Quer pasticciaccio brutto de la Scuola Italiana

Luglio 2024
Finito un altro anno con i suoi ormai inutili strascichi fatti di scrutini e di Esami di Stato, liberi dalle beghe burocratiche e dalla rigida scansione oraria delle giornate scolastiche (anche se a moduli che ormai si misurano in minuti), ci si ritrova a bocce ferme a chiedersi nuovamente «Cos’è oggi la scuola?». Questa forma di socializzazione, che ha caratterizza da lungo tempo le nostre società, si trova oggi in una fase di transizione senza precedenti nella storia recente¹ e, cosa ancor più preoccupante, non sembra essere in grado di arginare il fiume in piena dei cambiamenti che la stanno investendo. Se è vero che
«[...] l’educazione che si realizza attraverso i mezzi di comunicazione di massa o il gruppo dei pari [...] non è sistematica, mancando di un programma e di una metodologia didattica specifica ed è, soprattutto, particolaristica, poiché legata alle caratteristiche individuali.»²
Dobbiamo riconoscere anche che
«la scuola, invece, si rivolge ad allievi considerati uguali [...] e l’apprendimento si presenta quale sua finalità principale ed esclusiva. Il sistema formativo rimane, dunque, il luogo della educazione formalizzata, "intenzionale e strutturata" e pertanto, pur avendo perso il monopolio della socializzazione secondaria, mantiene una indispensabilità difficilmente contestabile.»³
Il ruolo centrale che ancora viene attribuito alla scuola impone un salto di qualità nella discussione e nella pratica quotidiana di tutti gli attori coinvolti. Quando parliamo di scuola non affrontiamo infatti un tema isolato, non siamo in un laboratorio chiuso dove possiamo controllare cause ed effetti dei fenomeni che si verificano. Agiamo, al contrario, in un mondo che è in relazione con una miriade di altri mondi i quali a loro volta interagiscono tra di loro attraverso una fittissima rete di relazioni umane. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare per trovare il bandolo della matassa, sapendo che pur trovandolo la matassa difficilmente potrà essere dipanata. Ma almeno avremo un punto da cui ripartire. E qui tornano utili le parole di Calvino che, seppur riferendosi a Carlo Emilio Gadda, possono aprire un nuovo modo di guardare alla scuola come
«"sistema di sistemi", in cui ogni sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato.»⁴
Nello stesso passaggio delle sue Lezioni Americane, Calvino dice di Gadda che
«cercò per tutta la vita di presentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento»⁵
Allo stesso modo affrontare il tema “scuola” senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità significa innanzitutto provare ad abbozzare una mappa che indichi almeno quali sono gli elementi di cui è composta, come questi elementi interagiscono fra di loro, cosa rappresenta ogni pezzo e come ogni pezzo compone un tutto che non è semplicemente la somma delle parti.⁶ È questa molteplicità di elementi che rende la scuola così interessante e allo stesso tempo così difficile da capire per chi non la vive dall’interno.
La scuola sono le persone che la vivono: alunni, insegnanti, personale ATA, tecnici, educatori. Ognuno portatore di una storia e di un modo di fare diverso, ognuno con il suo carattere, la sua visione del mondo, il vissuto familiare e sociale; ognuno che dopo il suono della campanella di fine giornata diventa qualcos’altro: sportivo, coltivatore di orti, musicista, cameriere, genitore, figlio, scrittore, rider, amministratore locale. Ogni singola scuola è un microcosmo unico e non replicabile nel tempo e nello spazio, nel bene e nel male. Ogni istituto scolastico è un punto di osservazione privilegiato, non esiste nessuna indagine statistica che permette di cogliere le mille sfaccettature della nostra società meglio di quanto possa fare una giornata passata fra i banchi e i corridoi di una scuola. È società in purezza, senza nessun filtro.
La scuola è uno spazio fisico, un luogo geografico, un posto dove ci si incontra quotidianamente per anni. Abbiamo visto durante la DAD cosa significhi non avere un punto di riferimento materiale e quali sono le conseguenze di separare i contenuti disciplinari dal luogo in cui questi vengono appresi. Abitare uno spazio fisico e condividerlo con altri è un passaggio fondamentale della crescita di ognuno. È un modo di sperimentare la convivenza: devo stare con chi è diverso da me, devo vedere tutti i giorni una persona che non mi sta simpatica, devo rispettare delle regole di comunità, devo rapportarmi allo spazio degli altri, devo fare i conti con la limitatezza degli spazi, devo gestire le mie emozioni e le mie reazioni nelle giornate storte e in quelle esaltanti, devo saper dosare le parole a seconda del momento, devo affrontare momenti situazioni formali e meno formali e tanto altro. Sono tutti aspetti importanti che vengono affrontati in un contesto sottoposto a regole ben definite ma allo stesso tempo che permettono delle deroghe. Ed è nelle intercapedini fra le regole e le deroghe che nasce quel dialogo educativo, anche rispetto alla discussione sulle regole della scuola, fra l’insegnante e gli alunni e fra gli alunni stessi. È quanto di più libero e democratico si possa immaginare!
La scuola è un’istituzione e come tale ha un suo sviluppo che dipende dal contesto storico.⁷ È questo un punto importante, che dovrebbe fare da sfondo a tutte le discussioni e le analisi sul tema. Dimenticarlo vorrebbe dire perdere profondità nei ragionamenti e ricominciare ogni volta da capo come se non fosse successo nulla. Prendersela con “l’ultima riforma” senza collocarla all’interno del percorso di “tutte le riforme” che si sono susseguite nel tempo è uno sterile esercizio, un lamento funebre che non porta ad inquadrare l’argomento nella sua interezza. Molte delle cose di cui oggi si dibatte sono riconducibili a problematiche che hanno radici antiche ma che assumono connotati nuovi perché sono cambiate le condizioni al contorno. Ad esempio, l’avvento di Internet ha sì cambiato il modo di apprendere ma molte discussioni che oggi fanno riferimento alla Rete erano già state affrontate negli anni 70 e 80 a proposito della televisione. Possiamo anche concordare sul fatto che i social «danno diritto di parola a legioni di imbecilli»⁸. Ma se poi non si conoscono quali sono i meccanismi che stanno alla base della Rete e dei Social Network e si fa finta che “i social dipende da come li usi”, si commette una leggerezza (non intesa nel senso di Calvino, questa volta!).
La scuola sono gli insegnanti, punto debole di un sistema che li vuole sempre più spesso intrattenitori, mental coach, produttori di contenuti multimediali, social media manager degli Open Day, digitalizzati fino allo sfinimento da corsi di formazione online privi di qualunque contenuto didattico. Che abbiano ottenuto il titolo di accesso in università online, senza alcuna esperienza relazionale durante il corso di studi non è già un problema. Quando sono precari vengono sballottati a destra e a manca nei più sperduti luoghi d’Italia, devono svolgere concorsi umilianti nella forma e nella sostanza per passare di ruolo. E quando sono di ruolo vengono tacciati di aver raggiunto il posto fisso di zaloniana memoria, perdono lo status sociale di lavoratori e diventano una sorta di parassiti con tre mesi di vacanza all’anno. Entrambi, precari e non, hanno però, agli occhi della società, stipendi stellari ed un rapporto stipendio/ore lavorate assolutamente ingiustificato (quanto di più falso possa esserci⁹). Non si organizzano più e per loro la lotta di classe è quella che si svolge in aula per tenere a bada gli studenti. Però sono anche quelli che la scuola la tengono in piedi, che provano a dare un senso a questo mestiere, che intessono rapporti con gli studenti e con le loro famiglie, di cui conoscono debolezze e qualità, scolastiche e umane, e che provano testardamente a parlare di argomenti specialistici con la pretesa che questi argomenti aiutano a diventare grandi.
La scuola sono gli studenti, ragazzi e ragazze che sono obbligati a frequentarla (ma molti ne farebbero volentieri a meno se potessero). Non riescono a comprenderne l’importanza perché circondati da modelli che ne screditano il ruolo formativo, da episodi di “mala scuola” che ne minano la credibilità, da percorsi extrascolastici che promettono (e spesso non mantengono) successi lavorativi ed economici. I loro account social sono obiettivo di propaganda politica di bassa lega¹⁰ ma non hanno gli strumenti per difendersi. Dovrebbero essere il centro di ogni decisione didattico-organizzativa e invece diventano merce di scambio fra istituzioni e stakeholders che in nome dell’apertura e dei finanziamenti propongono in continuazione attività sostitutive delle “banali” ed “obsolete” lezioni in classe. Fanno sforzi immani per comprendere perché nel 2024 si studi ancora la Divina Commedia o l’inutile quadrato di binomio o perché il prof. di informatica si sforzi di fargli comprendere cos’è un bit usando dei pezzi di carta. Per loro la storia finisce con la Seconda Guerra Mondiale e non percepiscono che il tempo in cui vivono è figlio di quell’evento: dalla Costituzione ai diritti umani, dall’industrializzazione allo stato sociale, dalla plastica al cambiamento climatico, dalla cibernetica a Internet. Ma senza di loro, senza la loro presenza in classe, senza il loro essere semplicemente quello che sono, la scuola non esiste (e la DAD lo ha dimostrato).
La mappa abbozzata è un primo tentativo di pensare in maniera diversa, non dimenticando però che esiste un cosa e un come. Il cosa dovrebbe essere la scuola è abbastanza chiaro: uno strumento di diffusione di saperi e di approcci metodologici (generalmente intesi e non ridotti a prescrizioni valide lo spazio di una prova di valutazione) mediati da rapporti fondati su una profonda umanità. Il come raggiungere questo obiettivo è un po’ meno chiaro e chiama in causa quanto detto finora e molto di più. La scuola è un sistema molteplice, complesso (nel senso etimologico di intrecciato insieme¹¹) e come tale deve essere guardato con occhi nuovi, abbandonando chiavi di lettura ormai anacronistiche e fuori dal tempo. Con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni la scuola continua ad essere un pezzo importante del nostro tempo e un’occasione unica per molti ragazzi e ragazze. Lasciarla alle logiche mercantilistiche costruite per rilasciare titoli privi ormai di ogni valore sostanziale è un grave errore e ne stiamo già pagando le conseguenze.
¹ https://www.festivalcomplessita.it/una-nuova-multi-universita-complessa/ ² Lorenzo Fisher - Sociologia della scuola pag 17 ³ Lorenzo Fisher - Sociologia della scuola pag 17 ⁴ Lezioni americane, ed. Oscar Moderni 2017, pag 105 ⁵ Lezioni americane, ed. Oscar Moderni 2017, pag 105 ⁶ https://it.wikipedia.org/wiki/Comportamento_emergente ⁷ Lorenzo Fisher - Sociologia della scuola ⁸ https://www.youtube.com/watch?v=u10XGPuO3C4 ⁹ https://eurydice.indire.it/insegnanti-in-europa-un-focus-comparativo-sui-loro-stipendi/ ¹⁰ https://it-it.facebook.com/domandedaprof/posts/perch%C3%A9-salvini-investe-sui-social-nella-propaganda-ai-minorenni-mentre-in-pubbli/116845229739757/ ¹¹ https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/11/Alfonso-Maurizio-Iacono-La-teoria-della-complessit---a-52a079f-b57a-4330-812f-71e59da660b6.html

Redazione
Docente di informatica negli Istituti superiori. Dopo aver studiato e insegnato tra la Spagna e l'Emilia, vive a Roggiano Gravina (CS) provando a coniugare agricoltura biologica e software libero.
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