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Verità e realtà

21 maggio 2026 5 min
Verità e realtà

Ogni vita è un'enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un'altra: magari fosse possibile un'opera concepita al di fuori dal sé, un'opera che ci permette di uscire dalla prospettiva limitata d'un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l'uccello che si posa sulla grondaia, l'albero in primavera e l'albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica...

Italo Calvino, Lezioni americane

La visione di Calvino, quando parla della molteplicità del romanzo contemporaneo, può essere trasposta nelle nostre realtà scolastiche in cui, oggi più che mai, è necessario saper gestire la complessità: le nostre classi multietniche, multiculturali, alunni con abitudini diverse, competenze, motivazioni, interessi, profili di apprendimento differenti, dovrebbero imporre diversi punti di attenzione e la creazione di ambienti di apprendimento idonei sapendo organizzare percorsi formativi sotto un’ottica riflessiva.

Si assiste invece, in diversi contesti scolastici, ad una grave mancanza di riconoscimento, appunto, della molteplicità dei caratteri, delle personalità dei nostri studenti, dei loro vissuti e della loro evoluzione. Ci si affranca dietro una didattica responsiva che permette la ripetizione di ciò che dicono i manuali o loro stessi, i professori, quando illustrano, spiegano. Per costoro è molto più semplice ripetere programmi, relazioni e, anno dopo anno, le stesse sequenze di lavoro senza fare emergere la voce degli studenti indotti così ad atti di deresponsabilità: non si può negare infatti che i nostri giovani vivano in una società performativa e non vogliano correre il rischio di “sbagliare”. Ecco che, sia i ragazzi con le loro perplessità e paure, sia i docenti che non sollecitano il senso critico, consentono un tipo di scuola di stampo ottocentesco, chiusa, separata, “protettiva”, mentre fuori c’è un altro mondo; vivono la scuola come se non fosse realtà. Non si utilizzano i Saperi affinché questi possano essere immessi nella realtà o verità di ognuno. “Realtà e verità sono il medesimo, sono due facce della stessa medaglia; ognuno di noi è il transito della verità”.

Sembra quindi che in diverse scuole, soprattutto quelle in cui hanno l’opportunità di operare docenti che scambiano questo mestiere per uno di tipo amministrativo, si dimostri di non avere coscienza della molteplicità insita in ognuno di noi, proprio la si nega, come se si fosse detentori di un’unica verità immutabile da trasmettere, quella che si insegna e per cui non è richiesto mai di valutare ciò che si apprende. Non si incoraggiano gli alunni, motivandoli, ad avere uno spirito critico facendo emergere la loro vox significativa (quella che ci distingue dagli animali non umani), e che dà la possibilità di ri-conoscersi anche attraverso i Saperi e il confronto aperto, spontaneo, se pur guidato, con gli altri compagni, con il docente stesso. Tanto meno si mettono in atto situazioni di apprendimento complesse per richiamare la capacità della risoluzione creativa del compito.

Non si tratta di evocare situazioni complesse, ma proprio di farle vivere in contesti reali. È una necessità contestualizzare l’apprendimento e mettere le situazioni complesse al centro dell’apprendimento. Gli apprendenti dovrebbero essere intesi come attori sociali, cioè coinvolti in ciò che si fa e dove si cerca di utilizzare i propri Saperi nel mondo reale. Per riuscire è necessario riferirsi ad un approccio metodologico orientato all’azione, con compiti autentici da svolgere in maniera cooperativa, (si apprende di più e meglio insieme agli altri, e non si può negare che la verità, come affermava Merleau-Ponty, muta, cambia ed è in cammino con la comunità, con quello che tutta la comunità sa fare). Solo così può prendere vita e valore il concetto di transdisciplinarietà a cui tendere: permettere alla disciplina di farsi invadere dalle altre, avere a che fare con mondi aperti e non chiusi attraverso la pluralità di linguaggi, di lingue e di voci.

Si può ugualmente immaginare come questo tipo di complessità sia molto più motivante per gli allievi perché stimola la loro curiosità, li educa all’onestà implicandoli responsabilmente in una ricerca che quasi certamente creerà un inciampo … ma aprirà al nuovo, all’inatteso, al possibile; permette di sviluppare le abilità cognitive implicando quelle affettive che insieme potenziano la creatività; li inserisce in un contesto di realtà tangibile, e per questa ragione è più motivante perché più dotata di senso.

“[…] Anche se il disegno generale è stato minuziosamente progettato, ciò che conta non è il suo chiudersi in una figura armoniosa, ma è la forza centrifuga che da esso si sprigiona, la pluralità dei linguaggi come garanzia di una verità non parziale. […]”

Infine, qual è la giusta preoccupazione che affligge la maggior parte degli insegnanti e dei genitori? Vedere i nostri giovani attaccati ad uno smartphone per ore ed ore, in pieno annullamento solipsistico. Già, perché pare proprio che questo annullamento si voglia, si cerchi. E allora bisogna impegnarsi, se si vuole contribuire a contrastare questo atteggiamento, a creare una scuola come luogo ideale dove vivere l’esperienza del contrario.

Non prendiamocela dunque con i ragazzi, attrezziamoci invece a mostrare loro interesse per tutto ciò che vogliono dirci e raccontarci a partire dallo studio e approfondimento dei contenuti disciplinari e promuovendo la molteplicità insita nell’Essere; non neghiamo l’importanza di questa meravigliosa tecnologia, frutto dell’ingegno umano di cui nessuno potrebbe fare a meno. Piuttosto guidiamo i nostri giovani a farne buon uso: non bisogna demonizzare lo strumento, ma l’impiego che se ne fa: un bastone non serve ad uccidere le zanzare.


1. Citazione di Carlo Sini, discorsi svolti all’interno del laboratorio di filosofia e cultura Mechrí. 2. Italo Calvino, Lezioni americane.

Gli apprendenti dovrebbero essere intesi come attori sociali, cioè coinvolti in ciò che si fa e dove si cerca di utilizzare i propri Saperi nel mondo reale
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Rossana Bartolo
Rossana Bartolo

Redazione

Rossana Bartolo insegna Lingua e cultura francese al Liceo Linguistico Severi-Correnti di Milano. È responsabile del gruppo LEND di Milano. Svolge attività di formazione per docenti di tutta l’area linguistica. È autrice di due percorsi di formazione pubblicati in versione multimediale sul sito http://www.scuolavalore.indire.it/ per il PON I ciclo Educazione Linguistica e Letteraria nel PIANO di FORMAZIONE Lingua, letteratura e cultura nella dimensione europea

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