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LA SCUOLA È MORTA, VIVA LA SCUOLA!

21 maggio 2026 7 min

Parafrasando Pintor verrebbe da dire che «La scuola italiana che conoscevamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che il nostro impegno quotidiano in classe non ammette»[1]. La scuola italiana, che dovrebbe essere il baluardo dell’articolo 3 della Costituzione, ha cessato da tempo la sua funzione formativa. O forse è meglio dire che è stata completamente svuotata della sua funzione formativa. Per vederlo è sufficiente unire le tessere del puzzle che ogni singola riforma ha messo sul tavolo. E il disegno è chiaro: annullare la scuola pubblica e con essa la possibilità, per moltissimi ragazzi, di poter immaginare un futuro diverso. Questo e non altro è il ruolo che è stato assegnato alla scuola pubblica: il nulla. Non ci si faccia ingannare dalle dichiarazioni di facciata: si guardi invece ai provvedimenti reali che nel corso degli anni hanno portato a questo svuotamento.

Tra tutti spicca senz’altro l’introduzione dell’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), oggi PCTO, che rappresenta il punto di non ritorno di questo disegno squisitamente bipartisan. Basta consultare qualche statistica per rendersi conto che senza l’obbligatorietà introdotta per legge, il numero di alunni coinvolti negli stage presso aziende o enti sarebbe stato decisamente inferiore a quello sbandierato negli ultimi anni[2]. E già, perché gli stage esistevano anche prima dell’alternanza, ma non erano obbligatori e soprattutto non entravano nel curriculum scolastico. Se poi aggiungiamo che l’ASL è declinata addirittura come metodologia didattica innovativa[3] il gioco è fatto: compito della scuola è diventato preparare ed orientare al mondo lavoro. Null’altro. Facendo i conti della serva, se l’ASL sottrae tempo-scuola alle discipline sotto forma di stage, webinar o attività del tutto scollegate dai percorsi scolastici (vedi corsi online sulla sicurezza, questionari, partecipazione a fiere, manifestazioni o altro), come possiamo credere che i ragazzi possano, attraverso la scuola, intraprendere un percorso di crescita personale? E voi che pensavate alla scuola come luogo di formazione delle coscienze!

Personalmente sono contrario all’ASL per un principio: la scuola pubblica dovrebbe essere una zona franca, uno spazio di libertà, di riflessione, di maturazione; dovrebbe far crescere persone prima che formare lavoratori. Dovrebbe, attraverso il dialogo fra le diverse discipline, allargare gli orizzonti dei ragazzi e dargli strumenti di interpretazione della realtà, ciascuno secondo le proprie possibilità. Solo così il lavoro può diventare strumento di liberazione e non di ricatto. Accettare l’idea di istituzionalizzare l’ingresso delle aziende nella vita scolastica e dibattere solo sul come questa istituzionalizzazione debba avvenire è di per sé una sconfitta. Abbiamo conosciuto la scuola classista ma avevamo anticorpi che producevano i Rodari, i Manzi, i Don Milani, i Lodi e molte altre figure più o meno note che avevano un’idea di scuola alta, non utilitaristica, realmente democratica. Una scuola in cui il lavoro era quello della Costituzione e non quello del precariato. Una scuola pesante e pensante, dove le parole avevano la loro importanza e la pratica non era scissa dalla teoria. Oggi questi anticorpi scarseggiano e nessuna voce autorevole è in grado di mettere in crisi il sistema scolastico per come è stato concepito. Non solo l’ASL è entrata a scuola, e ci è entrata per restare a meno di terremoti culturali di cui i sismografi non rilevano alcuna traccia, ma è diventata il cardine attorno a cui far ruotare l’intero sistema di istruzione superiore[4] (vedi anche la nuova figura del docente tutor). Questo e non altro deve far riflettere sul perché l’ASL, mascherata da grande opportunità, è invece il cavallo di troia che darà il colpo di grazia a un intero sistema educativo.

Aggiungiamo anche che è proprio l’obbligatorietà dell’ASL e la necessità di trovare aziende a tutti i costi, in numero tale da assorbire l’enorme massa di studenti che deve partecipare, che negli ultimi anni ha portato ad eventi tragici e infortuni sul lavoro che hanno causato danni irreversibili alle vite di tanti ragazzi e delle loro famiglie[5]. In linea di massima l’alternanza è vista come una perdita di tempo dalla gran parte di docenti e studenti e questo è tanto più vero in quelle aree economicamente deboli, dove cioè il tessuto produttivo è praticamente assente e l’ASL si riduce ad una massa informe di attestati di partecipazione ad improbabili attività fatte passare per percorsi formativi. La stessa ASL è inoltre uno strumento di divisione lungo diverse direttrici:

  • nord/sud Un ragazzo calabrese non potrà mai avere le stesse opportunità di un ragazzo dell’Emilia Romagna, per il semplice fatto che è completamente diverso il contesto di riferimento.
  • città/piccoli centri Anche all’interno delle stesse regioni non è la stessa cosa abitare in grossi centri o in piccoli paesi.
  • aree industrializzate/aree svantaggiate È più facile pensare l’alternanza in quelle aree dove la presenza dell’industria è più forte. Nelle aree svantaggiate, magari a basso reddito o alta disoccupazione, l’alternanza sottrae tempo prezioso che potrebbe essere investito ad esempio in progetti pomeridiani per il recupero della dispersione scolastica.
  • tecnici-professionali/licei Mentre per gli istituti tecnici e professionali potrebbe avere senso un periodo di stage presso un’azienda del proprio indirizzo di studi, per i licei l’alternanza è solo una forzatura (ed infatti le ore previste per i licei sono inferiori a quelle previste per i tecnici e i professionali).

E potremmo continuare con centro/periferia, pubblico/privato, etc. In altri termini l’ASL non fa altro che riprodurre e amplificare quelle disuguaglianze che la scuola dovrebbe invece concorrere a rimuovere. Si perpetua un modello e lo si rafforza quando invece bisognerebbe capovolgerlo per combattere le povertà esperienziali. Eppure sui media vecchi e nuovi vengono costantemente promossi percorsi di eccellenza ed esperienze d’avanguardia magari in collaborazione con varie multinazionali[6,7]. Ma il grosso dell’alternanza è ancora fatta di esperienze che nulla hanno a che vedere con il proprio percorso di studi[8].

La scuola italiana che conoscevamo è morta.

Quella che vorremmo non è ancora nata. Cosa fare, dunque di fronte alla necessità di costruire un nuovo modello formativo? E com’è possibile continuare a lavorare e formarsi all’interno di un’istituzione la cui architettura legislativa è in aperto contrasto con il sentire di molti insegnanti che ne riconoscono le criticità ma non hanno quasi più margini di manovra?

Sostituire l’ASL con attività non orientate all’impresa che possano aiutare la crescita della persona e del territorio potrebbe essere un modo per provare a forzare la mano da dentro il quadro normativo vigente. Perché, ad esempio, non mettere al centro il rapporto scuola-società invece del rapporto scuola-azienda? Le attività potrebbero svolgersi in maniera continuativa alla fine dell’anno scolastico in modo da non interferire con il normale calendario scolastico e dare così la possibilità ai ragazzi di seguire un percorso di studi meno frammentato e più organico. Infine, eliminare l’obbligatorietà di tali attività e riportarle nell’alveo delle scelte personali del singolo ragazzo, magari spiegandone le motivazioni e le finalità (e senza che questo pregiudichi la valutazione di chi non vuole usufruire di questa possibilità), potrebbe far maturare il senso di “gratuità” e non di “imposizione” che sta alla base della civile convivenza. Un’altra idea potrebbe essere quella di utilizzare assiduamente la scuola come laboratorio aperto. In fondo, l’insegnante è anche un professionista - strano ma vero! - che può mettere a disposizione il proprio patrimonio di conoscenze e relazioni per, ad esempio, mostrare ai ragazzi come si costruisce una lezione, come si fa ricerca, come ci si prepara per parlare in pubblico, come le conoscenze disciplinari siano legate alla vita quotidiana, etc. In questo contesto, far svolgere strutturalmente i corsi di recupero agli studenti in modalità alla pari, con il supporto dei suddetti docenti, potrebbe essere un’esperienza davvero formativa. Queste sono solo alcune proposte che però potrebbero cambiare radicalmente il ruolo della scuola e riportarla quanto prima al di fuori del gorgo liberista-aziendalista nel quale è stata scaraventata.

Il tutto però parte da un presupposto: che le attività e le esperienze siano autentiche e non una semplice formalità. Altrimenti resteremo intrappolati per sempre nel burocraziocene, l’era in cui un’esperienza esiste ed è tale a patto che sia stata semplicemente ratificata, certificata e protocollata.


Note bibliografiche: [1] http://fondazionepintor.net/manifesto/senzaconfini/ [2] https://poterealpopolo.org/alternanza-scuola-lavoro/#1644505044816-b201243f-77b7 [3] https://www.indire.it/progetto/alternanza-scuola-lavoro/ [4] https://www.roars.it/valditara-rispolvera-lavviamento-professionale-con-la-filiera-42/ [5] https://www.lastampa.it/cronaca/2022/01/22/news/lorenzo_e_gli_altri_gli_incidenti_in_fabbrica_degli_studenti_dell_alternanza_scuola-lavoro-2838229/ [6] https://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2016/11/16/scuola-lavoro-alternanza-mcdonald [7] https://www.ducati.com/it/it/azienda/fondazione-ducati/education [8] https://www.orizzontescuola.it/alternanza-scuola-lavoro-uds-40-degli-studenti-pagato-le-aziende-57-non-messo-pratica-propri-studi/

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Giovanni Scavello
Giovanni Scavello

Redazione

Docente di informatica negli Istituti superiori. Dopo aver studiato e insegnato tra la Spagna e l'Emilia, vive a Roggiano Gravina (CS) provando a coniugare agricoltura biologica e software libero.

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