FORMARE PERSONE, TRA IMPEGNO E DISIMPEGNO DEL NOSTRO TEMPO
La parola formazione, ricorrente in ambito scolastico sistematicamente da oltre vent'anni, mi induce, adesso che sono insegnante, a riflettere non più sul modo in cui io sono stata formata ma nel modo in cui, nello svolgimento della mia professione, sono chiamata a formare.
Se non vi sono dubbi sul chi si debba formare, degli interrogativi si pongono sul come si debba formare e quale sia il fine precipuo dell'attività di formazione.
Insegno nella scuola secondaria di I grado, considerato da molti l'anello debole della scuola italiana. Tre anni formativi che completano il primo ciclo di studi in cui gli allievi dovrebbero didatticamente acquisire una serie di conoscenze, competenze di base per affrontare il II ciclo scolastico. Pensare che la scuola dell'obbligo possa assolvere al suo compito formativo è in parte riduttivo perché ridotto è il tempo e le esperienze scolastiche ed extra scolastiche che possano arricchire la persona. Ecco! Il punto focale del nostro disquisire non è in sé la formazione dello studente ma la formazione della persona. A cosa dovrebbe servire lo studio delle varie discipline, la padronanza della lettura, della scrittura e del calcolo se non a elevarci, a renderci esseri pensanti che cercano, vicendevolmente, di migliorare l'esistenza reciproca?
L'altro giorno mi sono imbattuta, per caso, in uno stralcio tratto da Dell'educare la gioventù italiana, di Giacomo Leopardi. Davanti a un evidente degrado morale della gioventù che ci ha preceduti duecento e più anni fa, davanti alla fiacca, all'inerzia, alla mancanza di fierezza dei giovani, Leopardi auspica una formazione civile, che faccia germogliare una nuova sensibilità.
Di fronte all'apatia di questi tempi, di fronte alla posizione di pseudo influencer, che paiono invitare a una sorta di disimpegno sociale, di imprenditori che disdegnano lo studio dei grandi classici della Letteratura (si veda Briatore Vs Pirandello) perché non ritenuto formativo, l'impegno pedagogico e civile leopardiano appare di estrema attualità! [..] Così a scuotere la mia povera patria, e secolo, io mi troverò avere impiegato le armi dell'affetto e dell'entusiasmo e dell'eloquenza e dell'immaginazione nella lirica, e in quelle prose letterarie ch'io potrò scrivere; le armi della ragione, della logica, della filosofia [..]. E se l'eredità formativa fosse davvero raccolta nello zibaldone dei nostri predecessori? E se la vera, autentica formazione della persona si annidasse unicamente nello studio delle parole, dei pensieri, delle angosce, dei ragionamenti filosofici? Se le risposte alle nostre domande fossero racchiuse in quei libri, che altro non sono che persone che ci parlano, ci consigliano, ci formano, appunto?
Probabilmente non ci crediamo sufficientemente anche noi se ci lasciamo convincere che la formazione passi unicamente dalla produttività, dal rendimento scolastico, dall'idea del misurabile quantitativamente e non eticamente. Nell'ottica moderna sei formato sei hai prodotto qualcosa di spendibile nell'immediato. Eppure, come ho detto prima, stiamo parlando di persone che si formano progressivamente, passando sotto le influenze positive o negative della famiglia e della scuola, in un continuo alternarsi. La famiglia che offre poco o niente e la scuola che sana, la scuola che respinge e la famiglia che sostiene. Un rapporto osmotico di formazione in fieri, in continuo divenire.
Ecco perché quando si pensa alla formazione scolastica di uno studente, già a partire dalla scuola dell'infanzia, si fa riferimento non solo all'aspetto didattico e culturale ma anche alla formazione della persona nella sua complessità. I tre segmenti scolastici, primaria, secondaria di I e II grado, dovrebbero favorire, supportati dallo studio delle singole discipline, la crescita della personalità, dell'autostima, della consapevolezza del proprio potenziale. È un percorso complesso quello relativo alla formazione dei discenti perché complesso è il mondo degli studenti, ciascuno con le proprie attitudini e specificità. In virtù di questa complessità dovremmo essere pronti a formare le nuove leve stabilendo delle priorità: stimolare uno spirito critico, indurre ad argomentare la complessità dei saperi, utilizzare (almeno) i fondamenti epistemologici di ciò che si è appreso, favorire lo sviluppo del potenziale nascosto.
Dovremmo poi insegnare a gestire emotivamente il fallimento, interpretandolo non come fattore penalizzante ma come volano per una più agevole ripresa. In ultimo, e non per minore importanza, dovremmo lavorare maggiormente sull'acquisizione di quel senso di humanitas che contraddistingue ciascuno di noi, o almeno così ci auguriamo!
Nel processo di formazione c'è un aspetto che caratterizza gli studenti di ogni fascia d'età e che è determinante per il loro successo o insuccesso formativo: l'autostima.
Un bambino che impari a leggere e a scrivere per la prima volta, non senza difficoltà, se non supportato e aiutato ad affrontare ciò che gli è ostile penserà di non essere all'altezza del compito e finirà per rinunciare. Compito dell'insegnante, dunque, dovrebbe essere quello di lavorare sinergicamente con l'alunno per "formare" un livello di autostima sufficientemente valido per indurlo a ritentare nell'attività in cui non ha prodotto i risultati attesi.
Negli ultimi anni si sta assistendo a una competitività, a una dilatazione dei saperi che stanno facendo perdere di vista il focus dell'apprendimento stesso, ossia le abilità di base. Superato questo ostacolo si può procedere all'assimilazione dei contenuti, alla loro interiorizzazione per una restituzione finale. In classe mi capita sempre più spesso di dover lavorare più sull'aspetto emozionale che quello meramente disciplinare. Intendo dire che molti studenti si autocensurano, si ritraggono dal compito ancor prima di averlo iniziato, per paura. È chiaro che così facendo i contenuti delle singole discipline diventano dei nemici insormontabili! Silenzio, parole smozzicate, frasi prive di senso compiuto. Il cervello va in tilt e ogni tentativo di ripresa appare vano. Dunque occorre tornare indietro, lavorare sulla formazione della propria identità (cosa mi piace fare? cosa so fare? come posso riuscirci?) anche attraverso la disciplina. Ricavare dai contenuti elementi riconducibili allo studente attraverso una forma di ragionamento guidato. Formarli autoformandosi!
Stabilito questo, gli studenti che siano meritevoli per alto profitto su quali elementi, nel corso degli anni di studio, compresi quelli formativi del docente, è necessario puntare?
Se la scuola viene colpevolizzata di non essere in grado di stimolare la creatività, sviluppare le personali attitudini degli allievi, limitarne, in sintesi le potenzialità future, come può assurgere al ruolo di ente formatore? In sintesi, quale dovrebbe essere il piano dell'offerta formativa se l'utenza critica o non trae, appunto, profitto da ciò che impara sui banchi di scuola?
Non mi piace l'idea che si sta diffondendo a macchia d'olio che il sapere, non utilizzabile e spendibile nell'immediato, sia pressoché inutile. È dannosamente letale proprio per la formazione etica e culturale dei nostri alunni che, progressivamente, rischiano di trasformarsi in studenti-clienti per cui il risultato finale non è più dato dal piacere dello studio ma dal soddisfacimento di una domanda-offerta. Intendo dire, con questo, che "l'utilità dell'inutile", per utilizzare le parole dell'esimio Professor Nuccio Ordine, è più che mai necessaria. Bisogna scavare, insieme ai nostri alunni, nella profondità delle parole, degli eventi, delle teorie, ricavarne non solo informazioni strutturali ma materiale su cui discutere per capire, per capirsi. È proprio su questo aspetto che la scuola deve insistere. Di fianco alle competenze tecnologiche, di cui apprezzo efficacia e potenzialità, devono camminare un passo avanti altri tipi di conoscenze: quelle formative del pensiero critico. Pur considerando le dovute eccezioni, e nel nostro panorama scolastico ce ne sono tante, è innegabile che la preparazione dei nostri allievi stia subendo una battuta d'arresto, un rallentamento direi, che rischia di depotenziare la scuola pubblica a favore di quella privata. La fucina delle idee da qualche parte deve essere alimentata e le idee nascono laddove viene stimolata la curiositas dei nostri alunni. Ciò che temo di più, in questi ultimi tempi, è la mancanza di interesse per le cose, un annichilimento della capacità di stupirsi di fronte al non conosciuto, nel bene e nel male. Si ritiene non utile lo studio di Pirandello? Bene! Partiamo dall'analisi in classe di una delle novelle di Vita dei campi, discutiamone, portiamola ai nostri tempi, setacciamo le molteplici informazioni che giungono dopo più di cento anni! Vedrete quanta "storia economica" ne verrà fuori!
L'ultima osservazione sulla diaspora della formazione è racchiusa in una parola: impegno!
Si formulano, a livello pedagogico, molteplici strategie didattiche che lo stimolino, lo potenzino. Da quelle montessoriane a quelle di Dewey, da quelle di Don Milani a Mario Lodi, per citarne alcune. È lecito azzardare che i risultati ottenuti siano stati determinati da un impegno costante tra docente e discente? Io risponderei di sì. Una scuola che non impegni entrambe le parti al conseguimento di un risultato non è scuola! L'impegno, inteso come capacità di ascolto, di esecuzione di un compito, di argomentazione e riflessione, è assolutamente necessario perché formativo. La costruzione del sé parte anche da questa attività mentale che ci consente di porre degli obiettivi da raggiungere, che ci allena a trovare strategie personalizzate per la risoluzione di un problema. E un problema lo risolvi se hai delle conoscenze che ti consentiranno di assemblarle nel modo giusto per cavarti d'impaccio!

Redazione
Docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Insegna dal 2004 maturando un'esperienza nelle scuole superiori e sul sostegno.
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