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UNO-PER-L’ALTRO

21 maggio 2026 7 min

Rossana Bartolo Insegna francese al Liceo Linguistico "Varalli" di Milano. È responsabile del gruppo LEND di Milano. Svolge attività di formazione per docenti di tutta l’area linguistica

Tutta la storia dell’evoluzione umana si basa sulla capacità dell’essere umano di trasmettere ai suoi simili le proprie esperienze, le proprie conoscenze. Questo è stato possibile grazie all’istinto primariamente umano che è il linguaggio; a differenza degli animali non umani i cui istinti sono «delle risposte pronte e già da sempre disponibili a problemi determinati [...] l’istinto specificamente umano è invece adattato esattamente ad una situazione contraria; è un istinto aperto al possibile, all’indeterminato, alla novit໹. Il "bisogno" umano quindi di conoscenza non si caratterizza solo nell’ambito percettivo legato alla sopravvivenza, ma è anche e soprattutto necessità di formulare ipotesi relative al senso dei nostri stessi pensieri e delle nostre ragioni. Come lo definisce Giorgio Prodi l’essere umano è «biologicamente culturale» e come tale per «l’animale umano già il semplice vivere implica la presenza [...] delle categorie semiotiche. Non tocchiamo mai, per fare un esempio banale, un mero oggetto con una mano che si vorrebbe al di qua del linguaggio; la mela che afferriamo è già anche e sempre, oltre che un’entità tattile e visiva, un’entità concettuale, è una ‘mela’, un ‘frutto’, e poi, quindi, anche un frutto "proibito" o "stregato"»². Pertanto l’essere umano ha, da sempre, potuto non solo esprimere la sua unicità (interpretando il mondo), ma l’ha confrontata e condivisa con gli altri, nella duplice valenza di conoscere se stesso e di ri-conoscere gli altri.

Così si sono cominciate a fondare le civiltà caratterizzate da un proprio uso del linguaggio divenuto lingua: espressione storica di un popolo, ma anche e soprattutto dall’«ethos della valorizzazione di cui l’uomo porta intera la responsabilità» cioè dalla «conquistata consapevolezza che il fondamento dell’umana esistenza non è l’essere ma il dover essere, cioè quello slancio valorizzatore intersoggettivo della vita»³ che ha portato l’uomo ad organizzarsi nel tentativo di dare delle risposte ai suoi problemi cercando di rispondere egli stesso alla vita, assegnandole valore, quindi, pur nella sua estrema problematicità, angosciosità anche, anziché attendersi drammaticamente delle risposte da essa, che mai sarebbero potute e potrebbero arrivare.

Quando di fatto ci si interroga, apprendiamo; quando formuliamo domande e ci diamo delle risposte, apprendiamo; quando critichiamo i nostri ragionamenti, li confrontiamo con quelli altrui per condividerli o distanziarci, apprendiamo. E solo quando interloquiamo con gli altri abbiamo modo di conoscerci, di conoscere la nostra identità; diventa pertanto indispensabile dare valore all’alterità, si crea quello che Lévinas chiama «la rottura dell’indifferenza [...] la possibilità dell’uno-per-l’altro che è l’evento etico»⁴. Evento indispensabile il riconoscimento della propria identità, poiché solo a partire da essa che si può dare agli altri la stessa possibilità, la stessa libertà. Chiunque manifesti problemi di identità manifesta intolleranza e per farsi valere usa la forza. È necessario dunque, per creare una società più giusta e libera, dare estremo valore all’etica e a tutti gli insegnamenti. Fondare una società basata sulla conoscenza significa avere la possibilità di sfruttare la propria creatività, il proprio libero spirito per tentare di risolvere i problemi. Apprendere è sviluppare in sé l’irriverenza, l’iniziativa, la libertà dello spirito. È costruire la propria intelligenza. Apprendere è partire dai propri errori e modificare i propri atteggiamenti ragionando creativamente sulle possibilità di altre spiegazioni fondate sulla conoscenza.

Da sempre ci si è posti il problema di educare le giovani generazioni all’apprendimento e al modo più giusto di insegnare, e i sistemi educativi hanno sempre seguito le dinamiche sociali e politiche dei popoli l’evoluzione scientifica e tecnologica, insomma la storia.

Ed anche oggi dobbiamo guardare alla nostra storia, alla nostra identità politica e sociale se vogliamo pensare a un programma educativo che si riferisca ai nostri giovani, nella prospettiva, però, di un loro adeguato inserimento nella vita sociale odierna sempre più geograficamente vasta. E allora proviamo a porci degli obiettivi: la scuola deve diventare il luogo per eccellenza dove si apprende il valore etico dell’educazione, per riuscire bisogna insegnare la comprensione; il luogo dove si apprende cos’è la conoscenza; il luogo dove l’Alterità assume un valore preminente. Solo perseguendo questi obiettivi, potremmo parlare di Scuola, e dell’Insegnante come vera guida operativa.

Ma forse è necessario, prima di rivitalizzare un piano di formazione che riguarda gli insegnanti perché possano raggiungere gli obiettivi su citati, avere un’idea più chiara e meno illusoria del concetto di essere umano e prendere coscienza della necessità di una formazione seria degli insegnanti che non possono, o non potrebbero entrare in classe senza esserne coscienti.

Manuela Monti, biologa delle cellule germinali e dottore di ricerca in bioingegneria e bioinformatica, è la scienziata che insieme al genetista Carlo Alberto Redi ci raccontano le ultime scoperte in campo biomolecolare e ci informano della necessità di condividere le loro scoperte proprio perché hanno un’implicazione, ovvero ci pongono di fronte a problematiche molto importanti: filosofiche, etiche, morali, sociali, politiche, giuridiche che coinvolgono tutti noi, il modo di intendere le nostre relazioni, la stessa nozione di individuo e di società:

«Il contesto sociale nel quale si sviluppa la storia del ciclo vitale degli individui è capace di influenzare molti processi biologici e così il sociale si "incarna" nel biologico e si trasmette da una generazione all’altra.[...] Le cellule, i tessuti, gli organi sono esposti a diversi ambienti; il termine ambiente va qui considerato nella sua più ampia accezione: per le cellule germinali è ambiente l’ovario o il testicolo, per l’embrione l’organismo materno, per i nuovi individui l’aria, l’acqua, la famiglia, la scuola, ecc. [...] Questi fattori materiali ed immateriali sono in grado di marcare epigeneticamente il funzionamento del genoma (DNA) e così il grado di esposizione e la struttura sociale veicolano vantaggi o svantaggi del buon o mal funzionamento del genoma. Le ricerche sono rivolte a chiarire i meccanismi attraverso i quali il sociale entra nella pelle e si fa biologia».⁵ Questi cambiamenti che si realizzano a livello epigenetico possono influenzare profondamente, anche se in modo assolutamente reversibile, l’espressione dei nostri geni e trasmettersi anche alla generazione successiva. Le disuguaglianze sociali si traducono in disuguaglianze di salute che si trasmettono in modo intergenerazionale. Noi non siamo individui, ma con-dividui.

Fino a ieri pensavamo un corpo umano perfettamente individuale nella sua soggettività, ma che invece agli occhi del biologo si trasforma in qualcosa di diverso, cioè un con-dividuo, una realtà plurale, comunitaria, simbiontica, dove il corpo umano diventa il luogo di convivenza di una realtà eterogenea fatta di una pluralità di forme che sono sia quelle che abitano il nostro corpo, (senza le quali non sopravviveremmo), ma anche quelle sociali, le culle antropologicamente intese: la famiglia, la scuola, la società nelle quali siamo stati cresciuti, educati e che continuano ad influenzare e determinare non solo la nostra cultura, ma anche il nostro genoma.⁶

Certo Marx aveva già intuito tutto questo, perché sono i fatti a dircelo, ma sapere di averne anche la certezza scientifica, non può non aumentare il nostro grado di responsabilità nei confronti dei nostri bambini, ragazzi, giovani, quando ci proponiamo come insegnanti e educatori.

Nessuno si può improvvisare in questo mestiere, e nessuno può pensare, tra coloro che questo mestiere lo scelgono che non debbano continuare a formarsi per essere in grado di seguire l’evoluzione della lingua, dei linguaggi, dei saperi, delle conoscenze, e affrontare questo lavoro con giudizio e onestà. Come direbbe Edgar Morin, bisognerebbe innanzitutto educare alla comprensione. Per fare ciò bisogna «ripensare non solo la funzione, direi pure la missione insegnante, ma anche ciò che è insegnato. Se insegnare è insegnare a vivere, secondo la giusta massima di Jean-Jacques Rousseau, è necessario individuare le carenze e le lacune del nostro insegnamento attuale per affrontare problemi vitali come quello dell’errore, dell’illusione, della parzialità, della comprensione umana, delle incertezze che ogni esistenza incontra».⁷


¹ Cimatti F., "Il senso della mente. Per una critica del cognitivismo", Bollati Boringhieri, Torino, 2004 ² Ibidem ³ De Martino E., "Morte e pianto rituale nel mondo antico", Bollati Boringhieri, Torino, 2008 ⁴ Lévinas E., Totalità e infinito, Jaka Book, Milano, ult.rist. 2010 ⁵ Sini C., Redi C. A., Lo specchio di Dioniso – Quando un corpo può dirsi umano?, Jaka Book, Milano, 2018 ⁶ Da appunti personali percorsi mecritici - Intrecci - Mechrì, Laboratorio di filosofia e cultura C. Sini e C. A. Redi dialogano a partire dal volume "Lo specchio di Dioniso. Quando un corpo può dirsi umano?" presentato da A. Parravicini. ⁷ Morin E., Insegnare a vivere – Manifesto per cambiare l’educazione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015

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Rossana Bartolo
Rossana Bartolo

Redazione

Rossana Bartolo insegna Lingua e cultura francese al Liceo Linguistico Severi-Correnti di Milano. È responsabile del gruppo LEND di Milano. Svolge attività di formazione per docenti di tutta l’area linguistica. È autrice di due percorsi di formazione pubblicati in versione multimediale sul sito http://www.scuolavalore.indire.it/ per il PON I ciclo Educazione Linguistica e Letteraria nel PIANO di FORMAZIONE Lingua, letteratura e cultura nella dimensione europea

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