenza”.

Servono a poco le 500 euro del bonus Carta Docente, che dovrebbe comunque essere a beneficio di tutti gli insegnanti, precariato incluso. Detto tra noi, preso atto di quanto siano bassi gli stipendi dei docenti scolastici, bene ha fatto chi s’è comprato la lavatrice con quel credito. Magari, i destinatari del bonus avrebbero potuto acquistare pure qualche libro. Ma oggi quanti libri legge in un anno un insegnante? Sì, dipende dagli insegnanti, ma la maggior parte ne legge pochi, pochissimi. Nell’Italia di Berlusconi, di cui tutti siamo sudditi, gli insegnanti non sono stati formattati per leggere, studiare e insegnare, bensì per intrattenere. Come prendersela dunque con loro? Sono nati così. Allora si potrebbe riconvertire la Carta Docente, anzitutto aumentandone l’entità, cioè, come dicono i politici, accrescendo le risorse per la sua copertura. Quindi, trasformarla in uno strumento per consentire agli insegnanti di formarsi autonomamente. Mediante accordi con le compagnie aeree e le aziende dei treni, lo Stato dovrebbe abbattere i costi dei viaggi dalle proprie sedi alle città dove i docenti potrebbero visitare musei, festival, pinacoteche, biblioteche, siti archeologici. Le convenzioni dovrebbero essere stipulate anche con teatri e cinema. Invece di trascorrere intere giornate, impagliati nelle scuole, per soddisfare gli obblighi all’aggiornamento e alla formazione in estenuanti quanto dispendiosi e inutili corsi tenuti dagli amici dei dirigenti, i docenti sarebbero stimolati a visitare i luoghi della riproduzione culturale e sociale. I corsi per apprendere una seconda lingua dovrebbero essere promossi dallo Stato, a partecipazione gratuita. Infine, la formazione per i neoassunti, sia per i docenti curricolari che di sostegno, dovrebbe avvenire nei luoghi reali della società, da dove provengono gli alunni e i genitori con cui gli insegnanti dovranno lavorare: carceri, cliniche psichiatriche, centri per migranti, strutture per minori, residenze per anziani, associazioni di volontariato. Chi non è mai stato in posti come questi, oggi può incontrare enormi difficoltà a lavorare dietro una cattedra e in una qualsiasi classe delle nostre scuole.

La formazione per i neoassunti dovrebbe avvenire nei luoghi reali della società, da dove provengono gli alunni e i genitori con cui gli insegnanti dovranno lavorare
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Claudio Dionesalvi
Claudio Dionesalvi

Direttore responsabile

Mediattivista, insegnante nelle scuole secondarie di primo grado, ultrà del Cosenza, militante del CSA Gramna. Scrive su Il Manifesto, si occupa di scolarizzazione di alunni rom.

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